EDITORIALE


Non facciamo confusione sui martiri!

Le persecuzioni del XX secolo sono state per il cristianesimo le più violente e le più radicali di tutta la sua storia, così che a buona ragione i cristiani possono considerare questo secolo come quello dei martiri e dei testimoni; è una verità che sta diventando sempre più evidente e indiscutibile, via via che ci si rende conto delle dimensioni della tragedia. Le cifre e le testimonianze che escono, ad esempio, dagli archivi dell'ex-impero sovietico sono sempre più impressionanti e sorprendenti; ma, ancor più delle cifre, è la qualità della persecuzione che si rivela sempre più sconcertante. Probabilmente non abbiamo ancora valutato sino in fondo cosa significasse la lotta del totalitarismo contro il cristianesimo: non la sola persecuzione delle credenze religiose e dei credenti, ma la distruzione, metodica e pianificata, di qualsiasi elemento della realtà che potesse contribuire a ricordare che il reale è costitutivamente rapporto con Dio, che il creato è per definizione rapporto con il suo Creatore. La persecuzione della Chiesa rientrava appunto in questo piano di distruzione della realtà e, in questo senso, si poneva come uno degli strumenti fondamentali dell'abolizione dell'uomo: abolizione resa necessaria perché l'uomo rimandava in maniera privilegiata a Dio e perché tale rinvio rendeva radicalmente contestabile la pretesa di assolutezza del potere. Secolo dei martiri e dei testimoni della fede, dunque, in senso assoluto e per tutti, perché le violenze totalitarie di queste secolo sono state sempre un attacco alla dimensione religiosa dell'uomo in quanto tale. Quanto più strano, allora, che sempre più spesso oggi si senta ridurre questo aspetto e che gli stessi martiri e testimoni esplicitamente cristiani vengano ridotti, nella stessa coscienza ecclesiale, a eroi dei "valori" e della coerenza, a testimoni di un vago umanitarismo o di un amore, sia pur altissimo, ma posto in alternativa alla fede: persone, è stato detto, che vengono uccise non perché credono ma perché amano. È una formulazione che ci pare estremamente riduttiva, al di là delle buone intenzioni e al di là persino di quello strano desiderio di appiattire ad ogni costo le differenze dal mondo laico dei "valori": il martire cristiano è tale per la testimonianza che rende a Cristo, e il suo stesso amore non è una virtù naturale di cui egli sarebbe dotato a prescindere dalla sua fede e dalla sua totale appartenenza a Cristo. È la consapevolezza della presenza di Cristo nella propria vita e nelle proprie azioni che rende il martire capace di ciò che naturalmente sarebbe impensabile: il martire non rende testimonianza alla propria capacità di amare o all'umano desiderio di amore, ma all'amore indicibile di Cristo che vince, prima, la debolezza di ogni singolo uomo e, alla fine, la stessa incapacità di amare dei carnefici. La letizia del martire che affronta la morte non è spiegabile se non alla luce di questo unico amore di Cristo: non è una sorta di ebetudine che finge di non vedere la potenza del male trionfante al di là di ogni virtù ed eroismo umano, è piuttosto la consapevolezza della propria e dell'umana debolezza, riscattata da una forza che dà al martire qualcosa di più dell'amore, quella misericordia che lo rende capace di perdono nei confronti degli stessi carnefici. È la Croce di Cristo che rende il martire testimone di qualcosa, che determina la sua specificità e gli consente di testimoniare una vittoria sul male che, umanamente, nel momento stesso della morte e della tragedia sarebbe pura follia sperare. Per il cristiano che affronta il martirio, la vittoria dell'amore è la vittoria dell'amore di Cristo: è propriamente la vittoria della sua Croce, altrimenti la sua morte sarebbe una disfatta, eroica, stoica, ma pur sempre una disfatta, il culmine di una sofferenza civile, altissima e nobile fin che si vuole ma dolente e irrimediabilmente irredenta. C'è una differenza radicale tra l'ultima lettera di Guevara ai figli e gli atti dei martiri; eliminarla significa banalizzare la testimonianza dei santi e privare della sua stessa dolente nobiltà l'ultimo atto del rivoluzionario, sconfitto ma non domo. Comunque sia, anche soltanto per essere fedeli al dato della storia, i martiri di questo secolo, e in maniera evidente ed esplicita i martiri dei sistemi totalitari, non sono stati sacrificati a causa di una qualche eccezionale manifestazione di amore, accessibile a pochi eroi e in pochi momenti privilegiati; sono stati sacrificati, piuttosto, in odio alla fede che li rendeva quotidianamente capaci di quell'umanità piena che i regimi non potevano tollerare. I martiri, esseri normalissimi, pieni di tutte le debolezze e di tutta l'incapacità di amare che caratterizza l'egoismo umano, diventavano per la forza di Cristo capaci di un amore umanamente inimmaginabile; e per questa forza dovevano essere eliminati. Se poi si tratta di essere fedeli anche alla storia della Chiesa, andrà ricordato che la Chiesa russa è sempre stata così attenta alla specificità cristiana della testimonianza resa dai propri santi, che i primi santi da essa canonizzati, i santi martiri Boris e Gleb, vennero considerati santi non per delle virtù particolari, non per un eroismo sovrumano, non per un amore particolare, ma perché accettarono di patire il martirio esclusivamente come modo di rivivere nelle loro persone la passione di Cristo: si consegnarono ai loro carnefici, senza opporre resistenza al male, non in nome dell'umana o cristiana virtù della non violenza (virtù che non avevano e che li avrebbe rese incomprensibili e inimitabili per tutti i loro fedeli), ma per rivivere nella propria carne la passione del loro Signore, in virtù di una forza che veniva loro da quello stesso Signore e che era per ciò stesso accessibile e comprensibile per tutti gli umili e i deboli di questa terra. E la stessa cosa vale per i martiri di questo secolo: non inarrivabili campioni ed eroi di un amore sovrumano, ma umili testimoni della Croce redentrice di Cristo e dell'amore che da essa si diffonde su tutto il mondo.


©2000 La Nuova Europa nr. 4/2000