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Introduzione

Quella che avevamo di fronte, preparando il convegno su San Pietroburgo a trecento anni dalla sua fondazione, era la sfida del mondo contemporaneo, la sfida di un mondo in crisi, dove le città, e non solo quelle, perdono la loro identità; con le città, in effetti, è l'uomo stesso che perde il proprio volto, avendo perso l'immagine divina in cui aveva trovato una terra solida dalla quale resistere alle pressioni del potere. Sullo sfondo avevamo la provocazione di un poeta, Thomas Stearns Eliot: "E' la Chiesa che ha abbandonato l'umanità, o è l'umanità che ha abbandonato la Chiesa?". Era la domanda sull'abbandono, sulla solitudine in cui è rimasto l'uomo al culmine della storia moderna, con le sue grandezze e le sue miserie. E la domanda ha trovato una risposta paradossale nelle relazioni presentate al convegno: la città ha conservato la propria identità passando attraverso tante distruzioni e, con essa, l'ha conservata l'uomo. In mezzo a tanti abbandoni e a tanta solitudine l'uomo si è sempre ritrovato. O meglio, c'è stato sempre qualcuno che lo ha ritrovato. L'uomo è stato riscoperto nella sua ricchezza e nella sua pienezza. Questo è stato vero persino nelle sconfitte. Le relazioni del convegno ci hanno guidato in questa storia, ricordando le mille tentazioni alle quali si è sottoposto l'uomo moderno, il divo che aveva preteso, più o meno coscientemente, di sostituire Dio e che, in questa maniera, aveva creato un mondo nel quale l'uomo comune non poteva più vivere. La relazione di Evgenij Anisimov ci ha presentato la tentazione di trattare l'uomo come un materiale perfettamente malleabile secondo le intenzioni più o meno "illuminate" del potere: l'uomo è stato ridotto a un pulcino ed è stato immesso nell'incubatrice della storia, ma l'incubatrice non ha funzionato con gli uomini. Allo stesso modo c'è stata la tentazione di creare una mistica indifferente e irreligiosa, e su questa base si è tentato di costruire uno Stato evangelico, come ha spiegato nella sua relazione Sergej Firsov, ma anche questo non ha funzionato; magari non ha funzionato per una reazione di difesa della società che andava in tutt'altra direzione, ma sta di fatto che non ha funzionato. Abbiamo sentito parlare anche della tentazione del nichilismo, nella relazione di Ljudmila Saraskina, di quel percorso seguito dall'uomo moderno al culmine del quale, dopo tanti incendi, gli uomini si sono ritrovati soli in un mondo che non era più né caldo né freddo. E poi, nella relazione di Nikolaj Saburov, abbiamo percepito la delusione dei poeti di fronte alla Rivoluzione, di fronte alla crisi della civiltà, ancora una volta di fronte al vuoto in cui l'uomo si era venuto a trovare. Eppure, paradossalmente, tutte queste tragedie sono diventate un'occasione misericordiosa per ritrovare l'uomo autentico, l'uomo sensibile a quella forza positiva, fatta di legalità naturale e di armonia viva, che ci è stata ricordata da Ol'ga Sedakova attraverso l'analisi della poesia di Puskin: una forza positiva divina nella quale il poeta trova una possibilità di vita diversa rispetto a quella offerta dalla rivolta delle forze oscure e caotiche o a quella offerta dalla legge morta; e questa possibilità di vita è offerta nella poesia all'uomo concreto che vive la quotidianità. E nei poeti, come ci ha mostrato il contributo di Vladimir Kotel'nikov, la salvezza viene trovata persino nell'assurdo, o meglio, proprio attraverso l'assurdo, come una "follia Divina che sbugiarda la sapienza umana". San Pietroburgo, allora, in mezzo a tanti progetti e a tanti sogni andati delusi, è l'esempio luminoso di come sia possibile ritrovare l'uomo attraverso il riferimento a una forza divina, il riferimento a una salvezza che l'uomo non si dà da sé e può riscoprire quando, alla fine di una tappa del suo tragitto storico, arriva finalmente a percepire che la terra "senza Dio, potrebbe cessare di essere un caos solo per diventare un carcere". Di fronte alla domanda del poeta sull'abbandono dell'uomo non si tratta allora di essere pessimisti od ottimisti, ma di ritrovare, al di là di pretese e delusioni, al di là degli schemi o delle risposte preconfezionate e rassicuranti, i fatti e il loro senso, la concretezza dell'uomo che vive, al di là dei suoi sogni e dei suoi incubi. Il