Il cardinale Stepinac,un testimone vilipeso
Nella grande figura del cardinale di Zagabria, beatificato nell'ottobre 1998, vediamo un aspetto particolare del martirio: la distruzione della persona attraverso la calunnia. La fama di "ustascia" e di nazionalista attribuita a Stepinac dal regime di Tito purtroppo ha trovato credito a lungo. La gloria degli altari ha finalmente proclamato la veritý su questo vero pastore donato alla Chiesa, il cui motto era: Di nulla mi glorio, se non della Croce.

All'inizio del febbraio 1960 venne da me a Trieste un confratello italiano, direttore di un noto settimanale cattolico della Lombardia. Qualcuno lo aveva indirizzato a me perchÈ desiderava fare un viaggio turistico e di studio in Jugoslavia, di cui tanto si parlava e scriveva in quegli anni del dopoguerra. Anche lui voleva scrivere a puntate qualcosa sulla situazione religiosa in quel paese. Ma aveva bisogno di qualcuno che conoscesse le lingue del paese e lo accompagnasse in un viaggio che sarebbe durato qualche settimana. Al primo posto nel programma di massima c'era una visita a Krasic, per intervistare il cardinal Stepinac. Ma mentre il sacerdote tornava a casa per prepararsi al viaggio, il cardinale morÏ, il 10 febbraio 1960.
Avevamo comunque deciso che il viaggio a Krasic si sarebbe fatto ugualmente. Ma giý in Slovenia ci avvertirono che il paese era ancora sorvegliato dalla polizia, la quale non permetteva a nessuno di entrarvi. Qualcuno ci aveva consigliato di prendere una strada secondaria, nel bosco, che ci avrebbe portato direttamente a Krasic.
Non era una strada facile, anzi, era impervia e pericolosa. Per nostra fortuna la macchina del mio amico era solida come una jeep militare. Ogni tanto si usciva dal bosco e si vedevano a una certa distanza case e villaggi, dove spesso c'erano addirittura due chiese: una in stile romanico, l'altra in stile bizantino. Ricordai che quella era la regione di S’umberak, dove il governo austriaco, qualche secolo prima, aveva mandato ad abitare i cosiddetti uskoki (transfughi), e prima ancora i serbi della Krajina; costoro avevano avuto per lungo tempo il compito di custodire i confini dell'Impero contro i turchi. In seguito questi nuovi abitanti da ortodossi erano diventati cattolici, alcuni di rito bizantino, altri di rito latino. Ecco perchÈ le due diverse chiese.
Finalmente giungemmo a Krasic, paese di nascita e di morte del cardinal Stepinac. Di gente non ne vedemmo molta. Quasi nessuno ci aveva visto arrivare. La prima visita fu per la chiesa parrocchiale, che ci sembrÚ molto modesta, sia dentro che fuori. Entrammo nella canonica lÏ accanto per incontrare il parroco, il quale si meravigliÚ molto della nostra visita. Pare che fossimo i primi giornalisti italiani a mettere piede in quel paese ormai famoso perchÈ, per quasi otto anni, aveva ospitato a domicilio coatto il cardinal Stepinac, sotto stretta sorveglianza, da quando era arrivato da Lepoglava, dove aveva trascorso in carcere altri cinque anni.
Il parroco ci aveva fatto gentilmente vedere le due stanzette messe a disposizione dell'arcivescovo, che proprio a Krasic aveva ricevuto la notizia della nomina a cardinale da parte del papa Pio XII, il 20 novembre 1952. La cosa era stata accolta con molta rabbia dal governo comunista e in particolare dal maresciallo Tito, che anzi ruppe le relazioni diplomatiche con la Santa Sede. IniziÚ cosÏ una nuova campagna propagandistica ancor pił violenta e odiosa contro Stepinac e la Santa Sede. Le parole pronunciate da Tito qualche giorno dopo (il 16 dicembre 1952) durante un comizio a Smederevska Palanka, erano molto chiare: "Il Vaticano sta conducendo una politica imperialista. La politica vaticana e quella italiana si completano… Il Vaticano ha insultato la Jugoslavia nominando cardinale il criminale di guerra Stepinac. Se vuole, Stepinac puÚ andare a Roma, purchË non pensi di ritornare mai pił in Croazia".
Comunque, anche a Krasic, il cardinale restava un semi-carcerato, vigilato dappresso dalla polizia, per cui non poteva avere contatti esterni, ma dava una mano al parroco come fosse un semplice cappellano, soprattutto in confessionale e nella predicazione domenicale. Non poteva perÚ cresimare neanche i parrocchiani di Krasic, per cui in tali occasioni bisognava chiamare il vescovo ausiliare Salis-Seewis, che allora si trovava a Rijeka (Fiume).
Il parroco ci aveva parlato anche di un'altra attivitý del cardinale a Krasic, la sua intensa corrispondenza con vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e altre persone fidate. Sono circa 5000 le lettere scritte in quel periodo, oggi se ne conservano circa 700. La corrispondenza non era ufficialmente proibita al "sorvegliato speciale a piede libero", secondo l'espressione della polizia. In realtý, perÚ, giý la prima lettera spedita per posta era stata sequestrata, aperta e pubblicata. Da quel momento si ricorse a persone di fiducia, che rischiavano molto ma che non vennero mai scoperte. Lo stesso parroco, sospettato di portare la corrispondenza del cardinale, veniva denudato e perquisito.
Quanto alla religiositý dei parrocchiani, il parroco aveva parole di lode e di stima, anche se riteneva la loro fede piuttosto tradizionale e quindi in serio pericolo, quando avessero lasciato il paese. Soprattutto i parenti del cardinale, ma anche gli altri, erano spesso oggetto di calunnie e di aperte persecuzioni, specialmente di carattere economico, perchÈ oberati continuamente di tasse e di contributi in natura, in modo da essere presto ridotti in miseria. Era il tempo delle famose cooperative agricole, che toglievano la terra e il bestiame ai contadini.
Malattia e morte del cardinale
Molto pił volentieri il parroco ci aveva parlato della malattia del cardinale, che lo aveva portato alla morte in pochi anni. Non molto tempo dopo la sua venuta a Krasic da Lepoglava, cominciÚ ad accusare una certa debolezza. Giý il 13 dicembre 1952 aveva cominciato a sentir male alla gamba sinistra. Il medico fatto venire da Zagabria diagnosticÚ una trombosi, che avrebbe anche potuto portarlo alla tomba. Decise di operare immediatamente, nella camera del malato. L'esito sembrÚ buono, ma giý dopo qualche mese apparvero sul volto del cardinale delle macchie rosso violacee, che ben presto si estesero alle orecchie e alle mani. Le analisi di laboratorio rivelarono che si trattava di una malattia seria: la policitemia, ossia l'anormale moltiplicarsi dei globuli rossi nel sangue, che avevano giý superato i 6 milioni. Di questo si parlÚ persino in America e il Congresso approvÚ l'invio di due specialisti con una nuova medicina, il P/32, ossia il fosforo radioattivo da iniettare al malato. Pił tardi si formÚ anche un grosso calcolo alla vescica, che fece soffrire ancora di pił il cardinale, ma questo lo si scoprÏ solo dopo la sua morte. Anche il cuore era indebolito e si diagnosticÚ anche un'infiammazione polmonare, oltre alla trombosi alla gamba destra, che fu operata. Tutte le cure di eminenti specialisti, anche provenienti dall'estero, non servirono molto al malato.
