Apologia della ragione
di Ol’ga Sedakova
«Apologia
della ragione» perché, a dispetto del razionalismo
imperante, la ragione è tradita e mutilata. Nel suo nucleo
più profondo la ragione è «sapienza»,
che riconosce la sfera del mistero pur continuando ad essere
ragione analitica, com’è proprio dell’homo
sapiens. Questa ragione-sapienza non si contrappone alla fede,
come aveva intuito il giovane Puskin: l’intelligenza trova
adeguato a sé solo il divino, mentre è il cuore
che non lo trova. La spaccatura tra ragione e cuore è
avvenuta solo dopo che la ragione era stata separata dalla vita
umana e ridotta schematicamente a luogo del freddo raziocinio.
Ma nella Bibbia il pensiero, nucleo interiore dell’uomo,
nasce nel cuore. Dal romanticismo in poi si combatte questa
ragione mutila con la fuga nell’irrazionale. Il postmoderno
è un regresso infantile dell’evoluzione intellettuale.
La creatività si allontana dalla ragione; ma davanti
all’ennesimo mondo che finisce, bisogna pensare a ciò
che inizia.
Da Regensburg al Collège des
Bernardins:
La via regale della conoscenza e della vita
di Adriano Dell’Asta
I
discorsi di Benedetto XVI a Regensburg, alla Sapienza e al Collège
des Bernardins, ripercorrendo la questione dei rapporti tra
ragione e fede, mostrano le tragedie che possono nascere là
dove questi rapporti siano vissuti in maniera conflittuale e
nello stesso tempo indicano nella storia del monachesimo l’esperienza
di una loro fruttuosa armonizzazione. La tradizione russa offre
un’identica documentazione, mostrando come la pretesa
dell’uomo di emanciparsi da Dio danneggi innanzitutto
l’uomo stesso. La verità dell’uomo è
nel suo riscoprirsi ad immagine di Dio e nel suo riscoprire
la via regale, quella che nel Cristo di Calcedonia non contrappone
più il divino all’umano, ma li unisce senza confusione
e senza separazione. In questa unità è possibile
riscoprire un nuovo senso del lavoro e della bellezza: il lavoro
dell’uomo cessa di essere un mero strumento e diventa
la risposta all’eterno operare di Dio e la bellezza diventa
il riflesso dell’immagine di Dio nelle cose.
Caratteri del monachesimo occidentale
fino al XII secolo
di Maria Pia Alberzoni
Il monachesimo nasce in Oriente,
con Antonio, e passa in Europa alla fine del IV secolo. È
più tardi, con Benedetto, che si arriva all’idea
di una regola, intesa come una sintesi delle precedenti esperienze
monastiche e tesa non a fornire un’opera di alta dottrina
spirituale o una summa legislativa, ma solo uno strumento per
avviarsi alla vita monastica. È più tardi ancora,
con Carlo Magno e Ludovico il Pio, che questa regola viene accettata
in tutta l’Europa, determinando il passaggio dalla semplice
sequela di un esempio di vita, trasmesso nell’agiografia,
all’osservanza di una normativa più o meno vincolante.
Non si tratta però ancora di un imperioso strumento legislativo;
tanto più che a lungo la regola per eccellenza è
la Scrittura: l’esempio della comunità modello
sono infatti gli apostoli riuniti attorno a Cristo. Col XII
secolo si ha un’ulteriore evoluzione segnata dalla nascita
dell’Ordine, inteso non più come uno stile di vita
ma come realtà istituzionale.
Bernardo di Chiaravalle e Sergio
di Radonez
di Aleksej Judin
Bernardo
di Chiaravalle e Sergio di Radonez, entrambi mistici, ma diversi
per indole, cultura e attività, sono messi a confronto
nella loro qualità di riformatori del monachesimo rispettivamente
nel XII secolo in Europa e nel XIV in Russia. Il raffronto evidenzia
un unico spirito con modalità diverse. Primo punto: la
riforma del monachesimo; Bernardo recupera il carisma di san
Benedetto; Sergio ricostruisce dal nulla una tradizione perduta.
Secondo punto: lavoro e preghiera. Per Bernardo il lavoro è
consapevole, progettuale collaborazione con Dio. Per Sergio
è cristianizzazione della vita a partire da sé.
Terzo punto: la cultura. Bernardo è il grande intellettuale
che combatte il nascente razionalismo con la parola e gli scritti;
Sergio non scrive nulla ma diventerà indirettamente il
padre della cultura religiosa russa. Quarto punto: la politica.
Entrambi molto impegnati col potere, ma come attori «apolitici»
spinti dall’intuizione mistica che la fede ha un compito
storico hic et nunc.
