EDITORIALE

"Parola d'ordine: globalizzazione"


Si è fatto notare più volte che mai come in questi ultimi cento anni si è tanto parlato di dignità della persona e di unità del genere umano e mai si sono consumati tali crimini contro l'umanità. Una delle ultime, o penultime, parole d'ordine del nostro mondo è la globalizzazione, il sogno di una unificazione a livello planetario che appiani i conflitti e riduca le differenze; e per qualcuno questo sogno si è già trasformato in un incubo, l'incubo di un appiattimento, di un livellamento delle infinite differenze e del loro misterioso fascino, quel fascino che costituisce l'attrattiva stessa della vita: la possibilità di guardare alle cose e di vederle ogni volta portatrici di un segreto inatteso e sorprendente. Come diceva Chesterton in una sua poesia: «Per ogni cittadina, ogni villaggio Dio ha fatto delle stelle speciali». Il Signore crea tutto ex novo, e questo possiede dappertutto caratteristiche irripetibili. Sia un incubo o un sogno, diciamo subito che molto probabilmente per l'uomo contemporaneo la globalizzazione è una sfida che deve comunque essere accettata: o l'affronta e le imprime il sigillo della sua libertà o gliela faranno subire, e ciò che nascerà porterà comunque il marchio della necessità. Da questo punto di vista non sembrano esservi molte alternative; l'unico problema è, non l'illusorio «che fare?», ma il come porsi, il come essere di fronte a questa sfida. In effetti, dopo il secolo delle ideologie e dopo che le idee più luminose sono state utilizzate per l'oppressione dell'uomo, le parole non bastano più, da sole, a definire la realtà: per chi sa trarre una qualche lezione dalla storia del secolo passato, la realtà ha riguadagnato i suoi diritti e non basta più parlare di umanità o di unità per pretendere che la propria posizione sia immediatamente considerata rispettosa di queste realtà. Le recenti proteste sollevate da più parti nei confronti della «Carta dei diritti fondamentali» dell'Unione europea sono sufficientemente indicative in questo senso: c'è un modo di richiamarsi ai sentimenti umanitari che è più frutto della buona educazione, dell'abitudine e del bon ton che non l'espressione di una effettiva progettualità. Non si tratta di ripagare in negativo il mondo moderno con lo stesso sospetto con il quale esso ha guardato alla tradizione religiosa della vecchia Europa, ma di chiedere una positiva e realistica adeguazione delle affermazioni ideali alla realtà delle cose. E allora la globalizzazione non può che essere il mettere in comune le mille diversità di questa terra e di questa umanità, perché meno di questo sarebbe una nuova e forse più violenta ripetizione della negazione totalitaria della realtà e della sua insopprimibile pluriformità. Ma se il secolo trascorso è stato caratterizzato proprio dal tentativo di eliminare questa varietà infinita e ci ha fatto sperimentare il volto malvagio di una unità coatta e omologante, non sarà superfluo chiedersi in nome di che cosa si arrivò a questa negazione delle differenze e donde venivano (o dove possono trovare ancora il loro ambito di crescita e di esistenza) queste mille realtà diverse. Comunque si voglia giudicare la realtà, resta il fatto che i totalitarismi del XX secolo sono stati accomunati da un'identica negazione della tradizione cristiana e per certi versi sono stati addirittura favoriti da una mancata fedeltà degli stessi credenti alla loro tradizione: dietro il volto di un culto pagano della forza e della razza o dietro il velo di un ateismo che celava anch'esso la pretesa di una nuova idolatria, i totalitarismi del secolo scorso hanno preteso di sostituire la realtà con le loro idee e con le loro rappresentazioni del mondo (il mondo della purezza ariana e il mondo della giustizia di classe). Per realizzare questa parodia della globalizzazione hanno dovuto farsi violentemente anticristiani e hanno dovuto cercare di distruggere in ogni modo qualsiasi forma di religiosità reale, perché era questo l'unico modo per rendere plausibile la loro rappresentazione del mondo, che non era appunto nient'altro se non la negazione della realtà e la sua sostituzione con le parate, con gli apparati, con le parvenze del potere. Non fare i conti con questa negazione violenta, dare ancora ad uno dei due totalitarismi il credito di un ideale buono tradito, non ricomprendere i diritti della realtà contro tutti gli ideali più o meno contraffatti, non accettare di fare i conti con la realtà di una tradizione cristiana che è stata capace di far nascere dalla sua unità le mille diverse vocazioni di questa Europa, significa dare già della nuova globalizzazione una versione molto vecchia, ridurla già in partenza alla ripetizione di una storia molto triste, farne da subito una nuova riedizione dei vecchi totalitarismi.


©2001 La Nuova Europa nr. 2/2001