> EDITORIALE 5/2004

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L'inferno non vince

La tragedia di Beslan ha reso evidente il radicale cambiamento introdotto nella storia contemporanea dall'11 settembre 2001. Sul finire del XIX secolo, durante uno dei più famosi processi dell'epoca, Vera Zasulic, una terrorista russa, ripensando all'attentato per il quale veniva processata, avrebbe detto: "pesa versare il sangue di un uomo". Dostoevskij commentò quella frase osservando che, in tutta la vicenda (attentato, processo, scandalosa assoluzione della terrorista che aveva ucciso un personaggio ritenuto particolarmente odioso), proprio quella frase costituiva l'unico elemento di autentica umanità. Oggi questo non sarebbe più possibile, perché se l'attentato riesce noi non siamo più in grado di sapere se qualcuno dei suoi autori ha avuto un attimo di esitazione nel versare il sangue di un uomo: il successo dell'atto implica la morte dei suoi esecutori, è un livello di annullamento del reale al quale il classico nichilismo russo non si era mai sognato di arrivare. L'inferno di Beslan è il frutto di questa mentalità che è come l'ultima evoluzione dei totalitarismi del XX secolo e della loro volontà di dominio: sotto l'azione dei terroristi, non deve restare più neppure la reinterpretazione ideologica della realtà, tutto deve scomparire in una volontà di distruzione e di svuotamento che è il puro inferno, il vuoto di tutto, prodotto dalla pretesa dell'ideologo di dominare e possedere la realtà. L'operazione a Beslan non è riuscita, e non poteva riuscire, nonostante il numero delle vittime e il dolore infinito che ha prodotto; il suo insuccesso non è dipeso e non dipende però dalla forza degli Stati o degli organismi di sicurezza: l'illusione di poter risolvere il problema del terrorismo con il puro strumento repressivo non è meno pericolosa dell'ingenuo umanitarismo di quanti vanno a cercare chissà quali attenuanti o motivazioni alle nuove forme di terrorismo totalitario. Questa illusione non coglie la radicalità della nuova pretesa dell'uomo di essere padrone della realtà fino a poterla negare: contro questa pretesa non basta escogitare sistemi umanamente più intelligenti; questi servono per limitare i danni della nuova violenza, ma essa ha le dimensioni di un abisso mai visto, che richiede risposte altrettanto radicali. I terroristi volevano creare l'inferno, il vuoto e l'assenza dell'amore, perché l'inferno è innanzitutto l'assenza di amore; non ci sono riusciti perché il loro gesto, al di là della rabbia che ha suscitato, ha destato un'incredibile ondata di amore e di solidarietà: l'amore inconsolabile della madre che accarezza il viso della figlia morta, l'amore degli omoni che tiravano fuori dall'inferno i bambini terrorizzati, l'amore dell'uomo politico che ha rinunciato al privilegio di salvare i propri figli, proprio questa infinita galleria di umanità, autentica fino al sacrificio, è stata ed è la dolente vittoria sul nulla. "Aiuto e solidarietà contro l'odio e l'indifferenza", ci dice una delle reazioni russe che pubblichiamo in questo numero; e questo non è un progetto o un piano per il futuro; quando questo amore ci viene indicato come uno strumento per far fronte al nuovo terrorismo non si fa riferimento a una vaga utopia, ma a una realtà che è stato possibile vedere e sperimentare in quelle ore e in quei giorni, una realtà che può essere quindi proposta come elemento di resistenza anche per il futuro. Dalla Russia ci viene anche un elemento di riflessione e di azione ulteriore: questa solidarietà rischia di trasformarsi rapidamente in un puro sentimento (anche questo è già successo dopo gli altri attentati), mentre la sua forza è appunto quella di essere un fatto concreto. Si tratta allora di trovare ciò su cui si fonda questa concretezza e ciò che la rende incrollabile, di fronte a ogni attentato e a ogni violenza, si tratta di trovare quel "fuoco di senso" che rende la nostra solidarietà, il nostro aiuto, la nostra unità non un nuovo progetto di potenza, ma una umile e vincente pratica quotidiana. Questo chiede l'umanità contemporanea attraverso le ultime vicende accadute in Russia. Un sacerdote, legato anch'esso alla Russia, don Gnocchi, ha risposto a questa richiesta riflettendo a sua volta sul problema del dolore. Un bambino era stato straziato dall'esplosione accidentale di una bomba con la quale giocava; chiedendogli dove trovasse la forza per sopportare il dolore don Gnocchi capì che non solo quella domanda restava senza risposta, ma che la stessa questione del significato del dolore era diventata incomprensibile, così che il bambino restava solo e impotente, come noi, di fronte a tanta tragedia: "fu in quel momento che io ebbi la precisa, quasi materiale, sensazione di una immensa irreparabile sciagura. Era il grande dolore innocente di un bimbo che cadeva nel vuoto, inutile ed insignificante, soprannaturalmente perduto per lui e per l'umanità, perché non diretto all'unica meta nella quale il dolore di un innocente può prendere valore e trovare giustificazione: Cristo crocifisso".

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