RECENSIONI

Aleksandr Solženicyn
L’uomo nuovo. Tre racconti
Jaca Book, 2013 • pp. 128

L’uomo nuovo è l’homo sovieticus, frutto del gigantesco esperimento tentato dall’ideologia, un uomo divenuto finalmente padrone del proprio destino (a prezzo, però, di ripudiare valori e virtù «borghesi» come la libertà, la misericordia, il perdono, e naturalmente la religiosità)? Oppure l’uomo che, purificato dai «sedimenti» dell’utopia sovietica e restituito alla sua nuda umanità, ritrova dolorosamente la propria libertà e responsabilità? La lotta è atroce, il nemico è spietato, Solženicyn non se lo nasconde. Eppure anche all’interno dell’utopia – e questa è la grandezza umana e artistica di Solženicyn – resta all’individuo, a ogni individuo, uno spazio di scelta, di decisione che può renderlo «uomo nuovo» in una di queste due opposte accezioni. È questo il tema della raccolta di racconti appartenenti all’ultimo periodo di Solženicyn, scritti nel Vermont e in Russia, recentemente pubblicati da Jaca Book a cura di Sergio Rapetti dopo il romanzo giovanile inedito Ama la rivoluzione!. In queste pagine ci sfila davanti una teoria di destini umani che navigano seguendo la corrente oppure tentano coraggiosamente di invertire la rotta per inseguire i propri ideali, evidenziando che cosa sia in realtà il percorso della vita, quell’«emergenza uomo» che può assumere una valenza negativa o positiva, segnalare un pericolo mortale che incombe sull’umanità oppure la sua irriducibilità, un processo di asservimento o, viceversa, un processo liberatorio che si svolge contemporaneamente di fronte al tribunale della storia e al tribunale della coscienza. Il cedimento comincia quasi inavvertitamente, nei recessi della propria coscienza, quando l’uomo agisce in base a un criterio che non aderisce alla verità. Tutto, poi, viene di conseguenza a questa resa di cui nessuno è testimone, ma che l’uomo – se è onesto con se stesso – non può non riconoscere dentro di sé: «gliene era rimasto come un sedimento sul cuore», osserva Solženicyn raccontando la storia del professore universitario che chiude un occhio sull’impreparazione di uno studente «proletario» per considerazioni di convenienza politica, togliendo così a se stesso e all’allievo la dignità della fatica e del frutto del proprio lavoro. Un cedimento piccolo, una crepa quasi inosservata che si apre nel cuore umano, ma che è destinata a sfociare nella delazione e in ben più gravi tradimenti per aver salva la propria vita. Solženicyn non minimizza la brutalità delle condizioni esterne con cui si trovano a dover fare i conti, ad esempio, le due giovani donne protagoniste del secondo racconto, Nasten’ka. Ma mostra anche come si possa cercare semplicemente di mettersi in salvo, finendo per soffocare in sé l’umano, per ridursi alla somma dei propri sensi ed istinti – come nella vicenda della prima; oppure si possa percorrere una via dolorosa ma purificatrice, che non perde mai di vista, in ogni condizione, l’ideale: nel caso della seconda protagonista, il senso dell’educazione, della compassione per le giovani anime che le sono affidate. Infine, l’«uomo nuovo» può trasformarsi addirittura nel «non-uomo», quando giunge all’abiezione di chi cavalca semplicemente l’ideologia per ricavarne vantaggi e profitti – gli agi della vita, una lussuosa dacia, i favori del capo – senza peritarsi di passare sopra le sofferenze e il grido dei più deboli: è la storia dello scrittore che, ricevuta da un lager la lettera straziante di un giovane contadino deportato, se ne serve cinicamente per dare qualche tocco di «colore popolare» alle sue opere. È proprio questo «non-uomo» che Solženicyn ha combattuto, nella nuova Russia in cui aveva fatto ritorno negli ultimi anni di vita, in nome di un’umanità che può crescere e fiorire a ogni latitudine secondo misteriose leggi della sua natura, che la Bibbia definisce con la parola «cuore».

Giovanna Parravicini.


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