COLOSSEI DEL XX SECOLO
M. Skarovskij: Antonij Maleckij, il don Bosco di San Pietroburgo


Continuando una tradizione che si ripete ogni anno, il 17 gennaio 2000 i cattolici di San Pietroburgo hanno celebrato il sessantacinquesimo anniversario della morte del vescovo Antonij Maleckij, grande personalità, padre e benefattore dell'infanzia abbandonata, che gli amici chiamavano, quand'era ancora in vita, "il don Bosco di San Pietroburgo". Amministratore apostolico di Leningrado, conobbe le prigioni zariste e quelle sovietiche. In concomitanza con la data dell'anniversario si è svolto un simposio di due giorni, intitolato "Monsignor Antonij Maleckij (1861-1935): la vita, l'attività pubblica e benefica, il martirio"; al termine, nella chiesa di San Stanislao è stata scoperta solennemente una lapide in memoria del vescovo e dei suoi meriti.
Antonij Iosifovich Maleckij nacque il 17 aprile 1861 a San Pietroburgo nella famiglia di un colonnello del genio, discendente da un antico casato di nobili polacchi, che si erano stabiliti in Lituania. Dopo aver terminato il ginnasio all'"Annen-Schule" il giovane, su insistenza del padre, cominciò a studiare all'accademia del genio, ma nel 1880 la abbandonò per iscriversi al seminario cattolico di San Pietroburgo. Dopo aver terminato gli studi a pieni voti, il futuro vescovo fu ordinato sacerdote dal metropolita di Mogiljov Aleksandr Gintovt, nel maggio 1884. Dapprima fu nominato vicario della chiesa di Sant'Antonio a Vitebsk e un anno dopo vicario della cattedrale di Minsk. Ben presto il parroco della cattedrale morì e padre Antonij, su indicazione delle autorità ecclesiastiche, subentrò nelle sue funzioni. Tuttavia, le autorità statali non riconobbero questa nomina e arrestarono il giovane e indipendente sacerdote con il pretesto che si era rifiutato di consegnare le chiavi della chiesa "per permettere di effettuare un'ispezione". Nel 1886 padre Antonij fu condannato al confino nel governatorato di Orenburg, "come prete cattolico degenere e insubordinato al governo". La pena fu poi commutata in tre anni di isolamento nel monastero di Aglona, in Lettonia. Un anno dopo, il metropolita Simon Kozlowski ottenne la liberazione del sacerdote, e nel 1887 lo nominò vicario della chiesa di San Stanislao a San Pietroburgo. Qui Maleckij si concentrò sull'assistenza ai bambini abbandonati. Per conoscere il metodo pedagogico innovativo creato da don Bosco padre Antonij si recò a Torino, e al suo ritorno, nel 1890, creò un rifugio per i primi sei bambini. Col tempo, il ricovero si trasformò in una scuola professionale, con una falegnameria e una legatoria. Il numero degli allievi aumentò e nel 1896, per iniziativa di padre Antonij, su un appezzamento di terreno che aveva acquistato in via Kirillovskaja al numero 19, fu costruito un edificio in legno che ospitava l'orfanotrofio gestito dall'Associazione cattolica di beneficenza della cattedrale di Santa Caterina. Dal 1897 Maleckij fu vicario di questa cattedrale e al tempo stesso, dal 1896, fu rettore della cappella del Sacro Cuore di Maria, allestita presso l'orfanotrofio. Sempre nel 1896, padre Antonij fondò a Pietroburgo il primo ginnasio polacco e in seguito, fino all'autunno 1918, fu responsabile delle scuole cattoliche private polacche. Per la sua instancabile attività benefica ed educativa nel 1915 il sacerdote fu insignito del titolo di canonico onorario e dell'ordine di Sant'Anna di terzo grado
(1).

