Ma quale unità ci interessa?

a visita del papa in Ucraina è stata accolta favorevolmente e giudicata positiva dalla maggior parte della popolazione, sia dai credenti delle diverse confessioni che dai non credenti o non praticanti, categorie queste ultime altamente rappresentate. La stampa laica sostiene che la simpatia per il papa è aumentata in modo direttamente proporzionale all'antipatia espressa dalla gerarchia del patriarcato di Mosca. A dire il vero, l'ufficialità ortodossa del patriarcato di Mosca non ha fatto che ridire quanto da alcuni anni andava ripetendo in modo ossessionante e poco persuasivo: "il proselitismo" e "l'uniatismo" dei cattolici sono di grave ostacolo al proseguimento del dialogo ecumenico. Ma in questa occasione si è espressa in modo più virulento la stampa ortodossa rabbiosamente anticattolica che trova larga diffusione attraverso le rivendite librarie all'interno dei monasteri e delle chiese parrocchiali. Il papa è stato presentato come un pagliaccio da fiera; "i cosiddetti martiri" ucraini beatificati dal papa come traditori della patria sovietica, giustamente puniti da Stalin; il metropolita Szeptyckyj come un voltagabbana che prima inneggia a Hitler e poi a Stalin. Il meglio della polemica lo ha espresso padre Vsevolod Caplin, segretario della Commissione per le relazioni estere del patriarcato di Mosca prima fa proprie le parole del metropolita Onufrij: "La visita del papa ha raggiunto il vertice del cinismo e del banditismo" nel domandare perdono dopo aver saccheggiato con il proselitismo l'Ucraina ortodossa. Subito dopo, nella stessa intervista, padre Caplin afferma: "Noi non abbiamo paura dell'espansionismo cattolico, che ha ottenuto risultati molto modesti. Negli ultimi dieci anni, per quanto riguarda le conversioni di ortodossi al cattolicesimo, non ci sono stati grandi risultati". In consonanza con la voce ortodossa oltranzista si sono espressi anche questa volta i residui del comunismo ucraino. Il 2 giugno scorso "l'intelligencija ucraina per il socialismo" ha organizzato una conferenza sul tema "Religione e Chiesa nella vita attuale dell'Ucraina". "Tutti gli intervenuti - si legge nel comunicato ufficiale - sono stati concordi nel giudicare la visita del papa come un'ingerenza senza precedenti dei politici occidentali nelle questioni interne dell'Ucraina, come una violazione intollerabile di tutti i diritti e le libertà dei cittadini ucraini; si tratterebbe della prima crociata del Terzo Millennio contro l'Ucraina.E' in atto una forzata cattolicizzazione della giovane generazione ucraina". Riecheggiano i toni delle vecchie riviste d'ateismo ("Nauka i Religija" e "Ljudina i Svit") tristemente consonanti con la campagna anticattolica ortodossa. Di fronte alla posizione dura, offensiva e irreale di alcuni ambienti ufficiali del patriarcato di Mosca, la posizione ecumenica dei greco-cattolici si è dimostrata ancora una volta serena senza essere ingenua, franca senza essere offensiva, capace di dimenticare i gravi torti subiti dagli ortodossi e disposta a diventare tramite di unità fra l'Oriente e l'Occidente cristiani. Ma quello che lascia un'impressione particolarmente positiva è il giudizio ecclesiale di fede che sta a fondamento della loro posizione.

Gli Atti del Convegno e in particolare l'intervento del cardinale Husar ne danno una chiara testimonianza. Come abbiamo potuto constatare anche sul posto, il richiamo alla santità fatto dal cardinale non è semplicemente un vago "ecumenismo spirituale" buono per i non specialisti di problemi ecumenici, ma è un criterio ecumenico fondamentale per tutti. Se l'unità non parte dall'esperienza personale di comunione con Cristo, che poi fiorisce nella comunità in cui si è chiamati dalla Provvidenza a vivere e nella totalità della propria Chiesa, anche i rapporti con le altre Chiese sorelle non possono avere un adeguato fondamento e tenderanno ad essere formali, legati a tecniche o a valori particolari ultimamente mondani, sostanzialmente incapaci di creare unità. Il teologo ortodosso Yannaras dice che l'ecumenismo è diventato una parola vuota, e per uscire dalla crisi "l'ecumenismo può fiorire solo in base ad un'esperienza di comunione". Per questo motivo Husar e la sua Chiesa non sono tanto preoccupati di giungere a un consenso ai vertici, di firmare un concordato, ma di superare l' estraneità vicendevole consolidando nel popolo di Dio una coscienza comunionale che giunga a non più sopportare di restare divisi. "L'unità dei cristiani sarà possibile quando la gente lo vorrà : è un pensiero caro a Szeptyckyj. Lui voleva creare la voglia dell'unità fra la gente comune, dunque su una base più vasta" ("L'Osservatore Romano", 21.6.2001). Questa coscienza comunionale non può essere pensata principalmente come dialogo ma come unità che già esiste e che va quindi riconosciuta per poter essere annunciata in modo adeguato.

