L'ideologia vive

li attentati dell'11 settembre hanno destato un'universale reazione di condanna; eppure, è palpabile un disagio che viene alla superficie nelle discussioni che vanificano l'unanimità. Si discute, ad esempio, tra chi ha la tentazione di far fronte al terrorismo trasformando l'accaduto in uno scontro tra civiltà e chi è preoccupato di evitare questo scontro. Se si accetta questa dialettica, si dimentica che sono i terroristi ad aver presentato le loro azioni come il frutto di uno scontro di civiltà; così, discutere se la reazione ai loro atti sia o non sia uno scontro di civiltà significa accettare la logica dei terroristi, significa credere che la nostra civiltà non sappia concepire altro che la violenza, come i terroristi le rimproverano. Anche se rifiutiamo una simile conclusione, essa è inevitabile (magari solo come tentazione inconfessata) quando non si sa andare al di là della sterile alternativa tra la guerra assoluta di chi vuole affermare la superiorità dell'Occidente e il pacifismo imbelle di chi crede che l'Occidente sia esattamente come lo dipingono i terroristi. Sono discussioni vane se prima non si è chiarito che un gruppo di terroristi, per quanto ampio possa essere, per quanto estesa sia la rete di complicità che lo protegge (sino ad assumere dimensioni statali) e per quanto possano essere alte le ragioni con cui giustifica i propri atti (sino a Dio onnipotente e alla giustizia per i diseredati della terra) non può in nessun modo essere assimilato a una civiltà. Significa già cedere alla sua logica anche solo sospettare che il terrorismo trovi, non già una giustificazione, ma una ragione, nell'ingiustizia subita dagli uomini o nella giustizia che si vuole costruire al posto di Dio. Il problema qui non è di essere buoni o cattivi; si tratta piuttosto dell'eterna pretesa che un crimine diventi un'opera buona quando è consumato in nome di un'idea, mentre il male inizia proprio nel momento in cui si dà ad intendere che un'argomentazione logica (o un'aspirazione etica) possano cambiare il senso della realtà, trasformare il male in bene. È la vecchia pretesa dell'ideologia, che sostituisce al mondo reale creato da Dio un mondo ideale inventato dagli uomini. Come ci hanno insegnato i Colossei del XX secolo, a questa pretesa non si risponde né con delle idee che si credono superiori né con l'impotenza irresponsabile di chi crede di non aver niente da difendere, ma con un'umanità reale, che si converte realmente a Dio, e non pretende di sostituirsi a Lui e di agire al posto suo. È solo in questa conversione, più preoccupata della ricostruzione dell'uomo che dell'attuazione immediata della giustizia, che si può effettivamente costruire una giustizia per l'uomo, cioè una giustizia che l'uomo possa praticare, senza la presunzione di imporla e senza l'impotenza di chi non sa e non vuole neppure proporla.

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