Ormai non usciva pił di casa neanche per andare in chiesa, nemmeno per celebrare la santa messa. Ebbe cosÏ inizio una lunga agonia accompagnata da indicibili sofferenze, che il cardinale offriva per il suo popolo, mentre il mondo seguiva con trepidazione il decorso della malattia. Il 10 febbraio 1960, le cose precipitarono. Il cardinale stesso chiese i sacramenti dei moribondi. Rispondeva alle preghiere dei presenti, soprattutto al rosario, che volle recitato fino alla fine. Chiese anche la candela benedetta, che tenne strettamente in mano. Ripeteva con chiarezza le ultime parole: "Deo gratias" e "Fiat voluntas tua" e cosÏ esalÚ l'ultimo respiro con gli occhi fissi sull'immagine della Madonna Ausiliatrice, grande ricordo della mamma Barbara, e davanti alla quale per decenni si era riunita ogni giorno in preghiera la famiglia Stepinac.
La morte del cardinal Stepinac mise in grande imbarazzo il governo comunista, che lo volle sepolto a Krasic nella tomba di famiglia. Solo pił tardi fu concessa la tumulazione nella cattedrale di Zagabria, che fu un grande trionfo. In tale occasione fu letto il testamento spirituale del cardinale, scritto giý nel 1957 e che costituiva un appello al suo popolo perchÈ perseverasse nella fede. Ecco alcune delle sue parole: "Desidero fare tutto quello che posso per voi anche dopo la morte… Sono penetrati in mezzo a voi gli atei… ma vi dico le parole di san Paolo ai Filippesi: "State saldi nel Signore, carissimi…". Dio Ë amore, amatevi!… Amate anche i nemici, perchÈ questo Ë il comandamento di Dio… La loro condotta non vi impedisca di amarli…".
Queste cose, ed altre ancora, le sentimmo dalla viva voce del parroco, che aveva scritto anche un prezioso diario, nel quale riportava giorno per giorno fatti e conversazioni col suo illustre ospite. Per fortuna lui non era finito in carcere come tanti suoi colleghi parroci e sacerdoti, ma non erano mancati gli interrogatori e le visite della polizia con relative perquisizioni. Forse per renderlo pił malleabile, magari perchÈ riferisse agli inquirenti notizie sull'arcivescovo. Sembra che fu fatto qualche tentativo di introdurre in parrocchia qualche altro sacerdote pił sensibile ai desideri della polizia.
A questo punto ci accomiatammo dal parroco e proseguimmo per Zagabria, per visitare la tomba dell'arcivescovo. Ma subito fuori dell'abitato avemmo l'occasione di sincerarci che il paese era ancora sorvegliato dalla polizia, che scoraggiava chiunque non fosse del luogo ad entrarvi. Le stesse cose si ripeterono pił avanti, all'imbocco della strada per Zagabria. Quindi era evidente che il governo aveva ancora paura di Stepinac, anche se morto e sepolto.
La cattedrale di Zagabria, da quasi un millennio sede della diocesi e centro spirituale di tutta la Croazia cristiana, Ë una magnifica chiesa con due campanili, che ricorda altre cattedrali medievali d'Europa. Era stata anche la sede vescovile di Stepinac sin dal 1934, quando era stato nominato arcivescovo ausiliare con diritto di successione di monsignor Bauer, che morÏ nel 1937 lasciando Stepinac da solo a reggere la vasta diocesi e la metropolia. Ora l'arcivescovo aveva ritrovato qui la sua ultima dimora in mezzo al suo popolo, cui aveva fatto da guida negli anni pił tragici della sua storia.
Ci recammo direttamente nel coro, dove giý sostava in raccoglimento un bel numero di persone con fiori e candele, come per una festa in famiglia. La suora sacrestana ci confidÚ che quella processione alla tomba di Stepinac iniziava ogni mattina appena la chiesa veniva aperta e finiva solo la sera, quando la chiesa si chiudeva. Tanti lo ritenevano giý santo e si raccomandavano a lui per grazie e favori. La "vox populi" poteva effettivamente essere quindi la "vox Dei", che voleva il suo servo fedele presto proclamato santo. Questo era il vero popolo di Dio, che giý interpretava la Sua volontý. Con questi sentimenti avevamo lasciato Zagabria per continuare il nostro viaggio in un paese messo a dura prova nella sua fede.
Alojzije Stepinac alla ricerca di un futuro
A questo punto consideriamo la vita e la personalitý di Stepinac, che visse e operÚ in tempi particolarmente difficili e tragici, che hanno maturato la sua santitý.
Sin dalla nascita, avvenuta l'8 maggio 1898, la sua infanzia fu vissuta in un ambiente familiare profondamente radicato nella fede e nello spirito di sacrificio. Un sistema di vita quasi patriarcale, di contadini benestanti con ben nove figli. Mamma Barbara desiderava ardentemente che il suo Alojzije diventasse sacerdote, ma non gli aveva mai manifestato questo desiderio per non ostacolare la sua libera scelta.
Forse in famiglia nessuno sapeva che a tale scopo digiunÚ tre volte la settimana per ben 32 anni. Dopo la scuola elementare a Krasic, Stepinac frequentÚ le scuole medie a Zagabria, dove giý nel 1915, nella sesta classe del liceo, decise di consacrarsi a Dio nella vita sacerdotale. Ma era ormai cominciata la prima guerra mondiale e l'Austria, nel 1916, cominciÚ ad arruolare nell'esercito anche gli studenti diciassettenni. Alojzije Stepinac cercÚ di completare al pił presto gli studi liceali e conseguire la maturitý, prima di dover indossare la divisa di allievo ufficiale a Rijeka. Nell'ambiente poco esemplare dei giovani militari seppe conservarsi integro, anche grazie alla devozione alla Madonna di Tersat (Tersatto), venerata nel famoso santuario sopra la cittý. Fu poi inviato col grado di tenete sul fronte italiano e partecipÚ alle violente battaglie attorno a Gorizia. Sfondato il fronte italiano con la grande offensiva di Caporetto, si portÚ col suo reparto sul Tagliamento e poi sul Piave, nel 1917. Vi fu un tentativo di sfondare le linee italiane sul Piave e attraversare il fiume. Ma durante il contrattacco italiano cadde prigioniero e fu portato prima a Mestre e a Ferrara, poi a Nocera Umbra, dove restÚ cinque mesi. Ebbe cosÏ tempo di imparare l'italiano, mentre a Krasic lo ritenevano morto e fu celebrata persino una messa di suffragio.
