RECENSIONI

Sergej P. Mel’gunov
Il terrore rosso in Russia (1918-1923)
Jaca Book, 2010 • pp. 312 • Euro 29,00

L’opera del noto storico russo, fondamentale per individuare il pilastro su cui si è retto per decenni il totalitarismo sovietico, è stata resa accessibile a lettori e studiosi italiani grazie alla traduzione di Sergio Rapetti che, assieme a Paolo Sensini, ne è anche il curatore.
L’autore, già prima delle rivoluzioni del ‘17, era a capo di un piccolo partito socialista-popolare e auspicava di coinvolgere tutte le forze democratiche della società nel superamento del sistema zarista. A prendere il sopravvento furono invece i bolscevichi, che fecero tabula rasa delle passioni e delle speranze seguite alla rivoluzione di febbraio. Come scrive Rapetti nella nota bibliografica al volume, Mel’gunov non fu di quelli che rimasero a guardare come sarebbe andata a finire, ma denunciò da subito gli abusi dei bolscevichi. Come loro avversario politico, nel ’18 subì il primo di una serie di arresti e infine venne condannato a morte. Salvato per intervento di Vera Figner e Kropotkin, venne espulso dal paese nell’ottobre 1922. Negli ultimi quattro anni di vita in Russia, nonostante gli arresti, le numerose perquisizioni e requisizioni, Mel’gu­nov riuscì a raccogliere l’imponente mole di materiale, formato da testimonianze ma anche da documenti ufficiali, che sta alla base del presente volume. A queste fonti si aggiunsero le pubblicazioni dell’emigrazione che Melgunov consultò una volta giunto all’estero. Le testimonianze proprie e altrui, a detta dello stesso autore, hanno carattere soggettivo, anche se a volte fonti molto diverse concordano nel confermare alcuni episodi narrati nel libro. Tuttavia, Mel’­gunov attinge anche a documenti del tutto attendibili, come i verbali originali redatti dagli inquirenti della Cˇeka, «con tanto di firme autografe e timbri appropriati», conservati fra i documenti della Commissione speciale d’inchiesta sui crimini bolscevichi istituita nel dicembre 1918 dal governo del generale «bianco» Denikin, e a fonti come lo «Eženedel’nik Cˇeka» o la stampa ufficiale, dove sono i bolscevichi stessi a parlare.
Il testo espone con agghiacciante abbondanza di particolari la dinamica del terrore dal 1918 al 1923, non limitandosi a descrivere in superficie, caso per caso, l’orrore che nasce dalla violenza dell’uomo sull’uomo eretta sistema, e che a volte, come riconosce l’autore stesso, mette alla prova i nervi di chi legge, ma cercando di darne un giudizio approfondito e di interrogarsi sulle cause del male.
Apprendiamo così dell’odiosa pratica per cui venivano presi in ostaggio degli innocenti che restavano in prigione in attesa di essere giustiziati per espiare crimini altrui, delle decine di migliaia di persone uccise nei modi più efferati dopo essere state arrestate magari «a caso», dell’esistenza di campi di concentramento sorti poco dopo la rivoluzione e prima del famigerato lager delle Solovki, della deportazione di numerosi infelici in luoghi dove era impossibile vivere.
Il male c’è sempre stato, soprattutto in tempo di guerra e di guerra civile, ma la novità apportata dai bolscevichi, secondo Mel’gunov, è che questi non si sono limitati a scatenare i peggiori istinti primordiali, «ma li hanno anche incanalati, con lo strumento della loro sistematica demagogia, nella direzione voluta».
Nel suo saggio introduttivo Sensini, dopo aver esaminato i fatti e le forze in campo alla vigilia della rivoluzione, individua le ragioni della vittoria dei bolscevichi proprio «nell’ampio e metodico ricorso al terrore nelle sue forme più efferate». Un terrore elevato a sistema di potere e giustificato da una base teorica, quasi un credo religioso astratto, che si sostituisce a una realtà, contraddittoria ma ricca di stimoli e di fermenti, eliminandola e creando un deserto. «Che perisca il 90 per cento del popolo russo, purché il 10 per cento viva fino alla rivoluzione mondiale!», afferma Lenin in una frase che Mel’gunov cita nel suo libro.
L’autore scrive soprattutto perché spinto da un imperativo morale: la sua travagliata esperienza lo porta a riconoscere che «solo un uomo rinnovato può rinnovare il mondo». Di più: constatando, ad esclusione della voce isolata di Kautsky, una certa indulgenza dei socialisti dell’Europa occidentale verso i bolscevichi, perché nella forma del potere sovietico vedono attuarsi bene o male il socialismo, Melgunov afferma che «la coscienza delle masse non può essere correttamente educata senza un’inequivocabile e incondizionata condanna del male». A suo parere, il «terrore rosso» ha potuto dispiegarsi con tanta ampiezza proprio per la mancata denuncia del male e per l’ambiguità verso questo fenomeno di varie forze democratiche dentro e fuori il suo paese.
Dall’epoca in cui fu scritto questo libro è passato quasi un secolo: in Russia l’argomento del «terrore rosso» non è più tabù, alcuni archivi sovietici sono stati aperti agli studiosi, nell’ex URSS si moltiplicano i luoghi della memoria, vengono pubblicati importanti saggi, suffragati ormai da documenti originali, sugli abusi del regime. Proprio per questo, il lettore rimarrà tanto più sbalordito che, in anni così vicini alla rivoluzione d’ottobre, qualcuno sia riuscito ad avere una visione tanto lucida dei fatti in pieno svolgimento, pur essendovi coinvolto in prima persona, e a reperire e conservare, in condizioni estreme, del materiale così abbondante, proveniente dalle fonti più varie. A cogliere, in un lasso di tempo così breve, la radice che una decina di anni più tardi avrebbe prodotto il grande terrore staliniano. Compito difficile e impopolare, quello di Mel’gunov, in un periodo in cui, come si evince dal libro, anche nel mondo «democratico» si stentava a credere a ciò che si diceva avvenisse entro i confini della Russia bolscevica e a condannare fatti che, decenni dopo, avrebbero trovato purtroppo conferma.
(D. Boero)


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