I primi scontri


Le prime iniziative antireligiose del potere sovietico ebbero ripercussioni negative anche sulla sorte degli istituti diretti da Maleckij. Nell'autunno 1918 furono nazionalizzate le scuole private cattoliche e fu proibita l'attività caritativa della Chiesa. Anche sulla chiesetta del Sacro Cuore di Maria gravava la minaccia della chiusura, perché, secondo le autorità sovietiche, rientrava nella categoria delle cappelle "di famiglia". La chiesa si salvò grazie a un appello inviato dall'arcivescovo di Mogiljov Eduard von Ropp al Commissariato per l'istruzione il 23 novembre 1918. Il 17 maggio 1919 la commissione speciale del dipartimento di giustizia del Soviet di Pietrogrado fece un sopralluogo e giunse alla conclusione che la chiesa non ostacolava il funzionamento della scuola della sezione polacca del Soviet di Pietrogrado, organizzata negli edifici dell'ex scuola professionale cattolica e del convitto. Di conseguenza, il 21 maggio il dipartimento di giustizia comunicò alla sezione amministrativa che non c'erano motivi per trasferire la chiesa in un altro locale. Nell'ottobre 1919 la cappella fu riconosciuta ufficialmente come chiesa parrocchiale a tutti gli effetti e padre Antonij ne rimase parroco, con alcune interruzioni, fino al novembre 1930.

"Senza timore"

Presentendo l'imminente arresto, l'arcivescovo Eduard von Ropp fin dal 9 gennaio 1919 aveva nominato cinque vicari, tra i quali anche monsignor Maleckij. Il 29 aprile il metropolita fu veramente arrestato e alla fine del 1919 espulso dal paese; subentrò nelle sue funzioni l'arcivescovo Jan Cieplak, ma il 2 aprile 1920 finì sotto arresto per tre settimane. In questa situazione, fu proprio padre Antonij ad assumere le funzioni di vicario del metropolita. Il 6 aprile, durante una riunione di sacerdoti, diede lettura delle disposizioni di monsignor von Ropp e comunicò "che si sarebbe assunto senza timore l'amministrazione della diocesi, poiché contava sulla collaborazione di tutto il clero". Comunicò inoltre "che, secondo la volontà del metropolita, nelle questioni riguardanti il governo della Chiesa si sarebbe consultato con padre Budkiewicz e padre Trojgo". Durante le riunioni del 6 e del 7 aprile si decise di inviare una delegazione a Mosca, di spedire dei telegrammi di protesta da parte di tutte le parrocchie, di organizzare una processione con la partecipazione dei sacerdoti e di promuovere altre iniziative(2). Le misure prese si rivelarono efficaci: l'arcivescovo Jan fu liberato e nel 1921 nominò Maleckij rettore del seminario semiclandestino che era stato fondato allora a Pietrogrado nell'infermeria dell'ex seminario, chiuso nel 1918. Padre Antonij ne assunse la direzione, che mantenne fino al marzo 1923. In quel periodo si susseguirono nuovi tentativi di chiudere la chiesa del Sacro Cuore di Maria. Il 7 febbraio 1922 il collettivo comunista della scuola professionale sovietica n. 37 e dell'orfanotrofio n. 28 scrisse una petizione sulla necessità di chiudere la chiesa: "1) I bambini spesso vanno in chiesa per partecipare a conversazioni religiose di vario genere, che non sono conformi allo spirito comunista... 4) Le prediche influenzano i bambini, inculcando loro lo spirito anticomunista; inoltre, il sacerdote organizza in chiesa conversazioni, lezioni di catechismo e incontri di vario genere con la lanterna magica". In un'altra dichiarazione, il collettivo dei comunisti chiese che la legna della chiesa fosse consegnata all'orfanotrofio(3). Il giorno stesso, in tarda serata entrò in chiesa una commissione capeggiata da Bobikov, responsabile del dipartimento per i culti del quartiere dello Smol'nyj, il quale esibì un mandato dell'anno prima, che dava la facoltà di denunciare e di eliminare le cappelle private. Nonostante l'assenza del parroco e le proteste del vicario, padre Mechislav Shavdinis, la chiesa fu chiusa e sigillata. In realtà, la commissione non avrebbe potuto fare un inventario dei beni. Nel verbale in cui si parla di questo incidente, padre Shavdinis spiegò: "Ho impedito al cittadino Bobikov di fare l'inventario dei beni della chiesa, perché nel mandato si parla di cappelle di famiglia, mentre la nostra è una chiesa parrocchiale". Il 9 febbraio alla sezione amministrativa del Soviet di Pietrogrado giunsero le dichiarazioni dell'arcivescovo Cieplak e dei parrocchiani. Nella prima, il capo della diocesi chiedeva di togliere immediatamente i sigilli, "tanto più che sono rimaste chiuse in chiesa delle lampade accese", di proteggere i cattolici da questo genere di prevaricazioni e di denunciare Bobikov per azioni provocatorie e non autorizzate. I parrocchiani, invece, chiedevano non solo di far riaprire la chiesa, ma anche di restituire la casa parrocchiale: "Nel 1918 i laboratori e le scuole sono stati nazionalizzati ed è stata confiscata la casa in cui viveva il nostro reverendissimo monsignor Maleckij, che malgrado l'età avanzata è stato costretto a stabilirsi nel seminterrato della chiesa, dove abita a tutt'oggi. Riteniamo che per amore di giustizia debba essere restituita la casa parrocchiale, confiscata ingiustamente all'atto della nazionalizzazione della scuola". Di fronte a una reazione così decisa, le autorità furono costrette a scendere a compromessi e il 9 febbraio tolsero i sigilli alla chiesa e permisero che vi si svolgessero le funzioni(4).