Intanto, nel 1918 si era formata la "Legione straniera", composta di volontari che intendevano preparare il nuovo Stato degli Slavi del sud. Si aprÏ cosÏ un nuovo fronte a Salonicco, e Stepinac vi prese parte dopo che l'ultimo imperatore d'Austria, Carlo d'Asburgo, ebbe sciolto il suo esercito dal giuramento di fedeltý. Finalmente, nel 1919, Alojzije Stepinac fu smobilitato e ritornÚ come libero cittadino nel nuovo regno dei "Serbi-Croati-Sloveni", che pił tardi sarebbe stato chiamato Jugoslavia.
Era cosÏ finita la carriera militare di Stepinac, che potË ritornare nel suo paese e dedicarsi all'agricoltura, di cui si occupÚ per quasi sei anni. Intanto si era iscritto all'Universitý di Zagabria, facoltý di agraria, anche per venire incontro al desiderio di suo padre Giuseppe, che sognava un figlio laureato. Ma restÚ presto nauseato da quella vita e tornÚ a casa, alla vita dei campi e della parrocchia, senza un preciso indirizzo per l'avvenire, quasi come uno studente fallito. PensÚ anche di farsi una famiglia ed arrivÚ al fidanzamento, con lo scambio degli anelli. Ma qualcosa non funzionÚ neanche in tale occasione.
Fu allora che tornÚ a sentire la vocazione sacerdotale, aiutato anche dal confessore e da qualche altro sacerdote amico. Fu indirizzato a Roma, al famoso Collegio Germanico, dove fu ospite per quasi sette anni, frequentando i corsi di filosofia, quindi di teologia, alla Gregoriana. Nel 1930 venne ordinato sacerdote, quando aveva giý 32 anni. Un anno pił tardi tornÚ in patria e celebrÚ la sua prima messa a Krasic, con grande gioia dei parenti e della popolazione.
PotË cosÏ conoscere anche l'arcivescovo Bauer, che lo scelse come suo cerimoniere con residenza alla Curia arcivescovile. Ebbe cosÏ la possibilitý di far conoscenza della diocesi e dei suoi sacerdoti, cui dava volentieri un aiuto in confessionale e sul pulpito, soprattutto nelle parrocchie di cittý. Prese anche i primi contatti con la gente comune, in primo luogo i pił bisognosi. E qui maturÚ la nuova istituzione della Caritas diocesana; ma fu anche un buon pacificatore in diverse parrocchie in difficoltý, capace di trovare la via della concordia.
Sotto i diversi regimi politici
La situazione politica in Jugoslavia non era mai stata rosea, poichË i serbi avevano sempre sostenuto una politica di predominio sugli altri popoli che formavano lo stesso Stato. Le cose si erano ulteriormente complicate dopo l'assassinio del re Alessandro a Marsiglia (il 9 ottobre 1934: Alessandro I Karadordevic proclamato re nel 1921 re dei serbi, croati e sloveni, e nel 1929 re di Jugoslavia, ma venne assassinato nel 1934, dopo essere sfuggito ad altri due attentati).
Si stava intanto preparando il concordato con la Santa Sede, che avrebbe sancito i diritti dei cattolici, che ormai costituivano poco meno del 40% della popolazione. Ma la proposta veniva fortemente osteggiata dalla Chiesa ortodossa e di conseguenza era stata bocciata dal Senato. La sconfitta dei cattolici fu inappellabile, e a nulla valsero i memorandum e le proteste dell'episcopato jugoslavo.
Ma intanto l'arcivescovo di Zagabria, monsignor Bauer, che era pure presidente della Conferenza episcopale jugoslava, si sentiva stanco, oberato dall'etý e dai problemi di salute, e cercava un ausiliare con diritto di successione che potesse assisterlo nel governo della diocesi pił vasta della Jugoslavia. C'erano diversi candidati, che perÚ vennero man mano eliminati dal governo o da altre circostanze. Finalmente la scelta cadde, quasi per caso, sul cerimoniere dell'arcivescovo, che presto ottenne anche la Bolla di elezione da Roma, nonostante la sua giovane etý e i pochi anni di sacerdozio.
La consacrazione episcopale, accompagnata da dubbi e gravi esitazioni da parte dell'interessato, si svolse il 24 giugno 1934, con grande soddisfazione del vecchio arcivescovo, che ebbe cosÏ un valido aiuto per i suoi ultimi anni di attivitý pastorale. Infatti morirý nel 1937 e gli succederý come ordinario monsignor Stepinac.
Ma ormai gli eventi precipitavano verso la seconda guerra mondiale e il nuovo arcivescovo ebbe appena il tempo di impostare i primi progetti di un intenso impegno pastorale, che comprendeva in primo luogo la famiglia, la lotta alla bestemmia, il potenziamento del grande santuario mariano di Maria Bistrica, dove si voleva fare un centro di spiritualitý, la costruzione di nuove chiese parrocchiali, soprattutto a Zagabria. Si potË anche organizzare un grande pellegrinaggio in Terra Santa, accendendo cosÏ nuovo interesse per il processo di canonizzazione del martire croato Nicola Tavelic, morto proprio in Terra Santa.
La guerra mondiale si allargava sempre pił e anche la Jugoslavia era sul punto di precipitarvi. Infatti il 6 aprile 1941, la Germania bombardÚ Belgrado e l'Italia, qualche giorno dopo, invase la Slovenia e la Dalmazia. Un mese dopo, il 10 maggio 1941, Pavelic fondava il nuovo Stato della Croazia indipendente (NDH), dopo che la Germania e l'Italia ebbero proclamato la fine della Jugoslavia (l'8 luglio 1941). In realtý, nel nuovo Stato croato c'erano ben poca indipendenza e libertý, con i tedeschi a Zagabria e con il Duce che aveva imposto a Pavelic di cedergli tutta la Dalmazia e di creare un regno con un re italiano, Aimone di Savoia. Praticamente in Croazia esistevano, oltre all'esercito croato, anche un esercito tedesco e uno italiano. Nonostante questo, in tutte le chiese si cantÚ il Te Deum di ringraziamento, quasi fossero tornati i tempi antichi del regno croato di re Tomislav [Re Tomislav (910-928) grande figura della storia nazionale, sotto il cui dominio la Croazia divenne regno, nel 924]. Ma l'arcivescovo sperimentÚ ben presto la gravitý della situazione, con i numerosi perseguitati politici, con i prigionieri e i deportati che riempivano le prigioni e i campi di concentramento. Prese le difese di tutti, ma in modo particolare degli ortodossi, spesso considerati come spie e traditori, e fucilati come ostaggi. Il nuovo Stato dovette anche adottare le leggi razziali naziste, "per la preservazione della razza ariana", cosa che produsse altre deportazioni e altre persecuzioni.
