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Testimonianza e annuncio

In questo numero vengono presentati gli atti del convegno internazionale "Testimoni di Cristo. La memoria dei martiri del XX secolo e l'annuncio cristiano oggi in un mondo secolarizzato", organizzato dalla Fondazione Russia Cristiana e tenuto a Seriate il 23-24 novembre 2002. Testimonianza, martirio, annuncio sono temi strani; se ne parla, ma molto spesso banalizzandoli: ogni morte cruenta diventa un martirio e, come ricordava uno dei relatori, vengono definiti martiri persino i terroristi che si immolano uccidendo decine di persone. Allo stesso modo, la testimonianza e l'annuncio sono spesso guardati con sospetto, ora confondendoli con l'imposizione violenta del proprio punto di vista, ora semplicemente rinunciandovi del tutto proprio per evitare il rischio di questa imposizione. Il nostro mondo vive una crisi profonda che è innanzitutto una crisi di senso e le cui conseguenze finiscono col riflettersi persino sul significato delle parole: ogni avvenimento, anche il più serio e più tragico, viene sottoposto a una umiliante riduzione, al culmine della quale scompaiono del tutto i contorni dei fatti e resta soltanto l'infinita controversia delle interpretazioni, l'incessante contrapposizione di punti di vista astratti. E allora, come nella recente tragedia irachena, il Dio della pace viene chiamato a benedire la guerra, e l'invocazione della pace viene utilizzata per riprendere la guerra col vecchio nemico ideologico. E' del resto difficile credere che si potesse comportare diversamente chi non riesce neppure a concepire l'idea che la testimonianza non è un gesto di conquista, ma la condivisione di un'esperienza vissuta, e che il martirio non è l'esito di un progetto eroico riducibile all'esperienza della morte, ma appunto la testimonianza di qualcosa per cui vale la pena di vivere sino alla morte. Le relazioni presentate al convegno hanno mostrato come sia possibile sfuggire alle sterili controversie astratte e recuperare questi elementi fondamentali, non attraverso nuove teorie o nuovi punti di vista, ma col semplice racconto dei fatti. I martiri, gli stessi martiri dei nostri giorni, nella loro stragrande maggioranza, non sono esseri eccezionali, impegnati in qualche impresa di conquista, ma persone assolutamente normali che vivono un'esistenza del tutto ordinaria, affermando un senso del vivere che non è frutto delle loro personali capacità, ma dono di un Altro. Testimoniare è esattamente comunicare questo dono: nessuna imposizione di qualcosa di proprio, dunque, ma l'umile condivisione di un senso delle cose ricevuto e vissuto come una gioia piena di sorpresa. Di fronte al dolore del mondo, di fronte al dolore di tutte le guerre, il martire, il testimone sa che se la sofferenza è infinita, ancor di più lo è l'amore di Dio; e il problema dell'annuncio, allora, non è quello di far propaganda a questo amore, ma di esserne assetati e di riconoscerlo: sete costitutiva dell'uomo che si riconosce povero e non ha quindi nulla da imporre o da difendere; riconoscimento e accoglienza di qualcosa che non mi creo da solo, ma è offerto a tutti gli uomini. La missione e l'annuncio, vissuti in questo modo, sono tutto il contrario del proselitismo e del fondamentalismo col quale vengono spesso confusi; anzi, proprio come riconoscimento di questo amore in cui tutte le cose sono state create e per cui tutto continua a vivere, sono metodologicamente legati all'ecumenismo che, inteso come impeto capace di esaltare il bene che esiste in tutto ciò che si incontra, è propriamente il metodo della missione. Verità frutto dell'esperienza, questa maniera di intendere il martirio e l'annuncio, oggi, è molto spesso ignorata o risulta incomprensibile: un uomo che è ricco della propria presunzione, della propria sete di potenza, della propria certezza di poter fare da solo e di essere nella propria solitudine il padrone del mondo, difficilmente potrà accettare che il bene e la verità possano essere semplicemente ricevuti e donati e non debbano essere creati da lui e imposti agli altri. L'uomo che ha perso il senso della propria sete ha perso il proprio io e la gioia di ricevere, e un uomo senza gioia e senza identità diventa inevitabilmente aggressivo o disperato. Non è allora un caso, ci ha ricordato il convegno, che l'annuncio e la testimonianza nel nostro tempo abbiano ripreso vigore, nella Chiesa d'Oriente come in quella d'Occidente, a partire dai due concili, quello del 1917-1918 e il Vaticano II, che furono innanzitutto una ripresa di identità delle due Chiese. Problema di identità e di educazione a questa identità, la testimonianza, il martirio e l'annuncio possono essere compresi e vissuti solo all'interno di questa educazione che ci richiama alla verità dell'essere umano, una verità che, come ci è stato ricordato in occasione della recente guerra, prima di arrivare a rivendicare la giustizia e le ragioni delle parti in conflitto, arriva al "riconoscimento di un'ingiustizia annidata alle origini di tutte le decisioni umane". Solo in questo riconoscimento l'annuncio non è l'imposizione intollerante del mio potere e il martirio non è un sacrificio assurdo e inarrivabile, ma l'uno e l'altro tornano ad essere quello che sono: l'offerta di una vita che ci è stata donata prima di ogni nostra iniziativa.

© 2003 Nuova Europa 3/2003 Russia Cristiana