"Una folla di trecento persone..."


Ben presto, seguì un nuovo conflitto durante il periodo della confisca degli oggetti preziosi delle chiese, promossa, si diceva, per soccorrere le vittime della carestia nella regione del Volga. In realtà, solo una minima parte degli arredi e dei vasi sacri confiscati fu destinata a questo scopo. Nel suo rapporto sugli avvenimenti legati alla chiesa del Sacro Cuore di Maria all'inizio del maggio 1922, il presidente della sottocommissione per la confisca degli oggetti sacri del quartiere dello Smol'nyj, scriveva: "Nella chiesa cattolica il prete non ha lasciato entrare la commissione nel santuario: si è messo in ginocchio davanti alla porta e ha dichiarato che, per entrare, prima dovevamo passare sul suo cadavere. La commissione non è entrata nel santuario perché, secondo l'inventario, vi erano custoditi solo degli oggetti che non potevano essere requisiti, in quanto necessari per celebrare la liturgia. Inoltre la commissione ha evitato il conflitto, perché in chiesa si sono radunati trenta polacchi, e fuori ce n'erano altri trecento, per la maggior parte teppisti, ragazzini e donne. Siamo riusciti a portar fuori gli oggetti senza problemi"(5). Il 12 marzo dello stesso anno, i parrocchiani rifiutarono di firmare una transazione con i rappresentanti delle autorità e il 21 novembre non firmarono un certificato sull'utilizzo della chiesa, perché quei documenti violavano le norme canoniche. Allo stesso modo agirono anche i fedeli delle altre parrocchie cattoliche di Pietrogrado, per cui tutte le chiese cattoliche della città furono temporaneamente chiuse. Alla chiesa del Sacro Cuore di Maria furono apposti i sigilli il 5 dicembre 1922, e il parroco allestì una cappella provvisoria nel seminterrato.

Da detenuto a vescovo clandestino


Il 2 marzo 1923 Maleckij, assieme ad altri quattordici sacerdoti cattolici, ricevette l'ingiunzione di recarsi a Mosca, per comparire davanti alla Corte suprema. Il 10 marzo i sacerdoti giunti da Pietrogrado con l'arcivescovo Cieplak furono arrestati e ben presto trasferiti nella prigione di Butyrki. Il processo politico sul "caso" dei sacerdoti cattolici si svolse dal 21 al 26 marzo; padre Antonij, che si era comportato con coraggio durante le udienze, fu condannato a tre anni di carcere.

