COLOSSEI DEL XX SECOLO
G. Parravicini, S. Stratanovskij: La dama dell'imperatrice


"Si alza, tra la Russia e Roma, un muro di incomprensione, per abbattere il quale bisogna far conoscere alla Russia quanto ha sempre ignorato: la vita mistica della Chiesa e dei santi. Bisogna mostrarle l'inanità dell'accusa di razionalismo e d'aridità, che le è stata ripetuta fino a farne un principio indiscutibile. Bisogna farle capire il senso dei sacramenti della Chiesa e farle ritrovare in questa dottrina quella ch'essa stessa ha ereditato dalla Chiesa antica, che le si vuol far dimenticare sostituendovi fumose dottrine metafisiche. No, l'unità della Chiesa non è una chimera. La via, che per giungervi è necessario percorrere, è lunga e irta di difficoltà; né pregiudizi secolari possono essere vinti in pochi anni. Ancor meno ci si può aspettare un prospero esito in un'epoca di sconvolgimento che ha toccato le più profonde fibre dell'anima russa e le impedisce di raccogliersi. Ma verrà un giorno la pacificazione e con essa la possibilità d'uno studio leale delle vere tradizioni della Chiesa d'Oriente, liberate dai danni dell'ignoranza e dalle aggiunte arbitrarie. Con il far rivivere purificate queste tradizioni, la coscienza russa ritroverà la via dell'Unica Chiesa, attraverso le aspirazioni universalistiche che sono sempre sopravvissute in lei, anche dopo i giorni peggiori dell'egoismo nazionale; attraverso la dottrina mistica, della quale i monasteri russi custodivano il deposito e che essa non tarderà a ravvisare nel misticismo occidentale; attraverso il rinnovamento del culto eucaristico, il quale rafforzerà in lei il senso della realtà e una lucida contemplazione del mistero della Chiesa" (1). Julija Danzas scriveva queste parole nel 1935, a Parigi, quasi riassumendovi tutto il suo tormentato cammino di ricerca: dall'ateismo alla fede e all'incontro con la Chiesa nella sua tradizione latina, e poi alla combattuta scelta di abbracciare il rito bizantino in spirito di servizio, volendo dedicare tutta la propria vita alla causa dell'unità delle Chiese; e parallelamente, alla lotta sempre viva in lei fra il principio nazionale, culturale russo e quello occidentale, che scaturiva dalla sua inquieta intelligenza oltre che dalla sua formazione. La sua era una personalità complessa, che creava un certo disagio in chi le stava accanto e non riusciva ad inquadrarla in nessun cliché - suora cattolica, intellettuale in ricerca, dama dell'aristocrazia ecc. - sebbene Julija fosse anche tutto questo. E' un disagio che ben si avverte nelle memorie di uno dei protagonisti della cultura russa del XX secolo, Dmitrij Lichachev(2) ("Scrivere di Julija Danzas è particolarmente difficile"), che la conobbe nel lager delle Solovki, dove la Danzas prigioniera era stata addetta per qualche tempo a lavorare nel Museo antireligioso, "a un enorme tavolo completamente invaso di giornali da cui ritagliava gli articoli necessari ai capi... bofonchiando a mezza voce delle preghiere cattoliche ma senza mai togliersi di bocca la sigaretta fatta a mano e infilata in un lungo bocchino". E ancora: "Era una persona complicata, e non nel senso che si attribuisce ora a questo concetto (e cioè negativo), ma nel senso letterale del termine: la sua vita interiore giaceva sotto una coltre di stratificazioni culturali. Da un lato c'erano le sue origini aristocratiche e la posizione di dama di corte dell'imperatrice Aleksandra Fedorovna, dall'altro la studiosa laureata alla Sorbona, autrice di studi di carattere religioso; da un lato, c'era l'irrequieta pensatrice religiosa sempre alla ricerca della verità, dall'altro la cattolica intransigente che nei dibattiti con gli ortodossi o con cattolici di altre tendenze pareva avere in tasca la verità, pronta a trattare non senza alterigia le sofferenze del folto clero ortodosso che si trovava alle Solovki, e a sostenere sulla stampa del lager l'esistenza di un'Inquisizione nella Chiesa ortodossa, fomentando, di fatto, la propaganda antireligiosa...". Stoica, capace di sopportare tutto ("un carattere di ferro"), coltissima eppure introversa, non facile a legare nei rapporti umani tanto da apparire a volte scostante, fisicamente provata dagli anni di lager ("la ricordo come una donna anziana e senza più forze, che veniva al lavoro col bastone e un rozzo pellicciotto nero"), eppure dotata di un indubbio fascino personale: "Nel gennaio del 1933, dopo il nostro rilascio in qualità di lavoratori modello nei cantieri del canale mar Baltico-mar Bianco... saliva agilmente fino al quarto piano per venire in visita da me e dai miei genitori: sempre ben vestita, con un cappellino scelto con cura e calcato appena sulle ventitré. Da un lato vecchia, quindi, dall'altro relativamente giovane donna dagli occhi azzurro intenso". Anche nella cultura del suo tempo era una personalità controcorrente, criticata da molti per le sue posizioni religiose, come annota ancora Lichachev: "Un giudizio negativo al suo riguardo lo diede tra l'altro N. Berdjaev(3); tuttavia la sua dedizione alla fede cattolica, tramite la quale ella cercava di rileggere la storia russa partendo dal principe di Kiev Vladimir I Svjatoslavich che riteneva fedele a Roma, è a suo modo degna di rispetto".

