EDITORIALE DEL NUMERO 1/2000

Anche in Italia, come in Russia, il buddismo trova benevola accoglienza. È evidente che in tutte le religioni (a rigore di termini il buddismo non è una religione perché non riconosce la trascendenza di Dio), in tutte le concezioni del mondo si può trovare, si deve trovare , qualche cosa di buono. Tuttavia non è di questo che intendiamo parlare, ma vorremmo semplicemente cercare di capire da dove insorge questa nuova simpatia. Ci vengono in aiuto le parole «profetiche» che von Balthasar scriveva trenta anni fa: «Le ideologie più radicali della sinistra hegeliana marxista si possono quasi scambiare con quelle buddiste». Sarebbe dunque normale che in paesi dove la cultura di sinistra imperversava e imperversa lo «spiritualismo buddista» si trovi a suo agio. L'ispirazione buddista è orientata al passato per recuperare una originaria unità con il tutto perso lungo il tempo. L'ideale marxista, tutto proiettato verso un «luminoso futuro» sembra aver poco in comune con il buddismo. C'è però qualche cosa che accomuna le due ideologie: la fuga dalla realtà. È quindi in qualche modo spiegabile che dopo la delusione dell'utopismo prometeico gli ex comunisti (quelli almeno che non hanno ancora ucciso la speranza nella disperazione o nello scetticismo) cerchino un compenso passando dal sogno di un futuro ideale al sogno di un passato ideale recuperabile. Il cristiano non può, non dovrebbe, cedere alla tentazione dell'utopismo proiettato nel futuro e neppure a quello rivolto al passato. È la realtà del presente trasfigurata dopo l'incarnazione del Verbo, che ci permette di sperimentare la presenza dell'Eterno in ciò che accade. «In factis mysterium legere» raccomandava un detto medioevale. Partendo da questo realismo è possibile sia recuperare il passato, sia essere protesi verso il futuro (cfr. Filip 3.12: «Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo»). Ogni utopismo non è soltanto un'evasione dalla realtà, ma nello stesso tempo è il presupposto per deformarla. Relegando la naturale tensione religiosa (l'utopismo è sempre radicato in una religiosità deformata) ad un futuro fantastico o in un passato di sogno, il presente resta in balia dei furbi che lo possono modellare a loro piacere senza essere disturbati da indebite interferenze. Nel presente vale il pluralismo. Per il presente non esistono verità valide per tutti, ma soltanto opinioni da rispettare con uguale e indiscusso sussiego. Sarà poi compito del potere legiferare secondo le opinioni più confacenti e mortificare le aggregazioni che in nome di una loro pretesa verità sarebbero per ciò stesso contrarie allo spirito del pluralismo e agli interessi di chi comanda. «Se si rifiuta la sinfonia si esige ultimamente l'unisono» (von Balthasar). Lo Stato etico può benissimo scegliere come propria ideologia il pluralismo. Se la verità è sinfonica il pluralismo è la volgarizzazione della sinfonia. Escludere un'armonia di suoni significa concedersi alla cacofonia assordante e monotona di una coscienza ridotta a discoteca. Se si aggiunge un po' di ecstasy l'alienazione dalla realtà è ulteriormente facilitata. Per le persone intellettualmente più raffinate, è sufficiente il nirvana.


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