Scontò la pena nelle prigioni di Sokol'niki e di Archangel'sk, dove subì l'ennesimo infarto. Grazie alla campagna di protesta della comunità internazionale, molti sacerdoti condannati per il caso Cieplak furono messi in libertà prima del termine stabilito: tra questi, nel gennaio 1925, anche monsignor Maleckij. Padre Antonij fece ritorno a Leningrado(6) e ricominciò a celebrare nella chiesa del Sacro Cuore di Maria, presso la quale aveva organizzato un seminario minore e un circolo giovanile(7).
Nel 1926 su decisione della Sede Apostolica venne riorganizzata la struttura direttiva dell'arcidiocesi di Mogiljov: al posto dei decanati furono fondate cinque Amministrazioni apostoliche, tra cui quella di Leningrado, guidata da Maleckij. Questi il 13 agosto fu consacrato vescovo clandestinamente in una cappella della chiesa francese dal vescovo d'Herbigny, giunto a Leningrado dall'Italia. D'Herbigny gli consegnò inoltre una forte somma di denaro per le necessità della chiesa, per i sacerdoti bisognosi e soprattutto per organizzare un seminario. Durante un interrogatorio alla sede dell'OGPU(8) il 12 settembre 1930, il vescovo Antonij depose: "Non ho nascosto i miei desideri a questo riguardo e ho dichiarato molto apertamente che i giovani potevano e dovevano studiare... D'Herbigny non aveva perso la speranza che il governo permettesse di aprire un seminario, nel qual caso avremmo dovuto avere già pronto un gruppo di giovani. Personalmente, ero convinto che il governo ci avrebbe concesso di aprire il seminario"(9). Tuttavia, le autorità non diedero alcun permesso. Ciononostante, grazie agli sforzi di Maleckij, nell'ottobre 1926 in un appartamento privato di Leningrado aprì i battenti un seminario clandestino con otto allievi. Lo stesso vescovo vi insegnava tedesco e francese. Presto seguirono le repressioni, nel gennaio 1927 il seminario fu devastato e alcuni allievi e docenti arrestati. Gli organi dell'OGPU decisero di allontanare dalla città anche il vescovo, ma di farlo, possibilmente, senza processo, per non attirare l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale. Alla fine di aprile del 1927 proposero a Maleckij di andarsene ad Archangel'sk, minacciando, in caso di rifiuto, di farlo deportare sotto scorta. Il 5 maggio il vescovo fu arrestato, e il 13 maggio fu inviato al confino senza che gli fosse notificata alcuna accusa formale e senza istruttoria. La sua improvvisa scomparsa suscitò forte scompiglio tra i parrocchiani della chiesa del Sacro Cuore di Maria, che il 15 maggio inviarono a Komarov, presidente del Comitato esecutivo di Leningrado, una dichiarazione firmata da 79 persone, in cui si diceva: "Ci rivolgiamo a lei, compagno Komarov, perché giorni fa è scomparso il nostro vescovo cattolico Maleckij Antonij Iosifovich, di anni 67, nativo di Leningrado, anziano, oltre che malato. Non sappiamo dove sia finito: è chiaro che è stato arrestato o addirittura deportato, ma non si sa da chi e per quale ragione. Sappiamo che il vescovo non ha commesso alcun male, e se anche avesse qualche colpa, il suo caso dovrebbe essere sottoposto a pubblico giudizio. Ma come tutti sanno, il vescovo Maleckij ha vissuto per più di 45 anni a Leningrado ed è stato un buon sacerdote, un cittadino onesto, che non si è mai occupato di politica, ha costruito in via Kirillovskaja al numero 19 una chiesa, una scuola-modello e altri ricoveri per gli orfani poveri e ha lavorato tutta la vita per il bene del popolo...". I parrocchiani garantivano l'innocenza del vescovo e chiedevano che fosse messo in libertà. Il 18 maggio gli organi dell'OGPU risposero, nascondendo la verità, "di non aver arrestato, né deportato il cittadino Maleckij"(10). Ne fu data notizia ai fedeli che, approfittando della situazione anomala, ottennero dalle autorità cittadine che il loro pastore fosse fatto tornare. Nell'autunno 1928 il vescovo Antonij tornò a Leningrado. La sua situazione restava, tuttavia, precaria, perciò l'8 dicembre consacrò vescovo clandestinamente padre Teofilis Matulionis, nominandolo suo vicario. Il 4 dicembre 1928 Maleckij ordinò sacerdoti due giovani, giunti con una lettera di presentazione dell'amministratore apostolico di Kiev. Il vescovo continuò anche a preparare nuovi sacerdoti a Leningrado: in particolare, nel dicembre 1929 diede alloggio nel proprio appartamento al giovane disegnatore e progettista Kaetan Shiker. A poco a poco, sul vescovo ricominciarono ad "addensarsi le nubi". Per quasi tutta l'estate del 1930 l'OGPU si impegnò a costruire un caso attorno alla sua attività. Inizialmente avrebbero voluto unire la sua pratica a quella di padre Iosif Dzemjan, arrestato il 17 giugno, ma in seguito la inserirono nell'istruttoria del gruppo dei parrocchiani Merzhickij, Shiker, Bujnovskij e Ljaus, della chiesa del Sacro Cuore di Maria. Il vescovo fu accusato di avere rapporti illegali con stranieri, di diffondere testi antisovietici, di aver organizzato in passato un seminario clandestino e di svolgere propaganda antisovietica durante le prediche. Per quasi tutto il periodo dell'istruttoria, monsignor Maleckij rimase agli arresti domiciliari. Il 12 settembre e il 13 ottobre 1930 l'anziano vescovo fu sottoposto a due interrogatori, durante