Il romanzo della baronessa

Eppure, nonostante gli spigoli che Lichachev non manca di evidenziare nel suo carattere e nella sua stessa visione religiosa, il medesimo studioso la identifica come una donna straordinaria dichiarando che "nel romanzo di Boris Shirjaev" sul lager delle Solovki(4), nonostante alcune incongruenze "la figura della "dama delle tre imperatrici" pare modellata su Julija Nikolaevna Danzas". Rileggiamo il racconto di Shirjaev, ambientato nella baracca femminile sull'isola delle Lepri, dove la vita era ben più dura che nel campo principale del lager. "Le sue abitanti, profondamente diverse per retroterra spirituale, livello culturale, abitudini, esigenze, erano ammucchiate tutte insieme, senza la possibilità di organizzarsi in gruppi separati più omogenei, come avveniva negli altri campi. Il numero delle "criminali" qui superava di gran lunga quello delle "politiche", e le prime dettavano indiscriminatamente legge". Accolta inizialmente con astio e malevolenza per le sue origini aristocratiche, la "dama dell'imperatrice" suscita ben presto lo stupore e l'involontaria ammirazione delle sue compagne, ladre, prostitute, popolane, borghesi, per l'innata nobiltà che traspare in ogni suo gesto, sia che lavorasse nel mattonificio sia che fosse addetta alle pulizie della baracca: "Divenuta una forzata, riconosceva questa realtà e accettava la sua sorte come un dato di fatto, come una croce che bisognava portare senza fiatare, senza lamentarsi o commiserarsi, senza pianti e lacrime, senza voltarsi indietro". "Sembrava che la vita pietroburghese della baronessa avesse potuto educare in lei ben poche qualità che alleviassero la sua sorte alle Solovki. Così sembrava, ma sembrava soltanto. In realtà la dama dell'imperatrice ne aveva ricavato il vero senso della propria dignità e, inscindibilmente legati ad esso, il senso del rispetto della persona umana, un autocontrollo estremo, talvolta incredibile, e una profonda coscienza del proprio dovere". Messa alla prova dalle compagne, al mattonificio - "Baronessa! Dama di corte! Non è mica come reggere lo strascico alla zarina! Lavora un po' come noi!" - "Non le toglievano gli occhi di dosso e aspettavano ansiosamente un gemito, un lamento, lacrime di spossatezza, ma non videro niente di tutto questo. L'autocontrollo, la disciplina interiore maturati nel corso di tutta la vita, salvarono la baronessa dall'umiliazione. Senza mostrare la sua indubbia stanchezza, portò a termine la sua norma di lavoro e la sera, come sempre, pregò a lungo in ginocchio davanti ad un'immaginetta". Una conoscente di Shirjaev gli aveva riferito le reazioni delle presenti: "Appena si è inginocchiata, Son'ka Glazok ha alzato la voce: "Ma guarda un po', ha tirato fuori il suo Dio, che santa è comparsa tra noi!", e Aneta di rimando: "Beh, ti rincresce? Ti prende roba tua? Vedi, questa è una persona che ha cura della sua anima!" E Son'ka si è morsicata la lingua...". "E così tutti i giorni. La baronessa trasportava calma e misurata i mattoni da cuocere, ritornava alla baracca, ripuliva accuratamente il proprio abito, mangiava in silenzio la ciotola di sbobba di aringhe, pregava e si coricava sul suo pancaccio accuratamente rifatto. Con il circolo "a sé" delle intellettuali della baracca non era particolarmente affiatata ma neppure se ne estraniava, come del resto non si estraniava da nessuna delle sue coabitanti, e parlava usando assolutamente il medesimo tono sia con la principessa Shachovskaja, che infiorettava i suoi discorsi di parole francesi, sia con Son'ka Grazok, che li infarciva invece di sconcezze. Parlava solo in russo, sebbene le "intellettuali" preferissero il francese". Col passar del tempo, partendo