A questo puto l'episcopato croato inviÚ a Pavelic un Memorandum che irritÚ fortemente il governo, al punto che fu decretato l'arresto dell'arcivescovo. Non si arrivÚ a renderlo operativo, ma in questo clima di scontro volarono anche delle pietre contro l'automobile di Stepinac e crebbe il numero delle lettere minatorie al suo indirizzo. Fu accusa di tutto: d'essere filoserbo, filopartigiano, filoebreo, eccetera. Accuse opposte venivano invece dai boschi e dalle montagne, cioË da parte dei partigiani. La Chiesa era sempre e comunque colpevole… L'arcivescovo invece non faceva politica, sosteneva solo la giustizia e la dignitý umana di ogni cittadino in quanto creatura di Dio. Difendeva dunque i diritti fondamentali di ogni uomo, i princÏpi basilari della morale cristiana e umana, i principi della convivenza. Come avrebbe potuto non protestare, ad esempio, quando venne a sapere che erano stati sterminati 29. 000 zingari? Una sua predica, pronunciata nel 1943 dal pulpito della cattedrale, nella festa di Cristo Re, scatenÚ una furiosa tempesta, lo si accusÚ di interferire negli affari di Stato. Monsignor Stepinac ebbe anche un colloquio col presidente Pavelic e si presentÚ con una lista di 18 punti di disaccordo con il governo. Ma non servÏ a nulla. Il governo continuÚ con le deportazioni e le vessazioni, mentre Stepinac continuÚ con le sue proteste e i tentativi di riconciliazione, con le denunce e i tentativi di aiutare e proteggere quanti ricorrevano a lui.
L'arcivescovo mostrÚ grande generositý anche quando accettÚ nella sua diocesi ben 300 sacerdoti sloveni cacciati dai tedeschi, che avevano invaso la Slovenia. E cercÚ di liberare quelli che erano finiti nel campo di concentramento di Jesenovac, dove sette di loro erano stati fucilati senza neppure un processo. Anche in questa occasione Stepinac presentÚ formale protesta a Pavelic, ma non servÏ a niente.
Va notato che il nuovo Stato di Pavelic aveva cercato sin dall'inizio di ottenere il riconoscimento ufficiale della Santa Sede, con l'invio di un eventuale nunzio a Zagabria. Con molta difficoltý si cercÚ di spiegare che la Santa Sede non usava allacciare relazioni diplomatiche di questo tipo finchÈ perdurava lo stato di guerra. Il Vaticano cercÚ comunque di supplire alla mancanza di relazioni mandando un inviato speciale, un abate benedettino, padre Ramiro Marcone, che portÚ con sË come segretario un confratello, padre Giuseppe Carmelo Masucci. Il governo quindi ricevette le proteste anche da loro, ma non servirono a nulla.
Intanto la situazione andava ulteriormente aggravandosi, perchÈ le truppe tedesche si trovarono ben presto in difficoltý su tutti i fronti. Giý la capitolazione dell'Italia, l'8 settembre 1943, aveva portato molta confusione in Croazia, in pił, dopo che nel gennaio 1945 i russi avevano sfondato il fronte orientale e gli americani quello occidentale, anche i tedeschi incominciarono a ritirarsi dai Balcani. A quel punto entrarono in scena i partigiani di Tito, che assaltavano e massacravano i tedeschi ma anche i civili, soprattutto i sacerdoti e gli ustascia che riuscivano a catturare. Basterebbe come esempio la sorte dei ventisette francescani uccisi a S’iroki Brijeg, in Erzegovina, dopo che furono trovati in un rifugio antiaereo. D'altra parte gli ustascia facevano altrettanto, come a Remetinac, dove impiccarono quaranta ostaggi, tra i quali solo una ragazza si era dichiarata comunista.
Anche la stessa cittý di Zagabria correva un grave pericolo, dal momento che i tedeschi progettavano di farla saltare con le mine e combattere fino all'ultimo sangue. Non meno ostinati si mostrarono gli ustascia, che avevano giý fatto minare gli edifici principali della capitale, per farli saltare quando fossero entrati i partigiani di Tito. Fortunatamente era rimasto un ultimo barlume di ragione e le mine furono disinnescate.
» interessante anche l'ultimo gesto di Pavelic prima di fuggire: propose a Stepinac di assumere il potere per consegnarlo ai partigiani. L'arcivescovo rifiutÚ categoricamente una simile proposta marcatamente politica; le ultime parole di Stepinac a Pavelic furono: "Questo, signor presidente, Ë affar suo. Consegni il potere a chi crede. Io resto, ma non mi immischio in politica".
Ebbe cosÏ inizio la tragica fuga dell'esercito croato, che doveva inoltre coprire la ritirata dei tedeschi verso Maribor, e di lý verso l'Austria, per arrendersi finalmente agli inglesi, che poi li avrebbero rimandati ai partigiani per esserne massacrati in massa. Il numero dei morti croati in quei pochi giorni, mandati al macello senza alcun motivo, per pura vendetta, si aggira sui 150. 000. Il potere passÚ quindi nelle mani del sindaco di Zagabria Kumic’ic, che lo consegnÚ ai partigiani, accompagnato nel far questo dall'inviato del papa Marcone.
Stepinac e il regime comunista
Ma tempi ancora pił tragici stavano per cominciare con la venuta a Zagabria dei nuovi padroni. Era l'8 maggio 1945, quando l'esercito partigiano entrÚ vittorioso nella capitale. Il passaggio dei poteri si ebbe proprio davanti al palazzo arcivescovile. Ma soltanto nove giorni dopo (il 17 maggio), venne arrestato per la prima volta l'arcivescovo, arresto seguito da numerosi interrogatori, che si protrassero per ben diciassette giorni. Forse tutto sarebbe continuato se non fosse giunto a Zagabria il maresciallo Tito, nella sua veste di capo dello Stato, che volle incontrare anche i rappresentanti del clero.
Prese la parola il vescovo ausiliare, monsignor Salis-Seewis, che l'arcivescovo aveva appena fatto in tempo a nominare vicario generale in sua assenza. Questi disse subito che soltanto l'arcivescovo poteva esprimere autenticamente il pensiero della Chiesa e dei fedeli croati. RicordÚ quanto aveva fatto e avrebbe fatto ancora per il bene del popolo se non fosse stato cosÏ gravemente impedito con l'arresto. Il maresciallo replicÚ subito che una parte del clero cattolico era certamente ostile alla nuova realtý politica del paese. In ogni caso, bisognava preparare un memorandum su tutti i problemi aperti, per cercare assieme la soluzione pił conveniente. Ma le sue parole contenevano anche un'altra affermazione, che sarebbe tornata anche in seguito come argomentazione fondamentale sua e del governo: "Io personalmente direi che la Chiesa cattolica dovrebbe essere pił nazionale… Io vorrei vedere la Chiesa cattolica croata pił indipendente… Questo Ë il problema fondamentale che dovremmo risolvere…".