i quali dimostrò grande tenacia e dominio di sé, respingendo le accuse che gli venivano mosse, senza però nascondere le proprie convinzioni: "Non mi sono mai occupato di politica, e me ne sono astenuto in particolar modo sotto l'attuale regime. Mi interesso solo di religione e in qualsiasi caso la mia unica preoccupazione è che il popolo sia religioso... Nelle mie prediche non ho nascosto al popolo che al momento attuale è difficile essere vescovo, poiché sulla Chiesa e sul clero incombono tremendi pericoli... Ho sempre invitato i fedeli a essere dei cattolici convinti, perché, a mio avviso, senza convinzione l'uomo non può far nulla; ho anche espresso il pensiero che in altri paesi, dove la fede cattolica può essere professata liberamente, è facile lavorare e si può portare la religione anche nelle scuole, mentre qui i cattolici sono malvisti e si può predicare la religione solo in chiesa. Non ho avuto e non ho contatti con l'estero". Nonostante le pressioni del giudice istruttore, monsignor Maleckij non fece alcuna deposizione che potesse compromettere gli altri sacerdoti, e sottolineò: "Avvalendomi dei poteri che, com'è noto, mi sono stati conferiti da Roma, ho modificato il diritto canonico, permettendo ai sacerdoti di agire secondo coscienza, di propria iniziativa, senza l'obbligo di mettermi al corrente di quel che facevano. Perciò, è chiaro che se un sacerdote ne ha la possibilità e il desiderio, può insegnare il catechismo ai bambini, può predicare come gli detta la coscienza e via di seguito. Con questo non voglio dire che i sacerdoti abbiano insegnato il catechismo ai bambini. Non ne sono informato. Posso solo parlare per me: il mio unico desiderio è che aumentino i credenti, perciò ho detto molto apertamente a tutti i parrocchiani che è loro dovere dare ai propri figli un'educazione religiosa"(11). Il 20 novembre il vescovo Antonij fu arrestato dopo una liturgia solenne celebrata nella cattedrale di Santa Caterina il giorno della festa patronale, e il 21 novembre 1930 fu condannato dalla Trojka(12) dei rappresentanti dell'OGPU presso il distretto militare di Leningrado a tre anni di confino nella Siberia orientale. Qui Maleckij visse per più di tre anni tra i buriati nel villaggio di Dubinino, nei pressi della città di Bratsk, regione di Irkutsk. "Abito in un casolare sperduto tra alte montagne coperte di cespugli, dove vivono gli orsi, sulla bellissima riva del fiume Angara", scriveva il vescovo a Leningrado, "Qui si può stare in rapporto con Dio in assoluta solitudine. Desideravo, alla fine della mia vita, ritirarmi nel silenzio di un monastero. Ho trovato questo angolino, ma è così lontano: lontano da tutti e dal lavoro della parrocchia, che mi è tanto caro. Qui non c'è neanche un cattolico... Sia fatta la volontà di Dio! Per ora vivrò come se fossi in monastero"(13). I buriati che abitavano nei dintorni, avevano preso il vescovo a benvolere e lo chiamavano "nonnino". I parrocchiani rimasti a Leningrado si ricordavano del loro pastore e periodicamente gli mandavano dei viveri per posta. La vita era dura, l'anziano vescovo era gravemente ammalato e già attendeva la morte. All'inizio del 1934 il governo polacco riuscì a ottenere il permesso di espatrio dall'URSS per il vescovo deportato. Il 27 febbraio monsignor Maleckij fu liberato, arrivò da solo fino a Irkutsk e poi, accompagnato dal console polacco, proseguì per Leningrado, dove giunse il 6 marzo. Non fu affatto semplice convincere il vescovo, che non voleva abbandonare il suo gregge, a espatriare a Varsavia, dove arrivò il 28 aprile. Lo stato di salute di monsignor Maleckij era talmente grave che dovettero portarlo a braccia fuori dal vagone e fu ricoverato subito all'ospedale delle suore elisabettine. La morte sopraggiunse il 17 gennaio 1935. Fu sepolto nella cattedrale di San Giovanni, nel 1961 i suoi resti furono trasferiti nell'antico cimitero di Powonski e nel maggio 1998 traslati nella cripta dove sono sepolti i vescovi ausiliari di Varsavia. Nel 2000 si è cominciato a preparare il processo di beatificazione. Nell'introduzione al libro di padre Franciszek Rutkowski Il vescovo Antonij Maleckij, il cardinal Aleksander Kakowski ha scritto queste parole, piene di affetto: "Lo abbiamo conosciuto da vicino e abbiamo visto con i nostri occhi gli abbondanti frutti del suo lavoro sulle rive della Neva... Dagli istituti di padre Maleckij nel quartiere di Peski a San Pietroburgo, ogni anno usciva una nuova generazione di giovani preparati seriamente ad affrontare la vita e confermati nelle virtù... Col tempo, questo sacerdote umile e silenzioso ha occupato per volontà di Dio un posto importante nella gerarchia della Chiesa cattolica. Consacrato vescovo, padre Maleckij per alcuni anni ha guidato l'Amministrazione apostolica di Leningrado, operando in condizioni durissime. Solo Dio sa quante sofferenze ha sopportato, quante umiliazioni e persecuzioni ha subito esercitando questa alta carica"(14). Per quasi tutta la vita il vescovo Antonij ha abitato e lavorato sulle rive della Neva e forse, in un futuro non lontano, il nome della capitale del Nord sarà legato indissolubilmente al primo santo cattolico russo, il "don Bosco di San Pietroburgo".