da occasionali richieste di consigli cosmetici (era pur stata a corte!), nella baracca si arriva a discorsi più seri, profondi, si instaura un nuovo clima senza che, "probabilmente, la stessa baronessa si rendesse conto del ruolo che le era dato svolgere nella camerata delle detenute. Lei faceva e diceva semplicemente "quel che serviva", come aveva fatto per tutta la vita. La semplicità e la mancanza di affettazione nelle sue parole e nei suoi gesti erano il segreto del suo influsso su quanti la circondavano". E si arriva all'epidemia di tifo, che richiede nuovo personale infermieristico. Mentre la direttrice della sezione sanitaria del lager, M. Fel'dman, tenta inutilmente di ingaggiare volontarie nella baracca femminile, "nella camerata entrò la baronessa, con una fascina di legna. Aveva in testa un fazzoletto, perché fuori c'era un gelo polare. Ammucchiando la legna vicino alla stufa, sentì solo le ultime parole della Fel'dman: - Allora nessuno vuole aiutare i malati e i moribondi?
- Io voglio, - si levò una voce vicino alla stufa.
- Tu? Ma sai leggere?
- Sì.
- E sai usare il termometro?
- Sì. Ho lavorato per tre anni come assistente in sala operatoria nell'ospedale di Carskoe Selo...
- Qual è il suo nome?
Risuonò un nome famoso, senza titolo.
- Baronessa! - gridò, non potendo trattenersi, Son'ka, ma questo grido suonava in tutt'altro modo che quello del primo giorno di lavoro dell'ex dama di corte al mattonificio.
Dopo di lei si offerse Son'ka, e poi alcune altre donne ancora. Fra di esse non ce n'era neppure una del "circolo a sé", sebbene al suo interno si parlasse molto di cristianesimo e della propria spiritualità. Le porte della baracca degli infettivi si richiusero dietro il gruppetto al seguito della dama delle tre imperatrici... La baronessa lavorava giorno e notte, con la stessa pacatezza, misura e calma con cui trasportava i mattoni e lavava il pavimento della baracca femminile. Con la stessa metodicità e accuratezza, probabilmente, aveva svolto il suo servizio presso l'imperatrice...".
Nonostante gli elementi romanzeschi del racconto di Shirjaev, nella dettagliata biografia dell'esarca dei cattolici russi Leonid Fedorov, stesa dal diacono Vasilij
(5) sulla base di racconti della stessa Danzas, si incontra un episodio che ha molti punti di contatto con le vicende e soprattutto con lo spirito della "baronessa". Ammalatasi gravemente sull'isola di Anzer, dov'era stata trasferita ai lavori pesanti perché accusata di "sabotaggio" nel museo antireligioso (cercava infatti di sottrarre gli oggetti sacri ad oltraggi e profanazioni e si rifiutava di fornire spiegazioni antireligiose ai visitatori), Julija fu ricoverata ormai priva di coscienza all'infermeria, dove venne catalogata tra le "moribonde".
Le condizioni di vita nel lazzaretto erano terribili: "In una stanza normalmente destinata a due persone, ne erano ammassate una ventina, tra cui puerpere con i loro neonati. Anche in corridoio c'era gente coricata sul pavimento, tanto che per passare bisognava scavalcarla. La mortalità naturalmente era altissima. Al mattino si raccoglievano quelli che erano morti nottetempo: i cadaveri venivano spogliati completamente, gli aprivano la bocca per accertarsi se avessero denti o corone d'oro, e nel caso glieli strappavano immancabilmente. Poi trascinavano i morti nella camera mortuaria in fondo al corridoio, e quindi in un capanno adiacente. Quando poi passava il carro (o d'inverno la slitta), i corpi venivano ammonticchiati come balle e poi buttati in una fossa comune. Solo in casi rari parenti o amici riuscivano ad ottenere la salma del defunto, a rivestirla e a darle sepoltura in un luogo assegnato, naturalmente senza funzioni religiose".