Si capÏ subito alla perfezione ciÚ che il regime comunista si proponeva: staccare la Chiesa cattolica da Roma e renderla nazionale, come giý era la Chiesa ortodossa. Fu questa la ragione principale del dissidio con l'arcivescovo, che avrebbe portato al processo contro di lui e alla definitiva condanna. Il maresciallo accennÚ anche agli arresti di altri sacerdoti e vescovi, alcuni giý condannati a morte dagli ustascia, ai sacerdoti misteriosamente scomparsi e alle esecuzioni sommarie. Non tutti gli argomenti furono toccati, ma Tito promise che si sarebbe interessato di determinati problemi. Ed effettivamente, il giorno dopo fu liberato l'arcivescovo, che potË avere un incontro col maresciallo Tito, il quale aveva incontrato anche i due inviati del papa, l'abate Marcone e il segretario Masucci. Si parlÚ soprattutto delle relazioni con la Santa Sede, che Tito riteneva ostile al nuovo regime e in genere a tutti gli slavi. In particolare Stepinac supplicÚ il maresciallo per le numerose vittime della giustizia comunista. Ma Tito tagliÚ corto dicendo che "la giustizia doveva avere il suo corso e i crimini dovevano essere pagati". Con questa prospettiva non troppo consolante per la Chiesa e per lo Stato si era concluso l'incontro. Non molto diversamente si sarebbe concluso anche un altro incontro con il presidente della Croazia, Bakaric, un mese pił tardi, in giugno. CosÏ a Stepinac non rimase altra possibilitý che tempestare il governo di lettere di protesta per i numerosi arresti, anche di civili, e per i "tribunali popolari", che ormai decidevano della sorte di migliaia di cittadini, soprattutto degli intellettuali. In veritý aveva ricevuto qualche promessa, ma i fatti che seguirono fecero capire che nulla sarebbe cambiato, come del resto succedeva ai tempi di Pavelic.
L'arcivescovo non era meno preoccupato del fatto che il regime aveva iniziato ben presto a tirare dalla sua parte i giovani. Furono soppresse tutte le scuole cattoliche, mentre in quelle pubbliche venne soppresso l'insegnamento della religione. I giovani, poi, ogni domenica erano obbligati a "edificare il socialismo" col cosiddetto "lavoro volontario" dalle 7 alle 12, unicamente per impedir loro di partecipare alla messa festiva. Era cominciata anche la moda dei balli e delle nottate allegre, naturalmente promiscue, per sgretolare le famiglie cristiane. Si tenne anche un atteggiamento veramente barbaro verso i moribondi negli ospedali e i condannati a morte, ai quali fu impedito di mandare a chiamare un sacerdote prima di morire. Si ebbe poi lo scempio nei cimiteri, dove le tombe degli ustascia e dei tedeschi venivano spianate, arate e private delle croci. L'arcivescovo scriveva in continuazione al presidente Bakaric, appena veniva a conoscenza di simili casi. Ecco qualche sua espressione in proposito: "Questo Ë uno scandalo di prim'ordine. Lei, signor presidente, che Ë un giurista, ricorderý bene ciÚ che dice il diritto romano circa la profanazione dei sepolcri (de laesione sepulcri). Quelle erano le leggi dei pagani. Noi siamo caduti pił in basso di loro". Va poi aggiunta la soppressione di tutta la stampa cattolica, sempre con la scusa che "mancava la carta", anche se dal palazzo arcivescovile avevano asportato vagoni e vagoni di carta per portarla alla tipografia comunista. I giornali ufficiali, poi, non facevano altro che calunniare la Chiesa e i sacerdoti, che non potevano difendersi, per mancanza di un proprio giornale. Ci fu anche la confisca dei beni ecclesiastici, a partire dalla Caritas, i cui uffici vennero chiusi e sigillati, quindi occupati da uffici del partito. Una sorte simile toccÚ anche agli uffici parrocchiali, soprattutto lý dove il parroco o altri sacerdoti erano stati arrestati. Anche le canoniche furono occupate e svuotate di tutto ciÚ che contenevano. L'arcivescovo continuava a protestare senza alcun esito. Quasi sempre erano controllate anche le prediche dei sacerdoti, che spesso venivano arrestati perchÈ mal interpretati.
Tutte queste vessazioni trovarono espressione in una lettera pastorale collettiva dei vescovi jugoslavi, riuniti nella Conferenza episcopale nel settembre 1945; i vescovi, prima ancora, avevano indirizzato al maresciallo Tito un memorandum sulla situazione, come del resto aveva proposto lui stesso durante il suo primo incontro con il clero (che in realtý non aveva portato alcun cambiamento, nonostante le dichiarazioni e le promesse). Dal quel giorno, infatti, erano stati uccisi ben 243 sacerdoti, mentre 89 erano scomparsi e altri 169 rimanevano in prigione. In totale, 501 sacerdoti erano stati soppressi o impediti di svolgere il loro ministero. Nella lettera dei vescovi, indirizzata a sacerdoti e fedeli, che doveva essere letta nella chiese domenica 30 settembre, si domandava, dopo aver fatto un quadro particolareggiato della situazione, piena libertý per la stampa cattolica, piena libertý per la scuola cattolica, l'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, libertý di associazione per i cattolici, libertý di attivitý caritativa per la Chiesa, libertý per la persona e rispetto dei suoi diritti inalienabili. Per concludere si chiedeva il riconoscimento del matrimonio cristiano e la restituzione degli istituti educativi e scolastici.
La reazione del partito e del governo fu violenta. Tutti i vescovi firmatari della lettera furono immediatamente dichiarati reazionari e fascisti, quindi meritevoli di morte. Vi furono anche pubbliche manifestazioni accompagnate da gesti di violenza. Ma tutti sapevano che la lettera era stata ideata dall'arcivescovo di Zagabria, primo firmatario come presidente della Conferenza episcopale jugoslava. Quindi la campagna scandalistica fu indirizzata soprattutto contro la sua persona. Ci fu anche un attentato a Zapres’ic, non lontano dalla capitale, dove l'arcivescovo era andato a inaugurare una nuova parrocchia. Ci furono degli spari e delle pietre lanciate contro la macchina di Stepinac, che dette subito ordine di proseguire verso la Slovenia, il cui territorio non era lontano. E forse questa fu la sua salvezza Probabilmente fu questo il motivo per cui da quel giorno l'arcivescovo sospese le visite pastorali fuori cittý, vivendo praticamente confinato nel suo episcopio, "protetto" e sorvegliato con discrezione" anche qualora avesse avuto desiderio di uscire. In quei giorni ci fu un incontro fra il maresciallo Tito e l'amministratore della Nunziatura apostolica di Belgrado, monsignor Hurley, durante il quale il maresciallo chiese apertamente il trasferimento di Stepinac, perchÈ in caso contrario lo si sarebbe dovuto arrestare. Nel frattempo, in settembre, era stato arrestato anche il suo secondo segretario, chiaro preludio all'arresto dell'arcivescovo.
