RICOSTRUIRE IL MOSAICO
Solzenicyn e la carta europea dei diritti

Sono sinceramente grato al presidente, signor Roland Drago, e ai membri dell'Accademia che si sono assunti la fatica di venire a Mosca per partecipare a questa cerimonia. Ringrazio l'Accademia di scienze morali e politiche per la stima che mi ha dimostrato. È una prova della costante attenzione e simpatia che ormai da quasi quarant'anni l'opinione pubblica francese continua ad accordarmi, come pure del fervido rapporto culturale che tradizionalmente lega la Francia e la Russia. Quale sarà il futuro di questi legami? Nei tempi difficili in cui viviamo, ciò dipenderà non soltanto dai nostri due paesi, ma anche dai processi che oggi si stanno svolgendo a livello mondiale, primo fra tutti la degenerazione dell'umanesimo.

Degenerazione dell'umanesimo

Circa cinque secoli or sono, l'umanesimo si lasciò allettare da un disegno affascinante: quello di far propri gli ideali luminosi del cristianesimo, i suoi aspetti positivi, la compassione per i diseredati e gli oppressi, il riconoscimento della libera volontà di ogni uomo, cercando però, in un certo senso, di fare a meno del Creatore dell'universo. Sembrava che l'intento si fosse realizzato alla perfezione. Nel corso dei secoli, l'umanesimo si è rivelato al mondo come un movimento magnanimo e filantropico, e in alcuni casi è riuscito a mitigare il male e le crudeltà della storia. Eppure nel XX secolo si sono verificate due smisurate esplosioni di crudeltà: la prima e la seconda guerra mondiale, dopo le quali all'umanesimo non restava che gettare definitivamente la spugna riconoscendo la propria impotenza, o cercare di compiere nuovi sforzi, di elevarsi a un nuovo livello. È stato così che, a metà del XX secolo, l'umanesimo ci si è presentato con una nuova fisionomia: quella di un globalismo prodigo di promesse. Si diceva: è ormai giunta l'ora di instaurare finalmente su tutto il pianeta un unico ordine razionale (come se ciò fosse realizzabile), di elevare i popoli arretrati al normale livello a cui sono giunti tutti gli altri. È tempo di dare agli abitanti della terra la possibilità di sentirsi tutti cittadini del mondo, con gli stessi diritti. Bisogna creare un unico governo mondiale, formato da persone di alto livello intellettuale, che si faranno carico, con attenzione e premura, dei bisogni di ogni remoto angolo della terra e di ogni piccolo popolo. E per un breve lasso di tempo sembrò che il mito di un governo mondiale fosse lì lì per realizzarsi, se ne parlava come di qualcosa di certo. Proprio allora fu creata l'Organizzazione delle Nazioni Unite. Ma nei decenni immediatamente successivi, nella seconda metà del secolo, ha cominciato a risuonare un accorato grido di allarme. Ci si è accorti che la nostra terra è molto più piccola e angusta di quanto avevamo supposto, e molto meno capace di sopportare l'inquinamento che l'attività dell'uomo produce.

L'egoismo di chi ha successo

Tutti ricordiamo la famosa conferenza di Rio de Janeiro sull'ecologia e altre conferenze che da allora si sono tenute sullo stesso tema, l'ultima delle quali, sull'aumento della temperatura del pianeta, si è svolta nelle scorse settimane. Durante questi incontri, i popoli di tutto il mondo hanno supplicato a una sola voce &endash; a una sola voce! &endash; gli Stati Uniti e gli altri paesi progrediti: "Moderate la vostra corsa incontrollata alla produzione: sta diventando insopportabile per il nostro pianeta!". Gli Stati Uniti costituiscono il 5% della popolazione mondiale, ma consumano fino al 40% di tutte le materie prime e producono il 50% di tutto l'inquinamento della terra. Tuttavia, la risposta è stata un "no" categorico, o dei compromessi insignificanti che non risolvono il problema. La parte progredita dell'umanità è talmente attratta dall'abbondanza e dal consumo nei suoi diversi aspetti, da esserne diventata schiava. Porsi un limite tutto a un tratto? Com'è possibile? A che pro? L'autolimitazione volontaria è la posizione più difficile che esista: sia per il singolo che per un partito, per lo Stato, per un'azienda o una società. Si è persa la vera concezione di libertà, dimenticando che la sua applicazione suprema è la disponibilità lungimirante a porre un freno a se stessi in ogni forma di espansione e di guadagno: solo questo impedirà che in futuro esplodano nuovi conflitti. Chissà perché, dal linguaggio corrente sta cominciando a scomparire l'espressione "progresso per tutti". Se sono necessarie delle rinunce, perché imporle proprio a noi, che siamo i popoli più produttivi e più organizzati, a noi che siamo il "miliardo d'oro" da cui proviene tutta la ricchezza del pianeta? I dati statistici mostrano che il divario tra i paesi progrediti e quelli arretrati non solo non accenna a diminuire, ma sta aumentando: vige, cioè, la legge spietata per cui chi è rimasto indietro una volta, è condannato a restarlo per sempre. Così, se è necessario porre un certo limite all'industrializzazione sulla terra, non è forse più logico farlo a spese del Terzo mondo? Quest'ultimo non ha confini ben delineati, ma può accadere che singole unità, seguendo uno sviluppo autonomo, riescano faticosamente a uscirne, anche se il quadro generale resta comunque immutato. Ma al Terzo mondo restano ancora le materie prime, la forza lavoro. E per attuare questo programma non c'è affatto bisogno né della polizia, né dell'esercito: ci pensano le potenti leve dell'economia e della finanza, le banche mondiali e le multinazionali. Così, l'umanesimo prodigo di promesse si sta trasformando in un umanesimo che detta legge. Questa trasformazione è davvero così inattesa per l'umanesimo? Ricordiamo che nella sua evoluzione c'è stato un periodo, dopo Holbach, Helvetius e Diderot, in cui è stata proclamata e ha trovato molti sostenitori la "teoria dell'egoismo ragionevole".