......

L'incontro con un Padre

Perfino il diacono Vasilij, che ripercorre il cammino di conversione e la vita di consacrata cattolica di Julija Danzas, non può evitare di menzionare contraddizioni, quali i suoi dissapori con le monache domenicane della comunità di Anna Ivanovna Abrikosova(6), la cui spiritualità più conforme a schemi devozionali del tempo mal si accordava con la sua natura ardente e insofferente di ogni formalismo. E anche negli anni di esilio, prima in Francia e poi a Roma, quella stessa donna che aveva accompagnato come una madre alla vita eterna la giovane prostituta, sconcertò alcuni per il suo "carattere impossibile" e per l'assenza di "bontà naturale: era troppo carica d'amarezza". Durante i suoi "cento giorni" romani, infine, "il suo volto era diventato letteralmente una copia di Napoleone (e questo diceva tutta la forza della sua personalità)... - "Napoleone!" - era l'impressione che riportavano di Julija Nikolaevna tutti quelli che la conobbero a Roma"(7). Pretendere di comporre questa contraddizione, questa ferita che Julija stessa percepiva costantemente nel proprio animo. La sua irrequietezza, la sua ferita inguaribile trovarono via via una risposta (provvisoria eppure preludio di quella definitiva), in una serie di incontri che alla sua ricerca spesso intellettualistica rispondevano con l'offerta di una paternità impensata. Anticipiamo solo un episodio, l'udienza cui la Danzas assisté in Vaticano, nel 1909. Giovane studiosa imbevuta di razionalismo e di gnosticismo, le era stata addirittura profferta un'udienza privata, ma aveva pensato: "Di che cosa potrebbe parlare con me il Papa? Non può certo prendermi sul serio!". Era semplicemente curiosa di vedere come accoglieva i pellegrini, come si intratteneva con il gregge dei suoi fedeli. Le stanze interne del Vaticano, le guardie svizzere, gli eleganti monsignori le fecero un'impressione negativa. Quando poi proposero ai trecento pellegrini di disporsi in cerchio e di inginocchiarsi, il suo intimo si ribellò. "Ma questo sentimento si dissipò istantaneamente, quando nella sala entrò Pio X e cominciò lentamente a fare il giro dei cattolici inginocchiati. Sembrava che una luce emanasse dalla sua figura bianca con una corona di capelli argentei e luminosi occhi azzurri... E quando Pio X, fatto il giro dei pellegrini, si fermò in mezzo alla sala, benedisse i presenti e pronunciò un breve discorso, a Julija Nikolaevna sembrò che egli si rivolgesse proprio a lei. Forse anche gli altri provarono lo stesso sentimento, ma forse nella sala nessuno percepì in modo tanto acuto il significato di quelle parole semplici, cordiali. Pio X disse che benediceva ciò che di buono esiste in ogni uomo e lo spinge verso Cristo. Uno strano sentimento si impadronì di Julija a queste parole. Le sembrava che proprio le sue tormentose ricerche fossero state benedette, e sentì, per la prima volta in vita sua, che riceveva la benedizione per questa ricerca proprio da colui che aveva realmente un'autorità speciale per benedirla. Uscendo dal Vaticano, Julija Nikolaevna incontrò un suo conoscente, cattolico, e gli disse: "Non creda che io sia qui solo come semplice spettatrice, anch'io ho sentito di avere un padre""(8).