L’escatologia come dimensione
del cristianesimo
di Aleksandr Kyrlezev
Il
cristianesimo, l’avvenimento di Cristo, Signore e Salvatore
della storia, è la religione storica per eccellenza e
ha in questo senso una dimensione necessariamente escatologica,
relativa al momento ultimo della storia stessa. Ma che resta
della storia se il Signore della storia è già
qui? La risposta è data dal dogma di Calcedonia: non
si può ridurre tutto al solo agire storico, ma nemmeno
negarlo in uno spiritualismo che sacralizza l’anima e
profana tutto il resto: sulla croce di Cristo vengono crocifissi
sia lo storicismo sia lo spiritualismo; vengono cioè
mantenute entrambe le dimensioni, orizzontale e verticale; si
trova la verità dell’uomo, dato a se stesso, ma
in attesa di compimento; si capisce in che senso Cristo sia
Alfa e Omega, fine che apre continuamente nuovi spazi di vita;
si capisce che la storia per trovare il suo valore deve superare
la sua autosufficienza. Tutto ciò a livello personale
inizia nel Battesimo, avvenimento escatologico per eccellenza.
La lingua slava ecclesiastica
nella cultura russa
di Ol’ga Sedakova
L’originaria vocazione
dell’ortodossia alla bellezza si trasmette efficacemente
nell’armonia e nella forza espressiva di una lingua, lo
slavo ecclesiastico, dalle caratteristiche uniche. Questa lingua
suonava familiare a tutta la koiné culturale della Slavia
Orthodoxa, ma al tempo stesso era «quasi comprensibile»,
perché, a differenza del latino, non esprimeva una civiltà
ma era stata creata esclusivamente per l’uso sacro, solo
per pregare Dio, con materiale verbale slavo e spirito greco.
È un esempio di diglossia: due lingue recepite come una
sola, ma le cui sfere d’impiego non si intersecano. Il russo
ha appaltato allo slavo tutta la sfera dei concetti elevati, per
questo la poesia aulica è piena di slavismi, fino ai giorni
nostri. Per questo lo slavo non è una lingua concreta ma
simbolica. La diglossia può generare degli equivoci, per
l’involontaria lettura di parole slave secondo il senso
russo. Per superare questo problema Sedakova ha compilato un nuovo
tipo di dizionario.
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L’eterno nel quotidiano
di Simona Beretta
La
crisi economica mondiale esige che si affronti il problema del
lavoro con grande realismo, e la questione più reale
oggi è ritrovare il significato del lavoro, cioè
il suo legame con il senso della vita. Il lavoro è la
chiave della questione sociale perché rispecchia il dinamismo
dell’uomo che cerca il compimento di sé. Le analisi
meccanicistiche non danno ragione della natura del lavoro che
non è soltanto «fare» individualista e autarchico,
ma è «agire», rapporto dialogico aperto.
Attraverso l’agire entra nel mondo la novità; lo
sviluppo si documenta proprio come una «generazione»
non meccanica di novità, esito di intuizione, cura, tenacia
e gusto gratuiti, che eccedono la pura necessità, il
calcolo materiale. Il lavoro come actus personae porta l’impronta
del Creatore. Questo spiega l’eccezionale «cultura
del lavoro» dei monaci che prendevano la misura da Dio.
Il vero sviluppo è un dono, per l’uomo che accoglie
la vocazione divina a prendersi cura degli altri e del mondo.
Dalla Parola alla parola
di Eddo Rigotti
Il legame fra Parola come Sapienza e Logos e parola come linguaggio non è semplicemente una connessione semantico-retorica, ma è di natura ontologica. Per mostrarlo si ricostruisce la connessione essenziale che lega il linguaggio, come momento costitutivo della ragione, alla ragione stessa, come strumento attraverso cui il soggetto umano si connette con la realtà in quanto tale. In effetti, alle tre modalità con cui opera la ragione (concetto, enunciazione e argomentazione) corrispondono altrettanti livelli dell’organizzazione linguistica. Il concetto di linguaggio non esaurisce però il concetto di ragione, che ha un essenziale di più rispetto al linguaggio stesso; ciò è evidente là dove ci si innalza dalle cose al loro perché, inteso come origine, destino e fondazione delle cose. È a questo ultimo livello, costitutivo dell’uomo, che si capisce che il destino del discorso umano è quello di andare alla ricerca di quella ragione – la Parola – che dà senso alla totalità.
