Intelligencija senza intelligenza

In un libro di una ventina d'anni fa, Pellegrini politici, lo studioso americano Paul Hollander aveva tracciato una avvilente galleria della stupidità degli intellettuali occidentali che erano andati e andavano pellegrini nei paesi del socialismo reale alla ricerca di una verità da contrapporre al marciume capitalista. Ne era risultato un bestiario deprimente che coinvolgeva alcune delle personalità più famose dell'intelligencija occidentale. Così ad esempio Neruda, dopo un viaggio nell'Armenia sovietica durante il quale aveva visitato un'enorme centrale idroelettrica con la quale il potere industrializzava il paese distruggendone la natura e facendo scempio dei vecchi monumenti, si era vantato ironicamente: "Quando i giornalisti mi chiesero che impressioni avevo avuto delle antiche chiese e dei monasteri, risposi, deformando un pochino le cose: 'La chiesa che mi è piaciuta di più è stata l'impianto idroelettrico, il tempio di fronte al lago'".Con altrettanta ironia, ma questa volta sicuramente involontaria, George Bernard Shaw così si esprimeva a proposito del sistema penitenziario che aveva creato il GULag: "In Inghilterra un delinquente entra [in prigione] come un uomo normale e ne esce come "un tipo criminale", mentre in Russia egli entra come un tipo criminale e ne verrebbe fuori come un uomo ordinario, se lo si convincesse a venir fuori del tutto. Ma per quanto ho potuto capire loro potevano star dentro quanto tempo volevano". Niente di sorprendente se si considera che lo stesso Shaw così definiva il lavoro della GPU: "umanamente e coscienziosamente sta liquidando un manipolo di sfruttatori e di speculatori in modo che il mondo sia più pulito per l'uomo onesto". Quando si rievocano questi campionari di ottusa disumanità, c'è spesso una sorta di disagio di fronte alle cadute di personaggi così grandi, oppure c'è l'invito a considerare il contesto nel quale nascono certe affermazioni: insomma, una sorta di ammonimento a non giudicare e a cercare di capire. In fondo è lo stesso ammonimento che sempre più di frequente si innalza da testi o convegni scientifici che, trattando della più ampia vicenda del totalitarismo, danno per scontata l'inevitabilità dell'alternativa tra "comprendere o giudicare" e la necessità, per lo storico, di fare proprio il primo corno del dilemma: cerchiamo di capire e non ergiamoci a giudici. Ma diciamo subito che questo invito, e la sua continua ripetizione, suonano strani: o enuncia la banalità secondo cui bisogna essere oggettivi (ma allora perché insistere tanto?), o pretende qualcosa di assurdo, perché ci pare ovvio che non si può giudicare niente se prima non si è capito di che cosa si sta parlando, così come dovrebbe essere ovvio che non si può capire niente se non si pronuncia continuamente un giudizio su quello che siamo chiamati a capire, innanzitutto il giudizio sulla sua effettiva realtà o meno: è solo giudicando ininterrottamente la verità o falsità dei dati che stiamo studiando che potremo capirli. Forse varrà davvero la pena di imparare a distinguere i livelli della realtà: non necessariamente il giudizio deve essere ridotto al giudizio penale, peggio, al giustizialismo o al giudizio ideologico e, in fondo, lo stesso giudice che è chiamato a pronunciare una sentenza è chiamato prima a stabilire la verità. Ma probabilmente il punto è proprio questo: si può pretendere di separare la comprensione dal giudizio solo se non ci sono una verità e una realtà con la quale tutti dobbiamo fare i nostri conti, se tutto si perde in "una sorta di grande pozzo" come diceva ancora Neruda, quando pretendeva di non avere elementi sufficienti per intervenire in difesa di Solzenicyn, ma si premurava di precisare che "dopo tutto ci sono molti più scrittori che sono in conflitto con i loro governi, nei paesi capitalisti, di quanti ce ne siano nei paesi socialisti". In fondo, questi pellegrini (e i loro difensori odierni) nascono dalla stessa mentalità che ha prodotto i totalitarismi del XX secolo, quella mentalità per cui non esistono la verità e la realtà, ma solo la loro interpretazione, con il corollario che allora non c'è più alcuna responsabilità di fronte a nulla e a nessuno e che ciascuno può crearsi la verità che preferisce o più gli fa comodo. E però tutti siamo pellegrini su questa terra e la certezza nell'esistenza della verità non può essere confusa con l'intolleranza; in questi mesi abbiamo visto e stiamo vedendo un altro pellegrino, prima in Grecia, Siria e a Malta, poi in Ucraina, ma il suo è un pellegrinaggio completamente diverso, e non lo è innanzitutto perché i suoi giudizi sono più acuti o perché non si lascia mai strumentalizzare o ridurre alle visioni ideologiche dei suoi ospiti, ma perché questo pellegrino ha quello che gli altri pellegrini hanno costantemente rifiutato: una verità di fronte alla quale essere responsabili, che non si deve cercare o produrre con la propria genialità o con il proprio acume, ma semplicemente riconoscere e accogliere. Ed è in questa accoglienza che si apre uno spazio per ascoltare la verità di tutti e di tutto: servi di tutti per non essere cortigiani di nessuno.

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