EDITORIALE


"L'insensibilità alla verità. Vera e falsa tolleranza"

Le discussioni seguite alla pubblicazione della Dominus Iesus ci pare possano destare una considerazione e una domanda. La considerazione è che, dopo una fase di violente proteste nella quale sembrava che il testo della Congregazione per la Dottrina della Fede dovesse essere considerato una sorta di dichiarazione di guerra, siamo tornati alla situazione di sempre, come se niente fosse successo: qualcuno dirà che è la normale dialettica massmediatica, che prevede un rapido e indifferente avvicendarsi delle notizie, altri diranno che è finita l'epoca delle guerre di religione e che c'è qualcosa di più importante di cui occuparsi. Comunque sia, di fronte a scetticismo e indifferenza, la domanda sorge inevitabile. Se oggi tornasse sulla terra quel Gesù di cui si parla nel titolo della Dichiarazione e se di nuovo tornasse a proclamare: «Io sono la Verità», quali sarebbero le reazioni della gente? Ci sarebbe la stessa indignazione suscitata dalla Dichiarazione e dalla sua pretesa, da tanti ritenuta così presuntuosa e antiecumenica? In fondo era stato così anche ai tempi dell'impero romano, quando una parte dello scandalo era stata provocata appunto non tanto dalla proclamazione della Signoria di Gesù, ma dalla sua pretesa di essere il solo Signore. Qualcuno protesterà che il cardinal Ratzinger non è Gesù Cristo, ma l'osservazione, lungi dal contestare quanto stiamo dicendo, non fa che confermare la correttezza e persino l'opportunità storica della Dichiarazione; perché delle due l'una: o quel Signore che ha proclamato duemila anni fa la sua unica e salvifica signoria è incontrabile oggi e non può essere confuso con altri né sostituito da qualche impostore più o meno autorevole e seducente e persino in buona fede, oppure ciò che ha fatto e gli è accaduto resta confinato in una lontana pagina della storia, oggetto del nostro vago ricordo o di una pia e sentimentale contemplazione. Niente di nuovo; in fondo è la solita questione essenziale: o Cristo si è incarnato «per noi» che viviamo, scriviamo e leggiamo, in questo preciso momento oppure la sua salvezza non riguarda noi uomini. Ma non sarà allora che tanti disagi di fronte alla Dominus Iesus nascono proprio da questa attuale insensibilità per la salvezza, da questa mancanza di passione per il proprio destino? Il problema non pare essere oggi quello di una particolare incredulità, quanto piuttosto quello di una fondamentale disponibilità a credere a tutto ciò che si presenta purché non abbia la pretesa di ricevere da noi una qualche risposta: un giudizio, un assenso, una partecipazione e, sia pure, anche un diniego, ma comunque un segno della nostra umana presenza e del nostro umano desiderio che quello che ci viene proposto abbia un senso e sia, come si diceva una volta, o vero o falso. Ma quello che manca è appunto questa sensibilità alla verità e alla ragionevolezza. In un'altra questione discussa in questi giorni (quella nata dalle iniziative attorno ai libri di testo), si è spesso sentita proprio questa obiezione, che l'iniziativa non aveva senso perché «tanto si sa che la verità non esiste»: affermazione rilasciata da una professoressa a una delle reti radio nazionali. E l'affermazione, fatta in nome della tolleranza, ci pare di una violenza e di una irragionevolezza incredibile perché, se la verità non esiste, nessuna affermazione (tanto più quella secondo cui la verità non esiste) può più pretendere di essere vera e di avere quindi un senso. E con che autorità questa professoressa pretenderà allora che i nostri figli preferiscano ascoltare le sue lezioni invece che andare per strada ad ascoltare le proposte del primo che passa? Se non c'è una verità davanti alla quale confrontare le due proposte perché dovrebbero andare da lei? E perché mai noi dovremmo affidarle i nostri figli? Se non esiste la verità e se non si propone un confronto con la verità, ogni affermazione è una violenza insensata; e nel caso di quella professoressa noi non riusciamo a vedere, come fondamento presunto di una sua autorità docente, nient'altro se non il ruolo e il potere. E così l'educazione alla tolleranza diventa l'ideologia del potere, la sacralizzazione del potere, nella presunzione che non è necessario rispondere a niente e a nessuno (a nessuna verità) per pretendere (guarda caso) di insegnare e di educare. Ci pare che la tolleranza debba essere qualcosa di diverso. Innanzitutto è necessaria l'umile disponibilità a verificare la credibilità delle proprie affermazioni di fronte a un criterio oggettivo di verità, perché se davvero non esiste verità, per decidere le questioni controverse resterà soltanto la violenza del più forte o l'indifferenza esangue della maggioranza (non sempre la tolleranza è così tollerante come si presenta); in secondo luogo è necessaria una passione per la realtà e per le persone che vivono con noi e alle quali non possiamo sensatamente proporre qualcosa di cui non riconosciamo il valore, cioè, ancora una volta, la verità: nei tempi di barbarie, i papi che hanno ricostruito l'Europa non l'hanno fatto certo con una potenza che non avevano ma neppure blandendo i barbari con l'idea che distruggere o ricostruire era lo stesso, devono averli convinti che era meglio, più giusto, più bello e, ancora una volta, più vero costruire. Ma per «compiere nelle opere ciò che è celebrato nel sacramento», come diceva san Leone Magno (quello che avrebbe fermato gli Unni), bisognava crederci, tanto umilmente &endash; perché il sacramento non lo crea e non lo domina l'uomo &endash; quanto fermamente &endash; perché non si affrontano i barbari se non si è certi che lo si debba e si possa fare e che ci sia Qualcuno che dà all'uomo un potere, una forza e una verità che l'uomo da solo non ha. E così si ritorna all'inizio: o è possibile vivere oggi in compagnia di quella verità che è Cristo, e si diventa allora capaci di tollerare e di rendere tolleranti anche i barbari, o quella verità non si sa dove incontrarla e allora nulla più vale la pena e la tolleranza stessa promuove l'intolleranza dei violenti, di quelli che si creano, ciascuno da solo e per conto proprio, la loro verità.


©2000 La Nuova Europa nr. 6/2000