Arresto e condanna di Alojzije Stepinac
Vi fu prima una feroce campagna denigratoria che durÚ quasi un anno, tanto che non era difficile indovinare che l'arresto era ormai imminente. E lo sapeva anche l'arcivescovo, che aveva provveduto in tempo ad assicurare il governo della diocesi in propria assenza, nominando vicario generale il suo vescovo ausiliare monsignor Salis-Seewus, affiancato da secondo ausiliare, monsignor Lach. Ma erano previsti altri cinque vicari generali, scelti fra i cinque canonici non ancora arrestati, nel caso la situazione lo avesse richiesto.L'ordine di arresto fu firmato il 7 settembre 1946 dal promotore di giustizia Jakov Blaz’evic, quindi esattamente un anno dopo la lettera collettiva dell'episcopato jugoslavo. L'arresto era prevedibile anche solo per il fatto che era giý iniziato il processo al segretario dell'arcivescovo, don S’alic, che con le sue ammissioni aveva coinvolto anche l'arcivescovo. La notizia dell'arresto fu comunicata ai fedeli da una lettera del Consiglio arcivescovile, che l'OZNA, la polizia politica, diede ordine di sequestrare. All'arresto seguirono immediatamente ossessionanti comizi e manifestazioni di piazza che chiedevano di firmare contro Stepinac, per ottenere una condanna severissima o addirittura la pena capitale.Anche da questo si puÚ dedurre che la condanna era giý stata preparata da tempo e organizzata nei particolari dal partito comunista, secondo i pił tipici metodi staliniani.
Giý alcuni giorni dopo l'arresto, Alojzije Stepinac si trovÚ davanti al giudice istruttore, Zorko Vimpuls’ek, che qualche anno prima l'arcivescovo aveva salvato dalle mani degli ustascia, in seguito a una denuncia che avrebbe potuto costargli molto cara. Vimpuls’ek lesse al suo benefattore l'ordine di presentarsi al processo, con la facoltý di scegliersi un avvocato difensore. L'arcivescovo rispose subito, e in seguito lo confermÚ anche per iscritto, di non volersi difendere personalmente, di rifiutare ogni difesa da parte degli avvocati, di non voler ricorrere in appello contro la sentenza, qualunque fosse. La ragione di una simile decisione stava nel fatto che Stepinac sapeva molto bene che il tribunale si sarebbe limitato a pronunciare una sentenza giý prefissata da una precisa organizzazione statale. Aggiunse pertanto nella sua dichiarazione che "se l'attuale regime desidera veramente una composizione delle controversie in questo paese, l'unica strada percorribile Ë che lo Stato si metta in contatto con la Santa Sede, che resta l'unica competente in questioni di religione, ma non accetta nessun diktat al riguardo, ma conosce solo accordi onesti e leali. Qualsiasi altra soluzione non potrý avere buon esito. Io posso essere condannato, possono essere condannati anche altri vescovi, o essere uccisi altri sacerdoti e fedeli, ma la situazione non puÚ migliorare, anzi peggiorerý sino alla rovina. Un esempio che abbiamo sotto gli occhi Ë Hitler. Se voi non mi date ragione, sarý la storia a darmela. Come molti processi intentati da Hitler contro la Chiesa sono serviti solo ad esaltare quest'ultima, cosÏ sarý anche con questo processo, perchÈ dietro la Chiesa c'Ë Gesł Cristo. Sappiate bene che Gesł Cristo Ë e resta la pietra angolare. Chi cozza contro di Lui si spezza, e colui sul quale cade resta frantumato".
Sono parole molto chiare, che sono giý un'autentica difesa dell'imputato Stepinac e ancor pił della Chiesa cattolica in Jugoslavia, che lui rappresentava. Quanto agli avvocati difensori, che lui aveva rifiutato in anticipo, si pensÚ di dargli due avvocati d'ufficio. Uno scelto dal tribunale, un altro raccomandato dalla Curia arcivescovile. Costoro non ebbero vita facile, soprattutto quello raccomandato dalla Curia, con cui nessuno poteva avere contatti diretti per avere informazioni o documenti. Anche per quanto riguarda gli incontri con l'accusato, non fu concessa che un'ora di colloquio e meno di quattro giorni per studiare il caso. Ci furono anche diversi coimputati, di cui uno era il segretario dell'arcivescovo, che abbiamo giý ricordato, alcuni francescani e un pezzo grosso degli ustascia, Erih Lisak, che venne messo a sedere accanto a Stepinac, quasi le sue colpe potessero essere attribuite anche all'arcivescovo. In quello stesso processo fu condannato a morte e impiccato in una pubblica piazza. Il processo ebbe inizio il 30 settembre 1946 con un ampio atto d'accusa del pubblico ministero, il giý menzionato Jakov Blaz’evic, che aveva subito dichiarato Stepinac "criminale e traditore della patria e degli interessi del popolo". In particolare, l'accusato avrebbe "collaborato con Pavelic e con i nazisti allo scopo di arricchire la Chiesa e aumentarne il potere politico". Anche la stampa cattolica avrebbe avuto tendenze collaborazioniste e dato che il responsabile ultimo era Stepinac, voleva dire che era collaborazionista anche lui. Inoltre, come Ordinario militare aveva nominato i cappellani nell'esercito degli ustascia, per dare sostegno all'esercito croato. Pure l'Azione cattolica e i kriz’ari (crociati), come associazioni dei cattolici croati, erano collaborazioniste e Stepinac le manovrava a sua volontý, contro gli interessi del popolo. Le tradizionali feste religiose erano state trasformate in manifestazioni politiche a sostegno della politica di Pavelic. Aveva poi sostenuto le conversioni forzate degli ortodossi, in vista di un predominio della Chiesa e della politica ustascia. Aveva sempre protetto la violenza e incitato a farne uso. Anche dopo la "liberazione" era rimasto in contatto con gli ustascia, ricevendo alcuni di loro in udienza e trasformando il suo palazzo arcivescovile in centro di smistamento delle forze reazionarie… Per questo auspicava il ritorno del regime di Ante Pavelic.
