RUSSIA CRISTIANA NOTIZIE

Bruno Negri

"Canterò senzea fine le lodi del Signore"
(intervista di G. Parravicini)


Ogni anno in gennaio, in occasione della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, si intensificano le celebrazioni liturgiche in rito bizantino slavo, richieste da diocesi, seminari e parrocchie di tutt'Italia per approfondire la conoscenza del "polmone orientale" della Chiesa. Su questa esperienza (che dura da ormai quarant'anni), abbiamo interrogato Bruno Negri, che ha visto nascere l'espressione liturgica di Russia Cristiana e da tempo la serve in qualità di diacono.

Come è nata e si è sviluppata l'idea di celebrare, in un contesto di Chiesa latina, la liturgia bizantino-slava?

Negli anni '60 esisteva a Milano un certo gruppo di ortodossi russi, che mancava però di un sacerdote in grado di assicurare una continuità liturgica (il loro sacerdote risiedeva infatti a San Remo). I nostri primi fedeli sono stati quindi gli ortodossi che frequentavano la liturgia (allora si celebrava tutte le domeniche): poi gradualmente la cosa ha preso piede, a questo servizio iniziale è subentrato un interesse sempre più profondo, l'incontro con alcuni giovani che amavano la musica e hanno dato inizio a un coro, e si è notato che proporre questo tipo di celebrazione anche nelle parrocchie rispondeva a un'esigenza che il Concilio aveva messo pienamente in luce. Quindi, dal servizio ad una piccola comunità ortodossa esistente a Milano ci si è allargati fino a diventare testimoni di una spiritualità diversa da quella latina nella Chiesa di Dio.

Poi, col tempo, molte parrocchie hanno cominciato a invitarvi…

Nei primi anni gli inviti ci venivano soprattutto dai seminari. Ancor oggi incontro preti che hanno trent'anni e più di messa, che ci invitano nelle loro parrocchie perché ricordano di aver assistito a una celebrazione di rito bizantino-slavo durante il corso di studi in seminario. E questo ha pian piano diffuso nelle parrocchie questo interesse: noi siamo stati in diverse province italiane e, laddove eravamo andati in seminario un tempo, abbiamo poi ritrovato questo desiderio nei parroci che vi si erano formati.

I seminari continuano ancora a invitarvi?

I seminari sono molto meno ricettivi oggi, ma credo che siano le conseguenze della diversa impostazione: una volta il seminarista trascorreva tutto l'anno in seminario, mentre oggi nel fine settimana ritorna a casa o va in parrocchia; quindi vien meno, probabilmente, la possibilità di inserire concretamente anche questo tipo di proposta spirituale. Non direi che si tratta di pregiudizi o di una chiusura ecumenica, anzi spesso in questi ultimi anni abbiamo avuto incontri con gli ordinari dei luoghi dove andiamo a celebrare: ad esempio, in gennaio, quando siamo andati a celebrare in un santuario della diocesi di Vigevano, il vescovo ha assistito alla celebrazione e ci ha proposto di organizzare una celebrazione in cattedrale per l'anno prossimo. Questo tipo di apertura nei presuli si trova frequentemente.

La gente che incontrate nelle parrocchie, cosa coglie innanzitutto nell'incontro con questo rito?

Secondo me coglie la spiritualità grande, una dimensione della sacralità che la liturgia latina sembra quasi aver dimenticato, cioè la reiterazione della domanda. Il "Gospodi pomiluj" (Signore pietà"), ripetuto più e più volte, ormai è entrato nell'orecchio anche di chi ha ascoltato una sola volta la liturgia (per non parlare delle parrocchie che ci invitano da sette, otto, dieci e più anni). La gente coglie proprio questa essenza della liturgia bizantina, che è un richiamo all'uomo a percepire la sua vera dimensione di creatura nei confronti del Creatore. Io ho il privilegio di celebrare come diacono da ormai quasi dodici anni, e la funzione del diacono nella liturgia è proprio quella di collegare la preghiera dei fedeli con quella dell'altare: ebbene, ho quasi fisicamente la sensazione del popolo che mi sta dietro e del come percepisce la preghiera, per cui mi sento attratto verso l'altare, perché là si compie il Sacrificio, ma con tutto il popolo dietro. Si crea proprio una coralità…

Nonostante le difficoltà, la barriera linguistica…

Bisogna anche dire che, proprio grazie all'esperienza maturata in tanti anni, insieme a padre Scalfi e ad alcuni cantori abbiamo messo a punto un testo di presentazione della liturgia, durante la celebrazione, che raggiunge i due obiettivi che ci eravamo prefissi: quello di informare su quanto sta succedendo, senza interrompere però una continuità della celebrazione che si snoda attraverso il canto litanico continuo.

