EDITORIALE
La speranza Ë adesso

 

Sul caos in cui Ë precipitata la Russia e dal quale per qualche tempo si Ë temuto non potesse risollevarsi pił, si Ë giý detto tutto: corruzione e violenza, deturpamento del volto morale del paese e della sua stessa natura, economia saltata, alleanze anomale, inimmaginabili nostalgie per un passato che si presenta con il volto attraente dell'ordine, ma ha la forma e la sostanza dei lager, crisi sociale e politica, disfacimento delle istituzioni e un disperante senso di impotenza che attanaglia la gente. Tutto Ë stato detto con una cosÏ potente pretesa di completezza che si Ë finito quasi per perdere di vista l'essenziale, l'unica cosa in fondo reale: il fatto che, tra la sorpresa e la paura, la gente continua a muoversi, a porre bisogni, esigenze, domanda di vita e di felicitý; Ë ridotta a nulla eppure esiste; la si usa e la si strumentalizza, il potere la riduce secondo i propri schemi e progetti, eppure esiste come qualcosa di irriducibile, Ë una realtý: in una parola continua a sperare in qualcosa di meglio, anche quando non sa che nome dare a questa speranza e anche quando la costringono a dare a questo meglio dei nomi falsi: revanscismo o ripiegamento su di sÈ , nazionalismo o consumismo occidentale, clericalismo o modernismo, anarchia degli istinti od omologazione sociale, ansia disordinata di vita, che per assenza di senso va fino al suicidio.
La gente chiede giustizia e moralitý, e il potere le offre accordi di vertice e il rispetto delle regole del gioco (molto spesso mafioso); la gente chiede bontý e solidarietý, e il potere cerca di surrogare la propria insensibilitý provocando un'ondata di sentimentalismo impotente e frustrante: esattamente come in Occidente, dove sembra che si parli della fame dei pensionati russi solo per potersi tranquillamente preoccupare del crollo delle borse; la gente chiede bellezza, e i nuovi ricchi rispondono con sfilate di moda all'insegna del dostoevskijano "la bellezza salverý il mondo"; la gente chiede veritý, e il potere risponde con progetti e piani che si contraddicono inesorabilmente.
Tuttavia, quanto pił sono evidenti i vicoli ciechi cui portano i vecchi bazar di partito o le nuove fiere del capitalismo, ciascuna con la sua carica di violenza e di negazione dell'altro, tanto pił si chiarisce che cosa viene censurato: che ciÚ di cui vive la gente, la speranza autentica, non Ë un'idea o un sogno rimandato al futuro e appeso alla realizzazione di un progetto e neppure una nostalgia per un passato perduto, ma esattamente ciÚ che queste fantasie vogliono far dimenticare: l'esperienza sorprendente che costituisce l'oggi, che fa essere la storia di oggi pur con tutta la sua precarietý. Non potremo mai ricordare abbastanza, non potremo mai smettere di stupirci di fronte al fatto sorprendente e reale che un paese che era diventato nemico di se stesso, nel quale ogni famiglia aveva conosciuto la violenza assoluta dei campi, era uscito da questa tragedia quasi senza colpo ferire.
E deve essere chiaro che quanto stiamo dicendo puÚ essere tutto fuor che un risibile ottimismo, ancor pił fuori luogo di fronte alle difficoltý e alle tentazioni veterocomuniste di oggi; si tratta della ben pił seria coscienza di una realtý e di una esperienza che hanno portato questo paese e lo portano attraverso tutte le sue cadute. Si tratta di riconoscere la storia di un paese che ha attraversato e vinto le prove pił dure non gloriandosi della propria potenza o fidando solo in essa, ma sentendo su di sÈ la presenza protettrice del Signore degli uomini proprio quando tutto sembrava perduto: come al tempo dei tatari o nelle anonime fiumane dell'arcipelago, quando non c'era gloria o potenza ma solo la povera realtý di gente umile e sconfitta, sostenuta da una speranza che continuava incredibilmente a trasmettersi e a trasmettere il senso di una dignitý dell'uomo che nulla poteva definitivamente annullare e che ridiventava, personalmente per tutti e per ciascuno, efficace e potente semplicemente riaffidandosi a Colui che mantiene in vita la realtý contro tutti i progetti, tutti i piani, tutte le invasioni. CosÏ san Sergio era stato il padre della vittoria sui tatari, e i martiri dei campi erano stati i padri della fede di testimoni come padre Aleksandr Men'.
