RECENSIONI

Augustyn Babiak
Il Metropolita Andrea Szeptyckyj nel suo incarico di visitatore apostolico (1920-1923) e nei suoi rapporti con il governo polacco
Artos, Lviv 2012 • pp. 256

È La grande figura del vescovo metropolita di Leopoli Andrea Szeptyckyj (1865-1944), così ben tratteggiata da Augustyn Babiak nel suo recente volume: Il Metropolita Andrea Szeptyckyj nel suo incarico di visitatore apostolico (1820-1923) e nei suoi rapporti con il governo polacco, s’impone anche nel nostro tempo per i caratteri di umanità, di apertura, di autentica passione, di profonda fede, che l’hanno contraddistinta nel corso di una vita travagliata e segnata dai gravi avvenimenti della prima metà del XX secolo. Egli ha percorso quella storia, ancora recente, con l’animo di chi è consapevole delle proprie responsabilità di uomo e di pastore, che non può – e non deve – lasciarsi trascinare dagli eventi, rincorrendo una mediocre «politica» del compromesso, una sorta di «equidistanza» passiva che non scomodasse nessuno dei contendenti, ucraini o polacchi che fossero. Figlio della Galizia occidentale, contesa alla fine della Prima guerra mondiale dalle due potenze confinanti, la Polonia ricostituita e la temibile Russia, nella cui orbita di potere l’Ucraina era già entrata, egli lavorò alacremente, con animo sgombro da pregiudizi nazionalistici o razziali, perché il suo popolo potesse trovare ascolto presso le grandi potenze vincitrici e ricongiungersi e pacificamente convivere con la madre-patria ucraina o, almeno, potesse conservare un’autonomia tale da difendere le proprie tradizioni e la propria cultura, la lingua e la fede cattolica vissute nel rito bizantino. Per il suo popolo. Nel momento della desolazione, del tradimento, del calcolo politico, che non tiene conto delle minoranze ma dà credito a chi è prepotente, che asseconda equilibri stabiliti in stanze ovattate, dove il grido dei popoli non può mai arrivare, da che parte «doveva stare» il metropolita Andrea Szeptyckyj? Qualche decennio dopo, il Concilio Vaticano II avrebbe risposto a questa domanda, tratteggiando una figura di vescovo, che sembra costruita «anche» a partire da lui. Nel Decreto sull’ufficio pastorale dei vescovi nella Chiesa (Christus Dominus, 28 ottobre 1965) si legge: «Nell’esercizio del loro ufficio di padri e di pastori, i vescovi in mezzo ai loro fedeli si comportino come coloro che prestano servizio; come buoni pastori che conoscono le loro pecorelle e sono da esse conosciuti; come veri padri che eccellono per il loro spirito di carità e di zelo verso tutti» (n. 16). E ulteriormente: «Per essere in grado di meglio provvedere al bene dei fedeli, secondo il bisogno di ciascuno, si adoperino di conoscere a fondo le loro necessità, le condizioni sociali nelle quali vivono, ricorrendo a tale scopo a tutti i mezzi opportuni e specialmente alle indagini sociali» (ibidem). Se mai una preferenza, nell’esercizio della carità episcopale, poteva essere fatta, essa doveva riguardare «una particolare premura per i poveri e per i più deboli, memori che a questi sono stati mandati dal Signore ad annunciare il Vangelo» (n. 13). Tornando ad Andrea Szeptyckyj si può cogliere immediatamente che a dettargli le modalità del suo servizio era la storia concreta del suo popolo, lì dove era evidente chi erano i più poveri e i più deboli tra tutti coloro a cui era indirizzata la sua straordinaria sensibilità di padre e di pastore. Poteva bastare il mutamento di un confine politico a cambiare la situazione? Non era anche vero che alcuni atteggiamenti dei «nuovi» padroni, cioè i polacchi, anche nell’ambito religioso, erano tutt’altro che ben disposti nei confronti della minoranza ucraina e «uniate»? Talvolta la faziosità dei vincitori legge la storia a partire dai propri atteggiamenti, accusando i vinti di non accettare senza opposizione alcuna la loro politica normalizzatrice. Così Andrea Szeptyckyj fu accusato di tradimento, di boicottaggio, di propaganda antipolacca, di inimicizia nei confronti della stessa Chiesa di Polonia. Oggi, come scrivono i tre vescovi che presentano il volume, Luigi Bressan di Trento, Ivo Muser e Karl Golser di Bolzano-Bressanone, è arrivato il momento di riconoscere che «la sua azione pastorale fu instancabile, coraggiosa, profetica e ha permesso alla Chiesa greco-cattolica di sopravvivere alla sua morte, avvenuta nel 1944, e alla persecuzione del regime comunista, al punto da meritare il nome di Chiesa delle catacombe: i chicchi di grano che il metropolita Servo di Dio Andrea Szeptyckyj aveva abbondantemente e generosamente seminato erano attecchiti, si erano radicati, avevano germogliato, e così la fede e la speranza di questo popolo resistettero all’ateismo per quasi settant’anni. Oggi la Chiesa greco-cattolica in Ucraina ha ritrovato la libertà di annunciare la Parola e di operare; è una Chiesa viva e attiva: lo attestano le numerose vocazioni, il fermento nei seminari e nell’Università cattolica di Leopoli, l’erezione di nuove eparchie, lo spostamento della sede metropolitana nella capitale Kyïv. La documentata ricerca di Augustyn Babiak è un qualificato contributo anche per il processo di beatificazione attualmente in corso, nella speranza che un giorno sia ufficialmente riconosciuta la santità del metropolita Andrea Szeptyckyj. Egli resta una figura esemplare che onora la Chiesa ucraina del secolo scorso e che ne illumina la missione per il domani: costruire un ponte solido tra Oriente e Occidente. È quindi una figura che testimonia la bellezza di tutta la Chiesa tanto che la fama di santità gli era attribuita già quando era in vita e tale rimane, forte, anche ai nostri giorni nel popolo ucraino».

Marcello Farina Università degli Studi di Trento.


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