Figlia e madre

Anche con padre Leonid Fedorov(9), il cui incontro nel 1920 avrebbe determinato la vocazione e il corso di tutta la sua vita, Julija non ebbe un rapporto facile. In una lettera indirizzata al metropolita Andrej Szeptycki il primo luglio 1923, padre Leonid parlava di lei con ammirazione ma anche con un po' di sconcerto: "Le straordinarie doti di un'intelligenza acuta, fuori del comune, le sterminate conoscenze in campo storico-teologico e filosofico fanno di lei un caso raro fra il "gentil sesso". A ciò bisogna aggiungere lo slancio della sua anima verso Dio, il desiderio di affidarsi incondizionatamente alla sua volontà nel silenzio di un monastero... Guidarla è stato particolarmente difficile. I suoi lati negativi sono le sue antiche abitudini aristocratiche (era una dama di corte dell'imperatrice Aleksandra Fedorovna), l'altezzosità e la sospettosità nei confronti della gente. Mi era molto affezionata, mi obbediva incondizionatamente, è vero, ma era un peso superiore alle mie forze. La sua intelligenza straordinaria, il carattere collerico e i sublimi slanci del suo cuore richiedevano, e richiedono tuttora, un padre spirituale esperto e un'autentica vita monastica, che possano ridurre in polvere il suo innato orgoglio... Uno dei compiti che sento come prioritari per me è quello di custodire per la Chiesa questa straordinaria personalità e farne un'autentica sposa di Cristo... Se il Signore ha voluto che attraverso di me essa entrasse nel seno della santa Chiesa, su di me ricade la responsabilità che questo fiore sbocci in mezzo a noi e dia a molti la possibilità di sentire la sua fragranza..."(10). Ma questa "direzione spirituale", intesa ancora un po' formalmente, era destinata ad essere travolta e purificata da un'esperienza di paternità e di figliolanza maturata nel dolore e nelle prove del lager. Misteriosamente, proprio a Julija Danzas qualche anno dopo sarebbe stato dato di accompagnare e sorreggere il proprio padre spirituale nella prova ultima assegnatagli dal destino. In quest'incontro, nel gennaio 1929 al lager delle Solovki (sarebbe stato l'ultimo della loro vita), Julija e padre Leonid rifecero l'esperienza di Maria e san Giovanni ai piedi della Croce di Cristo, l'esperienza di un'autentica maternità e paternità spirituale, di una reale fecondità, dell'albore della Resurrezione nell'abbraccio misterioso del Crocifisso. L'incontro si svolse all'interno del Museo antireligioso in cui la Danzas a quell'epoca lavorava. Padre Leonid era fiaccato nel corpo e nello spirito perché lo perseguitava l'acuta sensazione che la missione affidatagli, la causa dell'Unità fra le Chiese, fosse fallita miseramente, non fosse stata benedetta da Dio. Parlarono a lungo, finché padre Leonid, appoggiato all'altare sconsacrato, scoppiò in lacrime: ""Le mie preghiere non sono state accette a Dio...". In quell'istante Julija Nikolaevna intuì come poteva rendere la pace a padre Leonid. Tirò fuori da un angolo i paramenti sacri di tela grezza che erano appartenuti secoli prima al metropolita Filipp(11) e, deponendoglieli in grembo, disse:
- Anche lui forse si sentiva colpevole, anche lui nel monastero degli Adolescenti, prima di morire, probabilmente ricordava quello che aveva tralasciato, omesso, forse anche lui pianse perché i suoi sforzi e le sue preghiere non erano arrivati fino a Dio. Eppure proprio lui è una delle pietre su cui si regge a tutt'oggi il cristianesimo russo. Padre Leonid, devo essere io a ricordarle che le sue sofferenze oggi sono il coronamento del suo sacrificio e il pegno del nostro futuro?
L'esarca baciò i paramenti. Poi, calmatosi, parlò a lungo del pegno della rinascita della Chiesa russa rappresentato dalla sua sofferenza...
- Forse il contributo della Chiesa russa al tesoro della Chiesa universale è proprio la vocazione a mostrare nella sofferenza, e non nella vittoria, la propria appartenenza al Corpo Mistico di Cristo. Per noi la "vittoria che vince il mondo" è la croce, che si innalza sul mondo non per riceverne onori, ma perché accettiamo di esservi immolati...
Julija Nikolaevna ascoltava trattenendo il respiro, timorosa di interrompere il fluire di questo intimo dialogo con se stesso... Dov'erano le sue ricerche di un tempo, quando si sforzava di penetrare con la propria intelligenza il mistero della sofferenza nel mondo? Padre Leonid incarnava ora ai suoi occhi l'integrità spirituale che supera, sconfigge fino in fondo ogni posizione stoica. Il Maligno non aveva più accesso al suo mondo interiore, radioso, trasfigurato, in cui aveva stabilito saldamente la sua dimora il "Regno di Dio"... E Julija Nikolaevna, il cui orgoglio era stato realmente ridotto in polvere da Dio stesso, contemplava stringendo i sacri paramenti di san Filipp il mistero della sofferenza che aveva tentato di scandagliare da sola, senza di Lui. Padre Leonid glielo svelava alla sommità del proprio Calvario, qui presso un altare sconsacrato, fra le reliquie abbandonate dell'antico monastero delle Solovki"
(12).