Quindi è ampiamente superato il rischio che questa proposta possa apparire un'esperienza culturale, o addirittura un gusto di "esotismo spirituale"?

Certo, è proprio un'esperienza di fede, di preghiera, di unità reale. Noi usciamo adesso da questi ventidue giorni consecutivi di celebrazioni: non c'è stata una sera - tanta o poca gente che ci fosse (nel santuario a cui accennavo prima c'erano 1.500 persone) - che non me li sentissi tutti addosso, tutti "dentro" la preghiera. A volte invece celebriamo in chiesette molto più modeste, ma le 50, 70, 100 persone sono altrettanto coinvolte. Allora questo ci spinge a portare avanti, anche nonostante le rilevanti difficoltà, questa missione, perché ci rendiamo ogni anno più conto che lo Spirito Santo lavora davvero, aldilà di quel poco che noi possiamo prefiggerci.

La liturgia bizantina può dunque essere un aiuto anche per noi, "latini", a riscoprire la dimensione della preghiera, e quindi approfondire la nostra stessa tradizione liturgica?

Noi diciamo spesso che l'autentico ecumenismo comporta l'approfondimento della propria tradizione fino a raggiungerne l'essenza, Cristo uno e presente nella sua Chiesa. Fin da quando mi sono accostato, quarant'anni fa, alla liturgia bizantina, sono sempre più latino e più bizantino insieme, nel senso che le due cose si arricchiscono e si completano a vicenda. Addirittura, poi, per chi abbia il gusto anche culturale della liturgia, si riscoprono assonanze nei testi, e soprattutto un'unità originaria da cui poi hanno preso forma questi due modi diversi di pregare, ma la cui identità fondante, Gesù Cristo, emerge dovunque. Il problema latino o slavo, credo non sussista proprio, anzi io prego molto bene in latino ma prego altrettanto bene in slavo. Dico la mia esperienza attuale, ma già quando, prima di diventare diacono, cantavo nel coro, lo facevo con gioia, non per il piacere di cantare, ma per il piacere -mi si consenta l'espressione - di pregare cantando.

E la vostra esperienza personale e comunitaria, in questo servizio?

Nel tempo, la nostra comunità è andata ampliandosi: siamo partiti come un gruppo di ragazzi che cantavano, poi la maggior parte di noi si è sposata, attirando in quest'esperienza anche i rispettivi coniugi e in seguito i figli. I nostri bambini cantano la liturgia già a 4-5 anni con estrema naturalezza, ci "vivono dentro": sanno a memoria la liturgia, è diventata una cosa anche loro, e vedo che sono abbastanza ordinati, pregano partecipando, muovendo le labbra, ciò che spesso i ragazzini nelle nostre parrocchie non fanno, neppure durante il "Padre nostro". E questo è molto significativo dell'educazione che questa liturgia propone, un'educazione al gusto del bello, un bello che a sua volta costituisce lo "splendore del Vero". Un'esperienza straordinaria è quella che facciamo nei monasteri, un altro dei luoghi privilegiati in cui celebrare la liturgia bizantina. Abbiamo la gioia di essere invitati frequentemente in monasteri soprattutto femminili, e di assaporare in questi ambiti la bellezza di una liturgia celebrata laddove è il cuore della Chiesa. E' quasi come dire che in queste sedi si prega di più, proprio perché lì c'è la massima esperienza dell'uomo che prega, che è data da chi ha scelto di togliersi dal mondo per gustare la lode del Signore, e ha fatto di questo il suo servizio al mondo. E' un'esperienza umanamente molto avvincente, perché ci si incontra appieno, si verifica subito come il pregare insieme arricchisca reciprocamente.


© La Nuova Europa nr. 2/2001