NOTE
1. Cfr. "Nash kraj, Sankt Peterburg", n. 1, 2000, pp. 5-7, 9; "Svet Evangelija", 30 gennaio 2000; M. Shkarovskij, N. Cherepenina, A. Shiker, Rimsko-katolicheskaja Cerkov' na Severo-Zapade Rossii v 1917-1945 gg. (La Chiesa cattolica di rito latino nella Russia Nord-occidentale tra il 1917 e il 1945), San Pietroburgo 1998, p. 229 ss.
2. Archivio della direzione del servizio federale di sicurezza della Federazione russa per la città di San Pietroburgo e la provincia di Leningrado (AUFSB RF SPb), fondo delle pratiche istruttorie d'archivio, d. P-85381, vol. 12, ff. 45-46.
3. CGA SPb, ff. 63-63 verso, 55-56.
4. Ibidem, ff. 53-59.
5. Ibidem, f. 1000, inv. 7, d. 15, ff. 61-62.
6. Così era stata ribattezzata Pietrogrado dopo la morte di Lenin nel 1924. ndt
7. M. Shkarovskij, N. Cherepenina, A. Shiker, cit., pp. 22, 23, 26, 229; "Revolucija i cerkov'", 1923, nn. 1-3, pp. 101-103.
8. "Direzione politica statale", alla quale, il 6 febbraio 1922 vennero trasferite le funzioni della polizia politica. ndt
9. AUFSB RF SPb, fondo delle pratiche istruttorie d'archivio, d. P-86398, f. 93.
10. CGA SPb, f. 1000, inv. 11, d. 323, ff. 1-2.
11. AUFSB SPb, fondo delle pratiche istruttorie d'archivio, d. P-86398, ff. 94-97.
12. Si tratta di tre giudici inquirenti. ndt
13. "Nash kraj", p. 10.
14. Ibidem, pp. 4-5.

Michail Shkarovskij è dottore in scienze storiche e archivista. Ha recentemente pubblicato un libro, basato su documenti autentici delll'epoca, dal titolo La chiesa ortodossa russa sotto Stalin e Chrushchjov, sui rapporti tra lo Stato sovietico e il patriarcato di Mosca tra il 1939 e il 1964.


©2000 La Nuova Europa nr. 6/2000