NOTE
1. J. Danzas, La coscienza religiosa russa, Brescia 1946, pp. 154-155.
2. D. Lichachev, La mia Russia, Torino 1999, pp. 196-202.
3. Berdjaev in particolare recensì piuttosto duramente il suo testo La coscienza religiosa russa (apparso in francese nel 1935), sulla rivista "Put'", Parigi 1936, n. 51, pp. 74-76. Il pensatore accusava la Danzas di usare un "tono di altezzoso disprezzo", di parlare come una "persona, fiera di appartenere alla civiltà, che racconti un viaggio in un paese barbaro" e di non comprendere per nulla la tradizione e la filosofia religiosa russa, anche se ammetteva che la Danzas denunciava a ragione la scarsa conoscenza del cattolicesimo in Russia e l'atteggiamento ostile nei suoi confronti, il vergognoso asservimento della Chiesa ortodossa allo Stato e il nazionalismo ad oltranza che serpeggiava al suo interno, e infine il ruolo eccessivo accordato al ritualismo nell'ortodossia russa.
4. B. Shirjaev, Neugasimaja lampada (Lampada inestinguibile), New York 1954, pp. 277-286. Shirjaev, insegnante (1889-1959), fu detenuto alle Solovki nel 1923-27. Durante la seconda guerra mondiale fu fatto prigioniero dai tedeschi e poi si fermò in Occidente. Ampi brani delle sue memorie sono apparsi in Solovki. Le isole del martirio, Milano 1997.
5. Diac. Vasilij von Burman, Leonid Fedorov. Zhizn' i dejatel'nost' (Vasilij Fedorov. Vita e opera), Roma 1966 (in seguito indicato con la sigla LF). Un estratto del volume dedicato ai principali episodi della biografia della Danzas è apparso su "Simvol" n. 37, Parigi, luglio 1997, pp. 7-103, con il titolo Duchovnyj put' Ju.N. Danzas (L'itinerario spirituale di Ju. N. Danzas). Sulla stessa rivista sono stati pubblicati in traduzione russa vari testi della stessa Danzas, scritti in francese perlopiù negli anni dell'esilio.
6. Nata a Mosca nel 1882, insieme al marito Vladimir nel 1908 si convertì al cattolicesimo. Nel 1913 i coniugi decisero di comune accordo di prendere i voti monastici; padre Vladimir fu esiliato dalla Russia nel 1922, e in quell'anno madre Caterina (aveva preso questo nome facendosi domenicana) divenne superiora della comunità. Arrestata il 12 novembre 1923, fu ripetutamente condannata e morì in carcere il 23 luglio 1936.
7. LF, pp. 729-730.
8. Ibidem, p. 413.
9. Padre Leonid (1879-1935) si convertì al cattolicesimo nel 1902 e fu ordinato sacerdote bizantino, ponendosi al servizio della causa dell'unità sotto la guida del metropolita Szeptycki. Nel 1917 divenne esarca della Chiesa cattolica di rito bizantino in Russia. Arrestato nel 1923, rimase quasi ininterrottamente in prigionia fino alla morte, avvenuta in esilio, a Vjatka. Sulla sua biografia, cfr. A. Judin, Leonid Fedorov, Milano 1999.
10. CGIA Ukrainy, L'vov, a. 358, op. 3t, d. 126-143.
11. Filipp Kolychev (1507-1569), santo della Chiesa russa, prese i voti monastici e divenne superiore del monastero delle Solovki, finché nel 1566 fu designato nonostante la sua riluttanza ad occupare la cattedra di metropolita di Mosca. Dimostratosi intransigente nei confronti delle crudeltà e delle dissolutezze dello zar Ivan il Terribile, fu dapprima deposto dal suo ufficio, esiliato nel monastero degli Adolescenti a Tver', e infine strangolato da Maljuta Skuratov, boia e favorito dello zar.
12. LF, pp. 659-662.


©2000 La Nuova Europa nr. 1/2001