La sostanza di questa teoria, se sfrondata di tutti i suoi orpelli, suonava così: il modo più giusto per fare del bene agli altri è perseguire rigorosamente i propri interessi egoistici. È quanto insegnavano con tanta sicurezza anche i nostri illuministi, nella Russia del XIX secolo. Ancora oggi sulla nostra stampa mi capita di leggere l'espressione "interesse egoistico illuminato". Attenzione: egoismo sì, ma illuminato. Così, era inevitabile che prima o poi l'umanesimo razionalistico, ossia l'ostinato antropocentrismo laico, andasse in crisi. In che modo stiamo cominciando a sentirne le conseguenze? Sotto la forma di un imperioso totalitarismo economico mondiale? Possibile? Possibile che da paesi democraticissimi sia sorto un totalitarismo come questo? Ma proviamo a tornare agli anni '20 e '30. Le migliori menti d'Europa erano entusiaste del totalitarismo comunista. Erano loro a tesserne le lodi, erano ben liete di servirlo con i propri nomi, le proprie firme, partecipando alle conferenze. Com'è potuto accadere? Possibile che questi saggi non fossero in grado di vedere chiaro nell'aggressiva propaganda bolscevica? Ricordo che a quei tempi i bolscevichi proclamavano letteralmente: "Noi comunisti siamo gli unici, veri umanisti!". No, le grandi menti d'Europa non erano così cieche, ma andavano in visibilio al suono degli ideali comunisti, perché sentivano, erano coscienti della propria affinità genetica con questi ultimi. Dal secolo dei Lumi si sono diramate le radici del liberalismo, così come quelle del socialismo e del comunismo. Ecco perché in tutti i paesi i socialisti non sono riusciti a tener testa ai comunisti: perché giustamente vedevano in loro i propri fratelli di idee: se non proprio dei fratelli, almeno dei cugini. Ed è per questo che sempre e dappertutto i liberali hanno avuto un atteggiamento irresoluto di fronte al comunismo: perché avevano le stesse radici: radici laiche.

La politica dev'essere morale? 

Si è molto discusso se la politica debba essere morale. I più pensano che questo sia impossibile, dimenticando che solo una politica morale può dare, alla lunga, buoni frutti. Certo, trasferire dei piccoli criteri etici dalla persona singola ai grandi partiti, agli Stati non è cosa che si possa fare in modo adeguato, ma neppure si può disprezzare quest'opera. Infatti, se non esiste una politica morale, possiamo cominciare a lasciar da parte l'Organizzazione delle Nazioni Unite quando ci è di ostacolo: nelle questioni più gravi si può fare a meno del Consiglio di sicurezza. Ma a questo punto, perché non eliminare del tutto l'ONU? A cosa ci serve, quando abbiamo un'ottima macchina da guerra internazionale? E quando con il suo aiuto si può - solo in nome di principi umanitari, sia ben chiaro! - bombardare per tre mesi un paese europeo di molti milioni di abitanti, privando grandi città e intere provincie dell'energia elettrica, d'importanza vitale ai nostri giorni, e senza esitare a distruggere dei ponti sul Danubio che sono patrimonio storico dell'Europa? La presenza dell'ONU serve forse a evitare che una parte della popolazione di questo paese sia deportata e, così facendo, a condannare alla deportazione l'altra parte? A guarire uno Stato dichiarato malato, o a strappargli per sempre una provincia appetibile? È sotto questi cattivi auspici che ci apprestiamo a entrare nel XXI secolo.

La tragedia della Russia e la vittoria dello spirito

Che dire, poi, della Russia di oggi? Qui la politica è tutt'altro che morale. Il destino della Russia nel XX secolo è stato particolarmente tragico. Dopo settant'anni di oppressione totalitaria, il nostro popolo è stato preso dal vortice deleterio della rapina, che sta devastando la sua vita economica e sta minando le sue forze spirituali. Al nostro popolo sconvolto e ferito non è stato dato il tempo di rimettersi in piedi, soprattutto perché sono stati soffocati tutti i tentativi di autogovernarsi, qualsiasi iniziativa, qualsiasi sforzo per far sentire la propria voce, per slegarsi le mani e costruire il proprio destino. In compenso, sta passando sopra alle nostre teste una folla di burocrati, molto più numerosa di quanto fosse in Unione Sovietica. Il livello morale della nostra classe politica attuale non è alto, come non lo è quello intellettuale. In essa predominano mostruosamente i vecchi funzionari della nomenklatura, che per tutta la vita non hanno fatto che maledire il capitalismo, mentre ora si sono messi improvvisamente a esaltarlo, i rapaci caporioni del komsomol(1), avventurieri politici matricolati e un buon numero di persone impreparate alla nuova attività. Quando si parla della Russia di oggi, l'opinione comune è che ormai sta diventando un paese del Terzo mondo. Alcune voci malevole sostengono che lo sia già diventata, irreversibilmente. Io non la penso così. Credo che lo spirito russo sia sano, anche se è stato schiacciato, e che darà al nostro paese le forze necessarie per sollevarsi da questo stato di smarrimento. Inoltre, ho sempre creduto che le possibilità dello spirito siano superiori alle circostanze dell'esistenza e le possano vincere. Penso che questa facoltà dello spirito aiuterà anche l'Occidente e la Francia a superare la profonda crisi che si sta profilando all'orizzonte.

 

 

NOTE:

1. L'organizzazione dei giovani comunisti, in epoca sovietica. 


© La Nuova Europa nr. 2/2001