EDITORIALE 2/2000

Cristianesimo senza Cristo, cristianesimo à la carte, la Chiesa ridotta ad assistente spirituale di qualche organizzazione umanitaria: le espressioni per identificare lo stesso fenomeno si stanno moltiplicando; ed è comprensibile, perché il progetto è raffinato. Non si tratta più di negare Dio, né di attaccare Cristo, magari presentandoLo sotto la cattiva luce del tetro moralista che avvelena i frutti del mondo, e non si tratta neppure di ridurLo a un mito; l'intenzione è quella di farne, invece, un valore astratto, un principio ideale sia pur altissimo ma non unico, continuamente ripetibile e adattabile ma non concretamente presente: perché, si sa, una presenza reale è sempre una scomoda pietra di paragone per tutti, mentre un principio detta le linee generali e poi, nella realtà, ciascuno le adatta a modo suo o a seconda di quel che detta il potere. In questa vicenda la Russia ha fatto ancora una volta da battistrada, con quel genio enorme che fu Tolstoj e con quell'invenzione tremenda che fu il suo rapporto con il cristianesimo, svincolato dalla divinità di Cristo e dalla fede nella sua risurrezione (che venivano assolutamente negate) e ridotto a una serie di regole di comportamento, ritagliate da una versione dei Vangeli che lo stesso Tolstoj aveva ritradotto e riorganizzato a proprio uso e consumo. La reazione degli uomini di Chiesa e degli stessi cristiani in genere era stata fiacca e strana, divisa tra una scomunica mai consumata sino in fondo e un'ammirazione irrazionale, che nel migliore dei casi confondeva l'indiscutibile grandezza dell'artista con l'opinabilità del moralista; e così, tra l'altro, per una strana schizofrenia, finiva col non capire più che le ragioni della sua grandezza di artista erano le stesse che mettevano in discussione la sua morale. Non tutti, a dire il vero, si erano adeguati a questo coro dissonante di giudici indecisi e di estimatori indifferenti; Solov'ëv aveva preso come al solito una posizione eccentrica, prestando alla grandiosa figura del suo Anticristo qualche tratto non minore della dottrina di Tolstoj: non tanto gli aspetti facilmente ridicolizzabili e discutibili della dottrina della non-resistenza al male, ma quelli seducenti e accattivanti di una proposta in cui la pace e l'unità diventavano l'esito meccanico delle virtù naturali e delle leggi della natura, liberate da tutti gli orpelli e gli arzigogoli che la Chiesa e le varie istituzioni, secondo Tolstoj, avevano sovrapposto alla chiara e semplice dottrina di Cristo. «A me sembra &endash; aveva detto Tolstoj &endash; che per tornare al cristianesimo come l'ha inteso Cristo, occorra anzitutto rigettare tutta l'idolatria che è cresciuta sopra al cristianesimo, per non parlare dei santi e della Madonna, della fede nella santità della Bibbia e del Vangelo». Poco importa che poi non si capisse in base a quale criterio giudicare cosa aveva veramente detto Cristo, dato che nemmeno il Vangelo si sottraeva alla furia iconoclasta della ragione isolata di Tolstoj: l'importante era la semplicità, accessibile a tutti, dove quello che contava non era l'incontro stupefacente con il Salvatore, ma quello che la ragione decideva dovesse essere il valore del momento. Esattamente allo stesso modo, l'Anticristo di Solov'ëv seduce gli uomini offrendo la pace là dove Cristo aveva portato la divisione; là dove il Figlio di Dio aveva distinto il bene dal male e il vero dal falso, l'Avversario propone l'indifferenza: «Il Cristo come moralista ha diviso gli uomini secondo il bene e il male, mentre io li unirò coi benefici che sono ugualmente necessari ai buoni e ai cattivi. Sarò il vero rappresentante di quel Dio che fa sorgere il suo sole e per i buoni e per i cattivi e distribuisce la pioggia sui giusti e sugli ingiusti. Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace». E là dove Cristo si era presentato come l'unico, dove aveva sofferto una morte unica nella sua scandalosità e l'aveva vinta con la sua risurrezione, l'Anticristo suggeriva che tutti potevano diventare perfetti senza fatica, perché quel che non poteva sopportare era proprio l'unicità di Cristo, infatti «credeva in Dio, ma nel fondo dell'anima involontariamente e senza rendersene conto preferiva se stesso a Lui». Non è un caso che Tolstoj negasse la divinità di Cristo e la risurrezione: per risorgere c'è bisogno di qualcosa di unico ed eccezionale, di un Dio che scenda in mezzo agli uomini, per sentirsi buoni basta prendere le distanze dal loro inferno. Ma in questo modo Tolstoj umiliava la sua stessa grandezza di scrittore. Quello che era stato il motore di tutta la sua creatività artistica, la ricerca della vittoria sulla morte &endash; quella vittoria sul potere omologante della morte e del suo nulla che è cercata da ogni uomo, si pensi innanzitutto proprio all'Ivan Il'ic tolstojano &endash; cessava di essere un fatto grandioso e reale, accaduto una volta sola per tutti e diventava il prodotto di un'astrazione, che andava immaginato ogni volta e non era mai realmente accessibile a nessuno. E così persino Dio alla fine tornava ad essere negato: «C'è Dio? &endash; si chiede Tolstoj in un passo del diario del 1906 &endash; Non lo so. So che c'è la legge del mio essere spirituale. Chiamo Dio la fonte, la causa di questa legge». E quello che resta, ancora una volta, in questo cristanesimo senza Cristo come in questo umanesimo altamente spirituale ma ridotto a idea, è soltanto un'astrazione, fredda e crudele nella sua inaccessibile utopia.