EDITORIALE


Solov'ëv: una necessaria insistenza

L'Ottocento si era chiuso con l'utopia di Victor Hugo: «Il prossimo secolo sarà quello della pace e della felicità universali»; il Novecento visse questa previsione come un mito, verificando nella realtà la più corretta profezia di Solov'ëv, che aveva anticipato gli eventi del secolo incipiente descrivendolo come «l'epoca delle ultime grandi guerre, delle discordie intestine e delle rivoluzioni». Hugo aveva torto e Solov'ëv ragione, ma proprio lui è rimasto inascoltato: in fondo è il destino dei profeti là dove gli uomini non vogliono ascoltar ragione. Perché il secolo che si è appena chiuso ha avuto proprio questa caratteristica: ha parlato tanto di ragione ma non ha mai voluto ascoltarla. E il destino di Solov'ëv è estremamente indicativo in questo senso: la sua è stata definita una delle più universali creazioni speculative dell'età moderna, eppure, lo spazio che occupa nei nostri manuali di filosofia è inferiore a quello riservato a Stalin o a Reich (Wilhelm, s'intende, quello della rivoluzione sessuale). È un'ignoranza che si può spiegare in mille modi: provincialismo, scarsa conoscenza di culture appena un po' lontane dalla nostra, settorializzazione del sapere e via dicendo; ma, a parte tutte queste spiegazioni più o meno parziali, c'è qualcosa di più essenziale. Sta di fatto che il nostro tempo preferisce i miti e le utopie alla ragione e alla realtà, ed è proprio per questo che Solov'ëv gli risulta così estraneo, con tutti i suoi ideali: una verità capace di essere onnicomprensiva senza cadere nella violenza, una bontà capace di essere accogliente senza cadere in un vago sentimentalismo, una bellezza che sappia essere concreta senza divenire un idolo, un'unità che si estenda a tutte le sfere dell'essere e della vita senza soffocare le differenze, una fede che sappia parlare ad ogni cultura senza lasciarsi ridurre a nessuna di esse. Se Solov'ëv e i suoi ideali sono rimasti così lontani e ignorati non è perché il nostro mondo non ami i grandi valori e le grandi figure spirituali, anzi ne è profondamente attratto, solo che non sa concepirli se non come una lontana forza ispiratrice o come l'orizzonte ultimo delle proprie imprese: ciò che lo guida e lo muove è sempre un mito o un'utopia, mai una realtà, mentre la caratteristica di Solov'ëv era esattamente l'attaccamento alla realtà. Anche qui con una differenza sensibile dal nostro mondo, però, l'attaccamento di Solov'ëv alla realtà non può mai essere confuso con una idolatria dello stato presente: è l'amore autentico del reale, che implica un giudizio e un paragone con il suo significato. Tremendamente appassionato alla realtà e alla sua ragione, Solov'ëv non le confuse mai: desiderio metafisico, ansia della bellezza, capacità di ridere furono per lui altrettanti indici di umanità, il che significa che non si può essere uomini senza avvertire il desiderio di qualcosa di infinito e di eterno, senza aspirare a farne esperienza reale nel godimento della bellezza, e senza avere la capacità di ridere della nostra sproporzione rispetto a questo ideale. Bisogna dunque amare infinitamente la realtà, senza mai confonderla col motivo di questo amore. Realismo senza asservimento al reale, grandi ideali senza fughe nel passato o in avanti ma con un'inesausta aspirazione all'azione: Solov'ëv sembra essere il concentrato dell'inattualità e del politicamente scorretto in un mondo che ha perso ogni ideale e si accontenta di una stabilità dove persino la pace diventa il frutto non del dialogo ma di un noioso chiacchiericcio nel quale non si litiga solo perché non c'è più niente da dirsi. E il culmine di questa inattualità è, ovviamente per Solov'ëv, lo scandalo di Cristo, non dei valori o degli ideali di Cristo, ma della Sua realtà che, come tale, libera l'uomo per un'azione che va al di là di ogni mito o utopia, come di ogni quietismo: «Al mondo antico era sufficiente contemplare la Divinità come idea; il nuovo mondo, che ha già visto la Divinità come manifestazione reale, non può limitarsi alla contemplazione, ma deve vivere e agire in virtù del principio divino che si rivela in esso, trasformandosi a immagine e somiglianza del Dio vivente. L'umanità non è tenuta a contemplare la divinità ma a rendere se stessa divina. Non si tratta di una creazione dal nulla, ma di una trasformazione, di una transustanziazione della materia nello spirito, della vita carnale nella vita divina». Un impegno serio con la vita, che conserva la capacità del riso e della gioia, senza temere di spingersi sino alle imprese apparentemente più azzardate, come la trasfigurazione della vita carnale in vita divina: il cristianesimo di Solov'ëv è un appello alla ragione che esce dalle tragedie del XX secolo, per offrirle una liberazione che non sia un accomodamento ma la ripresa di un'avventura infinita. A cento anni dalla morte, la proposta di Solov'ëv conserva una freschezza e una capacità di provocazione che è pari solo al silenzio che lo circonda a casa nostra; il Convegno di Bologna del 4 marzo scorso e la mostra che verrà presentata nel prossimo agosto al Meeting per l'Amicizia fra i Popoli di Rimini sono un piccolo tentativo di rompere questo muro.


©2000 La Nuova Europa nr. 3/2000