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Teatro Dubrovka: c'è una novità

La "penosa vicenda" consumatasi nel centro teatrale della Dubrovka a Mosca è ormai entrata nella storia, e come tutti gli eventi storici ha elementi di novità e aspetti che ripetono cose già viste. Ci sono state cose vecchie: un atto di terrorismo disumano, un crimine per il quale non può essere escogitata alcuna giustificazione; e un modo di far fronte a questo atto che lascia perplessi per il suo assoluto disprezzo - in linea col totalitarismo sovietico - per il valore della vita: non solo per l'uso di un gas che ha finito per non distinguere tra vittime e terroristi, ma per la giustificazione che si è cercato di dare a questa soluzione, quando si è detto che doveva essere chiaro che nessuno poteva umiliare o mettere in ginocchio la Russia. Terrorismo e totalitarismo sono entrambe cose vecchie; vecchia è l'idea della potenza statale, che sembra contare più delle persone e richiama in vita comportamenti e teorizzazioni del vecchio regime, specie se la si considera alla luce di come è stata spesso condotta la guerra in Cecenia da parte dell'esercito russo. A questa idea va subito contestato che la vigliaccheria diabolica di un terrorista che si fa scudo di un ostaggio innocente umilia soltanto chi agisce così vilmente e la causa stessa che crede di difendere con la sua azione. E' solo per un malinteso senso dell'onore che si può temere di essere offesi da uomini senza onore quali sono i terroristi. Altrettanto fuorviante è l'insistenza con la quale si sono sottolineati i legami dell'azione cecena con il fenomeno del terrorismo fondamentalista islamico: non è che questi legami non ci siano, ma non devono far dimenticare che la questione cecena ha una storia ben più antica. All'inizio del XIX secolo era solo una fortezza, un campo trincerato dal quale le truppe russe uscivano per cercare di sottomettere delle popolazioni di montanari indomiti, che ad un certo punto avevano trovato persino un imam che avrebbe anticipato nelle sue azioni molto fondamentalismo recente. Di queste vicende parlano i grandi poeti russi dell'Ottocento (si pensi a Lermontov), ma di vicende simili parla un altro grande autore russo contemporaneo, Solzenicyn, che evoca la vicenda cecena all'interno della più ampia vicenda dei popoli repressi e deportati durante il regime sovietico: "Ma c'è una nazione che non cedette minimamente alla psicologia della sottomissione: non degli individui isolati, dei ribelli, ma la nazione tutta intera. Sono i ceceni". Se abbiamo sottolineato queste vicende del passato, che ci impediscono di omologare il terrorismo ceceno al più recente fondamentalismo, non lo abbiamo fatto certo per attribuirgli una motivazione o una giustificazione nazionale, religiosa o politica; il punto è, come diceva Solzenicyn, che a queste popolazioni, il socialismo non aveva saputo proporre niente che fosse meglio della "vendetta per il sangue", e prima di lui, secondo Puskin, lo zarismo non aveva saputo proporre altro che lo "sfarzo" di una civiltà vuota e dei "libri muti, invece della pace e della croce". Abbiamo accennato alle origini antiche della vicenda cecena per sottolineare che, ben al di là della politica e delle ideologie, c'è qui qualcosa che ha a che fare col sangue e con lo sfarzo, con libri muti e con parole vive; come ha osservato, fuori di metafora, Ernesto Galli della Loggia: "il terrorismo, sotto l'apparenza di costituire uno strumento politico-militare scelto per motivi razionalmente giustificabili, in realtà è qualcosa che rimanda a una particolare concezione della vita, della morte e della violenza... che rimanda, insomma, a qualcosa che la storia ha formato (o deformato) nella mente degli uomini nel corso dei secoli". A questo livello, che tocca direttamente il cuore dell'uomo, fuori da ogni sovrastruttura politica o ideologica, si situa, tra tante cose vecchie, una novità che da pochi è stata notata e che forse può aprire uno spiraglio: la Russia è cambiata, la coscienza dei suoi uomini non ha accettato tutto quello che veniva detto secondo vecchi stili e vecchi schemi, l'opinione pubblica si è interrogata e attraverso la stampa e varie organizzazioni indipendenti (prima fra tutte Memorial) ha chiesto ragione ai propri dirigenti; e questi non hanno potuto reagire secondo il vecchio schema che portava i dissidenti in tribunale o in ospedale psichiatrico: è una novità che fino a una quindicina d'anni fa sarebbe stata impensabile, la coscienza dell'uomo è tornata ad essere protagonista; per l'Occidente tanto abituato alla libertà questo aspetto è passato inavvertito, ma non vorremmo che a forza di essere abituati alla libertà finissimo col non saperne più valutare l'importanza. Il fatto di avere rimesso l'uomo con la sua coscienza e la sua libertà al primo posto apre uno spiraglio, quello per cui un paese non può più permettersi di mettere a repentaglio la vita di nessuno per difendere la propria dignità e quello per cui nessuno può più osare di bestemmiare il nome di Dio o della propria nazione sacrificando loro delle vite innocenti; è lo spiraglio attraverso il quale l'uomo si rende conto che il primo posto non spetta alla politica o alle ideologie che ci promettono una salvezza automatica, un fine salvifico che tutto giustifica, ma all'uomo stesso, che riconosce di dover rispondere di ogni cosa che fa a una realtà che è più grande di lui. E' questo l'uomo autenticamente religioso, l'uomo per il quale la voce dei sacerdoti ortodossi che pregavano fuori del teatro moscovita non si svapora in una vuota retorica nazionalista e le preghiere dei credenti islamici non si trasformano in una volgare bestemmia, ma diventano tutte insieme l'invocazione di una pace che è dono di un altro, un'invocazione che per sua stessa struttura è un momento di tregua dove il nome di Dio apre uno spazio nel quale inserire i tentativi degli uomini di buona volontà.

© 2002 Nuova Europa 6/2002 Russia Cristiana