EDITORIALE


"La storia, la Chiesa e il nocciolo della questione"

Si è molto parlato, nell'anno appena trascorso, di storia e verità storica: per via delle polemiche sui libri di testo, ma anche per la questione legata alla valutazione dell'Ostpolitik, ritornata in primo piano in seguito alla pubblicazione del libro di memorie del cardinal Casaroli e spesso ricordata nelle commemorazioni della figura di Giovanni XXIII. Del primo problema si è presto smesso di parlare, ed è un peccato, perché potrebbe nascere l'impressione (eufemisticamente parlando) che di certe cose si parli, da una parte e dall'altra, senza preoccuparsi veramente della verità, ma dell'utile che può derivare dal parlarne: censura delle menzogne o salvaguardia della libertà sarebbero solo il paravento per un'altra lotta, quella per il potere; e nasce davvero l'impressione che a ben pochi interessasse qualcosa dell'introduzione dei ragazzi nella realtà, cioè di quello che dovrebbe essere il compito di un educatore (che si serve anche dei libri di storia) e di uno storico (che quei libri li scrive). A qualcuno, però la questione interessa, perché la verità esiste (a dispetto degli scettici) e, siccome non ne siamo i padroni (a dispetto dei censori), dobbiamo risponderle: ma se esiste e siamo responsabili di fronte ad essa, non possiamo smettere di parlarne, perché non ci sono temi più scottanti o più politicamente attuali, se la politica è una cosa seria e serve davvero a creare degli spazi di libertà in cui la gente può vivere, incontrarsi e confrontarsi. Senza mischiare il sacro con il profano, il modo di affrontare la questione dell'Ostpolitik nelle polemiche giornalistiche ha spesso rischiato di ricadere nello stesso vicolo cieco della questione dei libri di storia: si è persa di vista l'essenza della questione, cui dovrebbero sempre rispondere tutti, in questo caso sia i fautori sia gli avversari dell'Ostpolitik. In questo senso, ci si è spesso limitati a discutere se l'Ostpolitik sia stata o meno utile alla Chiesa: questione importante ma, appunto, non essenziale, tant'è che poi è perfettamente comprensibile sia l'atteggiamento di chi, essendone stato protagonista, la considera un passaggio obbligato date le circostanze di quegli anni, sia l'atteggiamento di chi, essendone stato altrettanto protagonista, ricorda che se l'Ostpolitik ebbe un qualche ruolo nella caduta del comunismo e nella restituzione della libertà alla Chiesa, questo ruolo non va al di là di un misero un per cento. Punti di vista, rispetto ai quali bisognerà certo giungere ad una valutazione definitiva; ma non ci pare che questa valutazione possa essere raggiunta sul piano di un mero calcolo dell'utile o all'interno della misera contrapposizione cui sempre si riduce questo calcolo: la contrapposizione tra colombe, disposte al dialogo, e falchi, chiusi a qualsiasi compromesso; quando non si arriva poi a una più banale opposizione tra progressisti e anticomunisti. E davvero, se si tratta di Chiesa e di vita cristiana, ci pare che la questione debba essere un'altra; e infatti, come ha ben saputo indicare il cardinal Korec, riconducendo la questione all'essenziale, anche il cardinale Wyszynski, che conosceva bene il comunismo e non era certo disposto ad alcun compromesso, era nello stesso tempo aperto alla trattativa. Ora come allora, il problema non era e non è la diplomazia o l'opposizione, il trattare o il non trattare, ma la possibilità per la Chiesa di essere se stessa, secondo le proprie caratteristiche, e non in base a quelle di un ruolo sociale assegnatole a prescindere da quella che è la sua autentica vocazione; questa vocazione è quella di rendere presente oggi la salvezza di Cristo e non quella di rendere più facile (o più difficile) la vita di un qualche sistema politico. E per noi, ora come allora, il problema non è quello di essere a favore o contro un certo tipo di politica, ma quello di dare voce alla presenza della Chiesa, favorire e partecipare al suo compito che è quello della missione, dell'annuncio di Cristo redentore dell'uomo a tutto il mondo, e non negli spazi che il regime di turno decide di concedere alla Chiesa, siano questi spazi quelli del puro esercizio liturgico (com'era ai tempi del regime sovietico, in attesa della definitiva scomparsa delle superstizioni religiose), siano questi spazi quelli del supporto ad una morale o ad un ordine più o meno conservatori, siano questi spazi quelli di un cantuccio sentimentale ed intimo lasciato alla Chiesa dal progressismo illuminato. Solo se non ci si lascia rinchiudere in questi spazi può avere un senso cercare di fare già oggi un bilancio dell'Ostpolitik; un bilancio alla luce dell'essenziale, che non potrà quindi fare a meno di confrontarsi con un fatto: come ha detto il cardinal Silvestrini, l'evento che "impresse una forza straordinaria, inedita e imprevista alla resistenza della Chiesa e alle richieste di libertà religiosa" fu l'elezione a papa di Karol Wojtyla, cioè di colui che, almeno sotto questo punto di vista, aveva sempre seguito il suo primate, che era aperto alla trattativa, ma che, per citare ancora il cardinal Korec, non era disposto ad accettare che "si facesse qualcosa sopra la sua testa", senza tenere presente cioè quali fossero le reali condizioni per garantire la presenza efficace della Chiesa. Ancora una volta il problema è quello del rapporto con la realtà e per noi si tratta di preferire la realtà alle discussioni su di essa.


©2001 La Nuova Europa nr. 1/2001