Queste sono alcune delle accuse maggiori, che fecero dell'imputato un vero "criminale", colpevole di tutto e quindi punibile col massimo della pena. Si trattava per lo pił di calunnie, paragonabili per serietý a quelle contro il "Vaticano guerrafondaio", in quegli anni di guerra fredda tra l'Unione Sovietica e l'America, in cui la Jugoslavia di Tito aveva una parte importante come uno dei satelliti rossi nell'Europa orientale. In una simile atmosfera da guerra fredda, diffusa ormai ovunque, era iniziato il "tristissimo processo", come lo aveva definito papa Pio XII, e non era difficile prevederne l'esito. Durante l'interrogatorio l'arcivescovo restÚ calmo e sereno, dando poche e brevissime risposte. Sembrava che non avesse perduto la pace interiore e nemmeno quella esteriore. Appena incominciato fece richiesta di poter fare subito una dichiarazione, ma ebbe un rifiuto e lui l'accettÚ con calma. Ecco alcune delle sue risposte alle accuse. Quando gli fu contestato di aver detto che preferiva il terrore ustascia a quello comunista, rispose brevemente: "Non ho mai detto frasi del genere. Non avete nessuna prova per dimostrarlo". In risposta all'accusa di aver operato ai danni della patria, disse semplicemente: "Potete presentare almeno una singola prova di questo mio operato?". E ancora, circa l'accusa di aver mischiato politica e religione, la sua risposta fu la seguente: "Ho agito sempre secondo l'insegnamento della morale cattolica". Riguardo alle conversioni coatte degli ortodossi disse con semplicitý: "Da parte mia nessuno Ë mai stato costretto a entrare nella Chiesa cattolica".
A proposito dei contatti con la Santa Sede ci fu anche questa domanda: "Quante informazioni ha mandato al papa durante l'occupazione?", la risposta chiara ed esplicita fu: "Su questo argomento non sono obbligato a rispondere". Gli fu allora mostrata una comunicazione, che lesse e rilesse e poi disse: "Non l'ho scritta io". Qualche giorno dopo lo stesso "Osservatore romano" scrisse in proposito: "Si Ë cercato invano un simile documento nell'archivio della Segreteria di Stato, e si Ë trovata solamente qualche pagina senza timbro e firma e senza indicazione di provenienza".Anche circa le "conversioni forzate" che la Santa Sede avrebbe approvato, ci fu una presa di posizione molto chiara nel senso che mai la Santa Sede aveva dato il consenso a simili conversioni, nË l'episcopato croato aveva preso con leggerezza un tale argomento, che deve essere lasciato all'iniziativa assolutamente personale del fedele interessato. Ma la risposta migliore a tutte le accuse che gli venivano mosse in tribunale, monsignor Stepinac la diede durante l'ultimo interrogatorio, quando gli fu concesso prendere la parola: "A tutte le accuse che mi sono state mosse rispondo che la mia coscienza Ë tranquilla… Non intendo difendermi ora, nË ricorrere in appello contro la sentenza… Nessuno Ë tanto ingenuo da non capire che dietro all'"accusato Stepinac" siede, sul banco degli imputati l'arcivescovo di Zagabria, il metropolita della Croazia, il rappresentante della Chiesa cattolica in Jugoslavia…". Quindi si soffermÚ sulle singole accuse, che giý conosciamo, accennÚ alle violenze subite da vescovi e sacerdoti, molti uccisi senza processo. ParlÚ anche della Chiesa, continuamente derisa durante i comizi e nei libri di scuola. Alla fine ebbe qualche parola anche sul partito comunista, il vero accusatore di Stepinac. AccennÚ pure ad eventuali trattative tra lo Stato e la Santa Sede, l'unica controparte chiamata a risolvere la situazione religiosa del paese, che niente e nessuno poteva piegare ad accettare nessun diktat… Il discorso, che durÚ 38 minuti, non voleva fare un quadro completo della situazione, ma restÚ nell'ambito religioso, riaffermando nel contempo alcune veritý fondamentali della fede cattolica. E alla fine venne la sfida eroica: "Sono pronto a morire per la mia fede, per la Chiesa". Qualcuno dei presenti volle registrare il discorso, ma la registrazione venne subito sequestrata dalla polizia presente in aula.
SeguÏ la sfilata dei testimoni. Quelli dell'accusa erano 58 e vennero tutti ascoltati. In massima parte parlarono delle conversioni degli ortodossi al cattolicesimo, con l'uso della violenza da parte degli ustascia. Era evidente che le possibili pressioni che si erano verificate non potevano in alcun modo essere imputabili a Stepinac. Erano accadute quasi tutte in altre diocesi croate e quindi erano difficilmente dimostrabili.La difesa aveva presentato 35 testimoni a discarico, ma il procuratore si oppose con forza a che fossero ascoltati dal tribunale. Infine furono ammessi 7 testimoni, che vennero trattati con grande insolenza, col titolo di "ustascia, fascisti, reazionari" ed altri del genere. Si erano offerti come testimoni anche don S’eper, il futuro cardinale, diversi professori dell'universitý, alcuni sacerdoti ortodossi col loro vescovo Emilijan, un primario della clinica universitaria, ortodosso anche lui e giý condannato a morte dagli ustascia per aver curato dei partigiani che Stepinac aveva nascosto. Ma nessuno di questi fu ammesso a testimoniare.In una situazione simile si comprende quanto fosse difficile per i due avvocati difendere l'imputato Stepinac, soprattutto per l'avvocato Politeo, presentato dalla Curia arcivescovile. Terminate le arringhe dei difensori, prese la parola l'arcivescovo. Questi volle soltanto precisare alcuni punti che riguardavano le cosiddette "conversioni forzate". Disse che in realtý non si era trattato di conversioni, ma di una semplice commedia, di cui la Chiesa non aveva alcuna responsabilitý. Aggiunse perÚ: "So bene, del resto, che se non le avessi accettate, io sarei ugualmente qui sul banco degli imputati per non aver impedito il massacro dei serbi accogliendoli nella Chiesa". E concluse il suo discorso: "Io ripeto qui, davanti a Dio e a tutti i presenti, davanti al corpo diplomatico se Ë qui presente, davanti ai giornalisti stranieri, che sono innocente, la mia coscienza non mi rimprovera nulla e l'avvenire mi darý ragione". L'11 ottobre 1946 era il giorno fissato per la lettura della sentenza. Fu letta prima la sentenza di condanna a morte per Lisak, cui seguÏ la condanna di Stepinac, che finiva con queste parole: "Il dottor Alojzije Stepinac Ë condannato alla reclusione e ai lavori forzati per anni 16 e alla privazione dei diritti civili e politici per anni 5…".