nostro convegno ha riportato la questione ai fatti. Le relazioni presentate, pur a partire dalle diverse posizioni di ogni singolo studioso e dai diversi modi di argomentare, si sono incontrate in questa capacità di superare gli schemi e di suggerire delle vie nuove per dare rilievo ai fatti. Come la relazione di Il'ja Semenenko-Basin o quella di Aleksandr Lavrov che ci hanno presentato delle immagini non convenzionali, rispettivamente di Feofan Prokopovic e di Pietro, l'uno ben più che una semplice protestantizzazione della Chiesa e l'altro tanto più sacralizzato quanto più lo Stato si affermava nella sua indipendenza. Siamo così ritornati ai fatti, fino a quel fatto ultimo, fuori di ogni interpretazione soggettiva, che sono stati i santi martiri, attraverso i quali Pietroburgo è diventata qualcosa di più di un mito o di un fantasma, come ha mostrato nella sua relazione padre Georgij Mitrofanov, riportando in primo piano oltre alla concretezza dei fatti, la concretezza della libertà dell'uomo che sta di fronte alla loro domanda. Così, partendo da diversi punti di vista abbiamo messo sul tappeto la complessità del reale, lasciando lo spazio per nuovi problemi, non perché ogni interpretazione si equivarrebbe e non sarebbe mai possibile raggiungere alcuna certezza, ma perché sappiamo che le cose sono fatte di una certezza che è sempre sorprendente e la verità è sinfonica, si percepisce in una pluralità che non è indifferenza ad essa ma rispetto per la sua ricchezza. Pietroburgo è questo: la sorpresa di una sinfonia di voci e di storie diverse. La Pietroburgo europea, italiana, multiforme, evocata da Piervaleriano Angelini con la sua bellezza sorprendente, è il luogo in cui il discorso non si chiude sull'indifferenza dei punti di vista, ma in cui può essere ripreso a partire dalla loro differenza, in cui, a partire da questa differenza si può riprendere a parlare e a porre il problema di come sia possibile questa differenza della quale vive l'uomo. L'ultima parte del convegno e delle discussioni che sono nate nel dibattito ha portato esattamente a questo: da Pietroburgo paradossale e multiforme siamo arrivati a interrogarci sull'unico che rende possibile una diversità vivibile, non ridotta a un puro caos ma neppure fatta di unità coatte, l'unico per il quale vale la pena vivere o per il quale vale la pena perdere la vita. Pietroburgo è diventata in maniera del tutto naturale la questione dei testimoni dell'unico e della sua unità, la questione dell'ecumenismo. La città, che non aveva perso il suo volto e quello dei suoi uomini, è tornata ad essere il luogo in cui gli uomini sono convocati, si ritrovano per qualche cosa che è loro comune, per un'unità che non è assimilazione, distruzione delle differenze, ma possibilità di respirare con due polmoni, per citare un'espressione diventata famosa, e con una dimensione di universalità, che libera ciascun elemento dalla soggezione dello Stato. Questo tema è stato trattato in particolare dalla relazione di Aleksej Judin, nella quale si è ribadita la necessità che le Chiese parlino tra di loro in quanto tali, non come parti di organismi non ecclesiali, definiti dalla nazione, o da altre dipendenze. Questa dimensione di universalità libera dalla soggezione allo Stato, dalla soggezione ai propri punti di vista, è stata sottolineata nella relazione di padre Evgenij Gejnrichs che l'ha riportata alla sua origine e alla sua sinfonicità: "La Chiesa non può non essere cattolica, universale, e la fede di cui è depositaria non può non essere ortodossa. Altrimenti non sarebbe la Chiesa di Cristo". Il percorso di San Pietroburgo è stato così il percorso degli uomini convocati alla libertà e posti di fronte all'imperativo della liberazione da tutte le soggezioni, quelle dello Stato o quelle dei propri singolari punti di vista. E' il cammino illustrato nell'ultima relazione, dedicata da padre Igor' Andrianov alla figura del metropolita Nikodim, il cammino della conversione per costruire un nuovo spazio di vita proprio là dove tutto sembrava renderla impossibile: la Chiesa non come luogo sicuro in cui vivere al riparo delle tentazioni del mondo o come soluzione già pronta ad ogni problema, ma come luogo in cui accogliere e far crescere la sorpresa dell'uomo e della sua libertà.

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