L’ideale del
monachesimo in Dostoevskij
di Tat’jana Kasatkina
Il magistero carismatico porta in sé grandi pericoli quando non è esercitato con l’opportuno discernimento spirituale o quando l’obbedienza viene ridotta a un gesto meccanico. Dostoevskij ne I Fratelli Karamazov mostra la complessità di questo rapporto sviluppando le sue meditazioni attraverso la Leggenda del Grande Inquisitore e la storia di Alësa e dello starec Zosima e mostrando come Alësa abbia rischiato di sostituire la paternità di Dio con quella dello starec. È Dio, invece, l’unico padre ed è solo all’interno di questa paternità che può nascere un vero rapporto di discepolanza e una vera libertà, come mostra l’esito della pretesa del Grande Inquisitore. Senza il riconoscimento della paternità di Dio, l’uomo non realizza la vera libertà ed è solo tentato di farsi più grande dei propri simili, mentre la via cristiana è quella determinata dal detto di Cristo: «Il più grande tra voi sia vostro servo»; è in questo farsi piccoli che si rende possibile la vera paternità.
Il deserto della metropoli
come sfida
del nostro tempo: le risposte
del monachesimo, della
poesia
e del pensiero
di Natal’ja Likvinceva
La
società contemporanea è assediata dal deserto, da
quella solitudine particolare che è caratterizzata dall'anonimato,
dalla scomparsa dei volti o da una vita senza patria o dove la
patria e la casa sono solo degli strumenti utili, senza più
alcun rapporto con il senso e con la verità della vita.
A questo deserto risponde il monachesimo (si pensi alla fraternità
monastica cattolica di Gerusalemme, fondata da P.-M. Delfieux
o all'esperienza della monaca ortodossa madre Maria Skobcova),
che non è fuga dal mondo, ma quell'autentica donazione
di sé al mondo che è possibile solo per chi non
si confonde col mondo stesso e per chi ha da dargli qualcosa di
più del proprio nulla. È a partire da questa esperienza
che può nascere una nuova percezione del mondo come portatore
esso stesso di un'integralità che non è di questo
mondo e che è esemplarmente vissuta dal monaco e intuita
dal poeta (secondo le immagini di autori come S. Stratanovskij
e O. Sedakova).
Rotture e legami: le
sorti della pietà
tradizionale nella Russia del XX secolo
di Aleksandr Kraveckij
La
tradizione è un fattore essenziale per la coscienza ortodossa,
ma quando la tradizione viene interrotta e poi ricostituita, non
si riesce più a distinguere fra tradizione e innovazione.
Dopo il periodo delle persecuzioni la Chiesa ortodossa russa ha
conosciuto due epoche di «ricostruzione» molto diverse:
la prima alla fine della guerra, la seconda a cavallo degli anni
’80-90. Se nel ‘44-47 è stato recuperato quello
che rimaneva del passato, dagli anni ‘60 sono entrati nella
Chiesa intellettuali che apprezzano l’ortodossia più
dal punto di vista culturale e artistico. Mancando un’autentica
tradizione ecclesiale, questi neofiti ne inventano una a partire
dai loro studi storici e filologici. Aberrazione della memoria
storica. Gli esempi sono innumerevoli: l’interesse per l’esicasmo,
erroneamente considerato perno dell’ortodossia, il recupero
dell’iconografia e del canto antichi cancellando secoli
di evoluzione, sino ai costumi spiccioli di una devozione pseudo
popolare.
Confraternite monastiche
e circoli filosofico-
religiosi a Pietrogrado-Leningrado nel 1917-1932
di Michail Skarovskij
I
primi attacchi aperti contro la Chiesa dopo il ‘17 suscitarono
un generale revival religioso nel paese. Nel 1917-1918 sorsero
svariate organizzazioni, anche di massa, soprattutto a Pietrogrado.
Una forma molto efficace fu quella delle confraternite, dove monaci
e laici collaboravano strettamente; la più importante fu
quella di Sant’Alessandro Nevskij. Le attività e
le regole di vita erano duttili, adattandosi al variare della
situazione politica. Altre forme furono le comunità monastiche
clandestine, e i circoli teologico-filosofici, che ebbero il merito
di avvicinare ai temi religiosi il fior fiore dell’intelligencija.
Nel 1928-1929 il governo passò alla persecuzione dura;
l’ultima confraternita fu dispersa nel 1932. Ma gruppi isolati
di confratelli continuarono in clandestinità la vita comune.
Questa esperienza diede alla Chiesa ortodossa numerose personalità
di grande spicco, che purtroppo vennero quasi del tutto annientate
col Grande terrore. |
Laico, cioè
cristiano:
l’esperienza dei Movimenti nella Chiesa
di Stefano Alberto
Molti
nuovi movimenti ecclesiali hanno forti analogie con le forme monastiche
proprio nel quaerere Deum, che è alla radice stessa del
monachesimo. Quaerere Deum implica il duplice movimento dell’uomo
che riconosce la propria struttura originale, e di Dio che non
smette di cercare. Il cristianesimo si riscopre oggi per il fascino
di un incontro umano che riattualizza il Battesimo, grazie al
quale siamo già nel presente «creature nuove».