Tre giorni dopo, il 14 ottobre, la Santa Sede emise un comunicato ufficiale, nel quale si dichiarava essere caduti nella scomunica tutti coloro che avevano trascinato l'arcivescovo davanti al tribunale civile e che, direttamente o indirettamente, gli avevano impedito di esercitare la giurisdizione ecclesiastica, usandogli anche violenza.Le reazioni alla condanna nel mondo civile furono per lo pił di protesta e di esecrazione. Di questo tono furono soprattutto le note ufficiali dei governi esteri, ma anche quelle di molte associazioni ebraiche. Se ci fu una nota stonata, fu sicuramente quella della Chiesa ortodossa serba, che per bocca del suo patriarca approvÚ l'operato del regime.D'altra parte Ë giusto ricordare la presa di posizione dell'eroe nazionale serbo, Milovan Djilas, che in un incontro con il famoso artista croato Mestrovic, alla domanda di questi: "Che ne pensa di Stepinac e della sua condanna?", rispose: "Per dire onestamente la veritý, io penso, e non sono il solo, che Stepinac sia un uomo integro, un carattere incrollabile. » stato condannato innocente. Ma accade spesso nella storia che i giusti vengano condannati per esigenze storico-politiche".Finito cosÏ il "tristissimo processo", non restava altro che portare ad esecuzione la sentenza. Infatti, giý qualche giorno dopo l'arcivescovo fu portato a Lepoglava, che distava circa 60 chilometri da Zagabria. Il grande carcere che poteva ospitare fino a diecimila detenuti, sin dal 1244 era stato monastero dei monaci paolini, per essere poi soppresso dall'imperatore Giuseppe II nel 1786. Dopo circa un secolo di abbandono e di incuria, quell'insigne monumento di storia e di arte era stato trasformato in carcere, cui si aggiunsero altre costruzioni. Se ne erano serviti anche gli ustascia per ospitare i loro detenuti. I comunisti minarono la magnifica chiesa in stile barocco.
Qui dunque ebbe il suo nuovo domicilio il carcerato speciale Alojzije Stepinac, che ebbe come prima visita quella di mamma Barbara e della sorella Stefania, come permetteva il regolamento. Per i parenti di Krasic, intanto, incominciava una dura vita di umiliazioni e violenze fisiche, con frequenti incarcerazioni, ridotti alla fame.
Proposte di grazia respinte
Ma presto si ebbero altre visite ben pił qualificate. La prima fu quella ufficiale del presidente della Repubblica popolare di Croazia, Bakaric, che offrÏ a Stepinac nientemeno che la grazia, se l'avesse chiesta impegnandosi a lasciare il paese. Ma tale offerta, che si ripetË pił volte, non fu mai accettata dal detenuto. Segno comunque che il maresciallo Tito voleva in qualche modo riparare lo sbaglio davanti all'opinione pubblica mondiale. Infatti il processo contro Stepinac era stato voluto da Tito stesso come vendetta esplicita per non esser riuscito a staccare la Chiesa croata da Roma. Era questo, infatti, il suo grande progetto sin dall'inizio, quando era ancora amico di Stalin.
Ci fu anche la visita di un giornalista straniero, mandato probabilmente dallo stesso Tito, che gli disse esplicitamente: "Tito Ë disposto a liberarla se accetta di entrare in convento o di uscire per sempre dalla Jugoslavia". Ma Stepinac rispose semplicemente: "Sono assolutamente indifferente verso il mio futuro. Ma non dipende dal maresciallo Tito se devo andare in convento o altrove. Questo dipende esclusivamente dal Santo Padre e da nessun altro".E al giornalista che gli domandava se aveva un messaggio da trasmettere al mondo, Stepinac rispose, dopo un momento di riflessione: "Non ho nulla da dire. Sono contento di soffrire per la Chiesa cattolica. Deciderý il papa se devo riprendere il mio servizio… Non mi interessa affatto d'essere liberato. So perchÈ soffro. Si tratta dei diritti della Chiesa cattolica, per la quale sono pronto a morire in qualunque momento… Se Tito vuole liberarmi, tratti con la Santa Sede. Ma la Chiesa cattolica non puÚ rendersi schiava di nessun regime e di nessuna nazione".Comunque, l'opinione pubblica americana e mondiale non lasciarono dormire sonni tranquilli al maresciallo Tito e al suo regime, per ottenere da lui un esplicito "atto di generositý", anche come riconoscimento dei numerosi crediti concessi a Tito per il suo distacco da Mosca. Si ebbe cosÏ un decreto del 5 dicembre 1951, firmato dal ministro degli Interni croato, con il quale Stepinac venne scarcerato e ottenne la "libertý condizionata per la durata della condanna". In altre parole il carcere di Lepoglava veniva sostituito dal domicilio coatto nel paese natale di Krasic.
Anche qui ci furono i soliti giornalisti, mandati dal regime per informare l'opinione pubblica mondiale quant'erano "magnanimi" i dirigenti comunisti. Ma Stepinac rimase fermo nel suo atteggiamento di offerta al Signore. » significativo, in proposito, un dialogo coi giornalisti che gli chiesero come si trovasse lÏ. Rispose: "Qui come a Lepoglava. Per me Ë esattamente lo stesso. Il luogo non ha importanza. Ovunque mi trovo faccio il mio dovere: a Lepoglava, a Krasic, a Zagabria". "E qual Ë questo dovere?" insistettero. Lui rispose: "Soffrire e lavorare per la Chiesa". E i giornalisti: "Ha fatto domanda d'essere rilasciato?". E Stepinac: "No, mai". "PerchÈ?" Risposta: "PerchÈ sono innocente. Non ho fatto niente contro questo Stato".Il giudizio sull'arcivescovo e cardinale Alojzije Stepinac l'ha giý dato la Chiesa attraverso i suoi rappresentanti. Basterebbero le parole di papa Giovanni XXIII, durante la solenne cappella papale in suffragio del cardinale defunto, pochi giorni dopo la sua morte: "…Era troppo cara al nostro spirito questa figura semplice e insigne di pastore della Chiesa di Dio: la sua prolungata tribolazione durata quindici anni, in esilio nella sua stessa patria, la dignitý serena e confidente del suo continuato soffrire, l'hanno imposto all'ammirazione e alla venerazione universale…".Ma un giudizio ancora pił significativo fu quello costituito dalla sua beatificazione, nel mese di ottobre del 1998 a Maria Bistrica, in Croazia, da papa Giovanni Paolo II, davanti a quattrocentomila fedeli, dopo un processo che era cominciato nel 1981 ed aveva proclamato il cardinale Stepinac "martire per la fede e per la fedeltý alla Chiesa di Cristo". E questo alla fine di un secolo che ha fatto della Chiesa una "Chiesa di martiri", secondo l'espressione dello stesso papa. Significative anche le parole scritte nel decreto di beatificazione: "Un grande testimone e un grande faro della Chiesa, un lume acceso sulla inesauribile fonte di Grazie che Ë Cristo Signore". Qualcuno lo ha voluto avvicinare, per il suo atteggiamento di fedele testimone della fede, ai grandi Padri, confessori e dottori dei primi secoli della Chiesa, come sant'Atanasio, sant'Ambrogio, san Giovanni Crisostomo e molti altri.

L'autore:

Angel Kosmac, nato a Trieste nel 1923, sacerdote dal 1946, laureato in diritto ecclesiastico presso l'Universitý Gregoriana e in scienze orientali, Ë studioso di ecumenismo e delle Chiese orientali, ed Ë autore di numerosi saggi su temi religiosi e culturali. Attualmente Ë parroco di S. Antonio in Bosco (diocesi di Trieste).

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