"Ex multis unum ut mundus credat" come si legge sul frontale di una cattedrale romanica. Com'era l'ecumenismo moderno nelle sue origini. Se manca la coscienza missionaria, proselitismo e uniatismo sono inevitabili. Così, se la comunione non è esperienza, è difficile immaginare che possa produrre unità. Se la crescita della comunione in ogni Chiesa è il presupposto dell'unità con le altre Chiese, non serve anticipare i tempi. Lo si è visto alla Commissione mista di Balamand in Libano nel 1993. Essendo mancato il consenso di una parte delle Chiese ortodosse, ora gli accordi sono sconfessati da numerosi ortodossi, compreso il Patriarca ecumenico Bartolomeo II (cfr. "30 Giorni" nr. 3/2001). Questi è giunto a dichiarare illegittima l'esistenza stessa dei greco-cattolici ("posizione ecclesiale anormale"). Non si può negar loro il diritto di esistere, ma non dovrebbero esistere. Su questa posizione è pure la linea ufficiale del patriarcato di Mosca. Ma a creare questa mentalità errata può aver contribuito anche la condanna frettolosa dell'"uniatismo" senza arrivare a specificarne il cuore. La condanna dell'uniatismo non può essere formulata semplicemente in base al fatto che sarebbe un metodo del passato che deve essere aggiornato con una tattica più raffinata e dialogica. L'uniatismo, come l'unità, vanno giudicati secondo il criterio di fede ecclesiale, non in base a territori e competenze giuridiche, come vorrebbe Bartolomeo II. L'uniatismo è una tentazione perenne sia del passato che del presente. L'uniatismo per noi, se non erriamo, è anteporre al riconoscimento del mistero che ci rende un solo Corpo in Cristo, il territorio canonico, il nazionalismo, il pacifismo borghese, la deformazione della storia, la preminenza del dialogo sulla passione all'unità, la disponibilità al compromesso piuttosto che la venerazione della verità, la promulgazione della verità sganciata dalla carità, le parate ecumeniche senza amicizia, i complimenti ecumenici senza condivisione. In questa prospettiva cattolici e ortodossi saremmo fraternamente impegnati a combattere lo stesso nemico, che si presenta sotto mille forme e continuamente si aggiorna. Potremmo dire che l'uniatismo non tiene nel dovuto conto sia il fondamento dell'unità che è Cristo, sia il metodo organico dell'unità che investe anzitutto la persona, unica e indivisibile, e che si esprime nell'unità ecclesiale, che è tanto più salda in se stessa quanto più è aperta alla comunione con la totalità della vita cristiana. Allora scopriamo che la radice dell'uniatismo è in ciascuno di noi, quando è incline a vivere meccanicamente, astrattamente, superficialmente il dono dell'unità in Cristo, elargito nel battesimo e continuamente alimentato dalla comunione dello Spirito Santo. Tutti siamo colpevoli di uniatismo, ma tutti possiamo aiutarci a superarlo. Uniatismo e proselitismo non sono due problemi: hanno la stessa radice e possono essere guariti da un comune rimedio.Il rimedio ci fu suggerito a Mosca nei tempi bui della persecuzione da un amico, allora dissidente laico ortodosso, ora sacerdote ortodosso: "Che i cattolici siano sempre più cattolici. Che gli ortodossi siano sempre più ortodossi. Aiutiamoci insieme a convertirci a Cristo e Cristo ci unirà".

© 2001 Russia Cristiana