Se oggi si fa fatica a riprendere questo, se il tempo sembra bloccato tra passato e futuro e non si riesce pił a vivere il presente, non Ë perchÈ non ci sarebbero pił ragioni di speranza, ciÚ che equivarrebbe a dire che la storia Ë finita e che la realtý Ë venuta meno, ma perchÈ stiamo di nuovo dimenticando come guardarla, perchÈ la legge del reale non Ë una meccanica necessaria e lasciarsi stupire dalla realtý invece che sostituirla con i nostri schemi, i nostri sogni del passato o le nostre fantasie per il futuro, Ë una decisione che deve essere rinnovata ogni giorno; decisione impegnativa e che il potere fa di tutto per ostacolare perchÈ al potere Ë immensamente comodo e utile sostituire la realtý con le sue progettazioni. Come al tempo del totalitarismo, i nuovi poteri, che oggi non ne hanno certo abbandonato la forma di pensiero, devono sostituire la realtý con le immagini e con gli schemi che se ne creano: impresa inevitabile per il potere, la cui pretesa di poter creare e dominare viene costantemente contestata dalla realtý.
L'esito di questa riduzione, prima ancora delle mille crisi di cui si parla, Ë che la persona Ë distrutta; separato dalla realtý, l'uomo diventa lui stesso un'idea: non ha pił cose da fare, azioni in cui palesarsi, ma solo discorsi sulle opinioni che si inventa; e diventa per ciÚ stesso un atomo incapace di comunicare e di condividere le proprie esperienze, che sono state sostituite dalle opinioni: scompare la persona, e cosÏ scompare anche il popolo. Ë l'esito classico di una struttura di potere tendenzialmente totalitaria: annullare il rapporto della persona con la realtý e annullare l'unitý, il popolo, che nasce da questo rapporto.
Ma il paradosso sorprendente della vita non viene meno: la realtý resta, la persona resta; come aveva saputo dire cosÏ bene all'inizio degli anni Sessanta il Manifesto umano di Jurij Galanskov: "Ci siamo abituati a vedere / passeggiando / lungo le vie nelle ore libere / volti imbrattati dalla vita, / proprio come i vostri. / E ad un tratto, / come rombo di tuono / e come la venuta al mondo di Cristo / insorse / calpestata e crocefissa / la bellezza umana". Di fronte a tutte le negazioni, questa realtý continuamente si ripresenta e, con ciÚ stesso, offre anche il metodo di resistenza: se stessa. Di fronte a tutte le riduzioni e le umiliazioni che nascono da progetti e da schemi che continuano ad eludere il bisogno di una veritý, di una bontý e di una bellezza reali, resta il fascino di una realtý che Ë esattamente irriducibile a progetti, schemi, pensieri, valori, principi, discorsi. Come aveva saputo intuire il giovane poeta del dissenso e come aveva magistralmente ricordato nel secolo scorso Vladimir Solov'ev, Ë la realtý ultima di Cristo, Signore del cosmo e della storia, della sua Persona, che non Ë riducibile ad un principio ascetico o morale, che non Ë riducibile alla sola affermazione di un migliore mondo ideale, che non Ë riducibile neppure alla sola affermazione del monoteismo, che non Ë riducibile neppure all'insieme eclettico di tutto ciÚ, che non Ë riducibile a nessun insegnamento nÈ teologico, nÈ morale, nÈ culturale. PerchÈ la novitý e la realtý del cristianesimo, ciÚ che lo rende affascinante e sorprendente in mezzo alle mille idee geniali dell'umanitý, Ë quello che Cristo ci comunica di se stesso: "la sua dichiarazione di essere la veritý viva incarnata: "Io sono la via, la veritý e la vita; chi crede in me avrý la vita eterna". PerciÚ se cerchiamo il contenuto caratteristico del cristianesimo dobbiamo riconoscere che questo contenuto si riduce anche qui a Cristo stesso".
CosÏ, lý dove tutto appare senza pił fascino e sembrano doversi ripetere le stesse scene di sempre, lý dove tutto nega la persona, giý soltanto questa sfida di una novitý radicale incarnata in una Persona Ë motivo sufficiente e ragionevole per ricominciare: dalla realtý, da una realtý affascinante, da Uno che si presenta con questo fascino del reale. Uno che continua nulla storia attraverso l'unitý dei Suoi. Unitý presente anche in Russia, oggi.


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