> EDITORIALE 4/2005

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"E dietro l'Ospite... un vento gagliardo". Tre profughi russi e la sfida della libertà

"La libertà è il bene più grande che i cieli abbiano donato agli uomini"; il tradizionale appuntamento con il Meeting di Rimini ci ha offerto la possibilità di ripercorrere una delle pagine più drammatiche e più luminose della storia russa del XX secolo, quando oltre un milione di persone si trovò costretto ad abbandonare la propria patria dopo la vittoria definitiva dei bolscevichi: quella che si presentò ai più come una grande tragedia e il tramonto di una civiltà si rivelò in realtà come l'occasione per un'esperienza di libertà e di creatività inaudite. Questa "Russia fuori della Russia", come vennero chiamati gli emigrati russi sparsi per tutto il mondo nelle condizioni tremende dell'emigrazione, trovò un dono provvidenziale: non solo la libertà dalle persecuzioni, ma anche la possibilità di vivere quella libertà fuori dalla tentazione di autosufficienza che caratterizza gli uomini accomodati nel loro benessere. Allora, come sempre nella storia dell'uomo attaccato alla verità autentica della vita e non al prestigio delle apparenze, la crisi si rivelò non una sconfitta ma un giudizio portatore di nuovo slancio. La libertà apparve allora come qualcosa di irriducibile alla borghese indifferenza morale o alla rivoluzionaria conquista di un nuovo ordine sociale: entrambe queste libertà erano state sottratte per sempre agli emigrati russi, sconfitti dalla rivoluzione e schiacciati dalle necessità di una vita quotidiana ai limiti dell'umano. Eppure, proprio in queste condizioni, gli emigrati russi si riscoprirono liberi come, per certi versi, non erano mai stati: la nuova situazione diventava l'occasione per interrogarsi radicalmente sul significato dell'esistenza e per mostrare come fosse possibile vivere questo significato senza confonderlo con nessun valore astratto o con nessuna forma di potere, con nulla che potesse dipendere dalla forza degli uomini e delle loro civiltà. La libertà veniva riscoperta come un dono, che non era frutto della creazione solitaria e autonoma dell'uomo, ma aveva innanzitutto la caratteristica della vocazione: munus, ad un tempo dono e compito, con una inseparabilità così essenziale che ogni volta che perde la dimensione del dono la libertà umana si perde. Quando non si concepisce più come dono, la libertà può ancora mantenere i privilegi del passato, ma ormai lo fa soltanto come forza di conservazione, immobile e ripiegata su se stessa, a scapito dei nuovi mondi e dei nuovi tempi. Questi, a loro volta, concependo la libertà solo come una conquista da strappare al nemico, produrranno l'eterno circolo vizioso il cui esito ultimo è sempre un identico nichilismo, uno scontro di civiltà in cui in realtà non v'è nessuna civiltà da difendere e l'unico sconfitto è l'uomo. D'altro canto, proprio quando accetta di essere un dono, e rinuncia al vecchio attivismo prometeico, la libertà scopre di essere fonte di una nuova e inaudita attività: il contrario dell'attivismo solitario, che produce l'eterna dialettica servo-padrone, non è il quietismo del vecchio ordine costituito, ma il movimento continuo di chi comunica quell'infinito che ha ricevuto: l'uomo che si sente toccato da qualcosa che è al di là delle pretese di ogni potere, ed è irriducibile a ogni creazione umana, sarà per sempre segnato da questo dono, non potrà più accontentarsi di nulla che sia finito e non temerà più di condividere con chiunque ciò che per definizione non ha limite. Questa è l'esperienza trasmessaci dall'emigrazione russa, un'esperienza di libertà e di unità che trovò allora nella sua radice cristiana il fondamento ultimo, condivisibile e comunicabile a tutti gli uomini. I russi cacciati dalla propria patria e ridotti a nulla, infatti, riscoprirono che la fonte della libertà e della dignità ritrovata, più potente di ogni riduzione umana, era l'incontro con Cristo e la condivisione della sua vita; e solo mantenendo vivo il contatto con quella fonte si poteva continuare a dissetarsi e a offrire una speranza di salvezza alla propria gente e al mondo, a dispetto di ogni divisione e, anzi, come unica possibilità di superamento di tutte le divisioni, culturali, politiche e persino religiose. Nikolaj Berdjaev, cercando di trarre un bilancio dall'esperienza dell'emigrazione russa, e offrendola a tutto il mondo, aveva detto: "Se non c'è Dio, se non c'è Verità che lo innalzi al di sopra del mondo, l'uomo è totalmente subordinato alla necessità. L'esistenza di Dio è la carta delle libertà dell'uomo". Non è un caso che a più di mezzo secolo di distanza, in condizioni completamente diverse, ma di fronte a una crisi di civiltà non meno drammatica, sullo sfondo del Meeting di quest'anno risuonino queste parole di don Giussani: "Se l'uomo vuole essere libero da tutto ciò che lo circonda, se vuole essere libero da tutto ciò che esiste attorno a lui, deve essere dipendente da Dio. E' la dipendenza da Dio la libertà dell'uomo".

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