Nei movimenti questo dono dello Spirito si comunica con forza
persuasiva, diventa comunione. È l’esperienza stessa
della Chiesa nei suoi due aspetti costitutivi: dimensione istituzionale
e dimensione carismatica. Scopo di un movimento è mostrare
la pertinenza della fede alle esigenze della vita, e la storia
recente delle comunità cristiane in URSS, con la loro testimonianza
davanti al mondo (il processo di Pores) è segno che la
fede vissuta in prima persona trasforma anche le circostanze più
negative, secondo le parole di don Luigi Giussani.
Il monachesimo clandestino
in URSS
e i suoi rapporti
con la cultura secolare
di Aleksej Beglov
Dagli
anni ’20 ai ’40 il monachesimo russo deve affrontare
le persecuzioni, con l’obiettivo preciso di conservare la
tradizione ascetica ortodossa nelle nuove condizioni. Delle varie
forme assunte, la più vitale è quella delle comunità
clandestine di monaci attorno a uno starec. Scomparse le forme
esteriori del monachesimo, restano il lavoro-obbedienza e le regole
di vita monastica, troppo essenziali per essere eliminate, bisogna
dunque adattarli alle nuove circostanze, conservandone la finalità
spirituale. Così il lavoro «civile» diventa
momento educativo: dev’essere svolto con coscienza, responsabilità
e carità. Gli starcy fanno delle scelte inedite nelle nuove
situazioni e le difficoltà diventano occasione di creatività
e di purificazione dalle forme tradizionali ormai vuote. Alla
loro scuola, i monaci clandestini, pur celando a tutti il proprio
stato, si integrano nella società sovietica e sviluppano
l’evangelizzazione (attraverso la cultura) e la cura del
prossimo.
Che cosa cerca in monastero l'uomo di oggi?
di Petr Mescerinov
Il monachesimo è un fenomeno intimamente ecclesiale, escatologico, massimalista. Escatologico non perché guarda all’aldilà, ma perché vive il regno di Dio qui e ora; massimalista perché tiene desta questa tensione escatologica richiamando ad essa tutta la Chiesa. L’uomo che intraprende oggi il cammino monastico deve affrontare quattro tentazioni: l’ascetismo ipertrofico, ma l’ascesi non è uno scopo in sé, serve solo a permanere in Dio con la mente e il cuore. La pretesa di farsi «maestro spirituale» senza averne il dono, a cui corrisponde l’infantilismo dei credenti che scaricano su altri la propria responsabilità. Lo schematismo, ossia cercare la «garanzia» della salvezza nell’osservanza dei precetti esteriori. L’individualismo, causato dalla meschinità della vita comunitaria. Eppure anche oggi, chi si pone sulla via del monachesimo con serietà trova il significato, l’amore, la pace, la fortezza, la giustizia e la libertà in Cristo.
Il monachesimo oggi
in Occidente
di Sergio Massalongo
Scopo del monachesimo oggi è far vedere una vita in cui Cristo è tutto. L’attuale fiducia dell’uomo nella scienza e nelle proprie capacità costituisce uno spostamento dell’ordine naturale delle cose che produce una riduzione di umanità. Tale riduzione, che colpisce anche il monachesimo, indebolisce la fede. La comunità benedettina di Buccinasco, accogliendo un dono di Dio suscitato dallo Spirito, ha recuperato lo spirito originario secondo alcuni punti chiave: la coscienza che il monachesimo non è una scelta particolare ma via paradigmatica di ogni cristiano. Che il monastero è una comunità-comunione in cui ciascuno realizza il rapporto costitutivo con Cristo. Che l’ora et labora esprime l’unità dei gesti della vita, tutti dentro il rapporto con Cristo; che la realtà dev’essere trasformata secondo la mentalità di Cristo. Nel monastero, luogo della misericordia, tutto è perdonato e recuperato: «Vale la pena di vivere una missione così grande per sostenere la speranza dell’umanità».
Sergej Fudel’
e il «monastero nel mondo»
di Georgij Gorbacuk
Nel
1957 Sergej Fudel’ portava a termine l’opera La via
dei Padri per indicare ai cristiani d’oggi da dove ripartire
per vivere la fede. Una dimensione presente nella Chiesa sin dalle
origini è quella del «monastero nel mondo»:
stare davanti al volto di Cristo nel frastuono della storia. La
via dell’ascesi personale, attraverso la rinuncia e la preghiera
per giungere alla visione di Dio, ha un’unica motivazione
profonda: l’amore a Dio (non ci sarà richiesto se
abbiamo digiunato e pregato, ma solo se abbiamo amato), e un unico
metodo fondamentale: la memoria costante della Sua presenza. |