> EDITORIALE 2/2005

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Il compagno di una vita

Il 22 febbraio scorso è scomparso don Luigi Giussani. Per Russia Cristiana era stato sin dall'inizio, in lunghi anni spesso difficili, un grande amico e molto, molto di più: senza don Giussani e senza Comunione e Liberazione oggi Russia Cristiana non sarebbe quello che è. Non era solo questione di simpatia umana e di affinità intellettuali, che pure ci univano solidamente ed erano cresciute intense negli anni di coabitazione in via Martinengo (una delle prime sedi di Russia Cristiana, dove don Giussani aveva abitato a lungo), si trattava piuttosto della comune, salvifica e generatrice, esperienza dell'incontro con Cristo presente nella Sua Chiesa. Era questa esperienza che ci faceva muovere ogni giorno nella vita e che determinava le nostre azioni; ed era il bisogno di comunicarla che ci spingeva alle varie iniziative. Come disse don Giussani in un'intervista che pubblicammo nel 1992, parlando dell'opera di Comunione e Liberazione, ma tracciando anche le ragioni e il senso di quello che sarebbe poi diventato il nostro lavoro attuale: "La presenza di CL nei popoli dell'Est realizza il diritto umano di confidare loro quello che ha salvato noi. Non sostituendoci a loro. Ma umilmente sostenendoli attraverso l'esempio presente di come la Chiesa può essere vissuta. Non vogliamo sopraffare, ma essere compagni, immedesimandoci il più possibile con la loro storia e con i loro bisogni. In fondo è tentare di ricompensare i nostri fratelli dell'Est di quello che la loro esperienza ha dato a noi, culturalmente e come esempio di vita: la testimonianza cioè di una tenace fedeltà alla tradizione e di un'ammirevole capacità di resistere per tanti anni all'attacco sistematico dell'ateismo". Era la passione per l'esperienza di Cristo nella sua vita che aveva reso don Giussani capace di questa comunione, di questa immedesimazione nei bisogni e nei tesori di una tradizione e di un popolo che erano diventati suoi, anche se non era mai stato in Russia. Quando parlava della sobornost' e della trasfigurazione come idee che avevano segnato la sua storia personale e la storia di Comunione e Liberazione, don Giussani non parlava di idee estranee intellettualmente assimilate, ma del frutto di una comune esperienza di Cristo che, vissuta nella sua radicalità, non smette mai di crescere e di arricchirsi, esaltando le potenzialità e l'intelligenza degli uomini: seguendo Cristo, si diventa partecipi di tutto ciò che è Suo, si trovi questo all'angolo di casa nostra, o si trovi all'altro capo della terra. Così la sobornost' non era un progetto, ma la coscienza della ricapitolazione di tutto in Cristo: in Cristo si diventa partecipi della sua unità, della sua salvezza che investe tutto il mondo e che supera ogni estraneità. Un esempio di questa potenza attuale e concreta di unità e assimilazione creatrice è dato dalla famosa immagine dell'America che don Giussani utilizzava per spiegare la differenza tra una ragione chiusa solipsisticamente in sé e nella sua pretesa di essere misura delle cose e di stabilire da sola cosa sia reale, e una ragione aperta invece ad accogliere la lezione della realtà e dell'esperienza: per la prima non era ragionevole credere all'esistenza dell'America se non la si era sperimentata di persona, per la seconda era del tutto logico fidarsi dell'esperienza di altri che l'avevano vista. Ebbene, per quanto possa sembrare incredibile proprio questa stessa immagine, così originale e apparentemente irripetibile, era stata utilizzata da Solov'ëv per chiarire la potenza di un concetto di esperienza non razionalisticamente ridotto ma capace di accogliere "sobornicamente" i contributi delle esperienze altrui. Quasi sicuramente don Giussani non conosceva l'esempio di Solov'ëv, che non si trovava in una delle sue opere maggiori ma era sepolto in una voce di enciclopedia che quasi nessuno sapeva fosse sua; ma appunto questa è l'esperienza concreta della sobornost', ideale di vita e di conoscenza e non semplice concetto teologico astratto: in Cristo un prete cattolico brianzolo dava nuova voce e vita all'immagine di un filosofo russo da tutti dimenticata. Quell'uomo particolare diventava portatore di una sapienza universale, non grazie a particolari conoscenze filosofiche o teologiche, o a particolari virtù morali o capacità estetiche, cose che pure possedeva in massimo grado (come aveva constatato chiunque avesse seguito le sue lezioni), ma perché era andato al cuore del cristianesimo, e perché quest'ultimo non era la semplice somma, sia pure altissima, di tutte le filosofie, teologie, morali ed estetiche di questo mondo; infatti, come diceva sempre Solov'ëv, "se il cristianesimo fosse soltanto l'insieme di questi elementi, non sarebbe affatto una nuova forza universale, sarebbe solamente un sistema eclettico simile a tanti altri sistemi filosofici che non agiscono sulla vita, non producono svolte storiche di portata mondiale, non distruggono un mondo per costruirne un altro. Il cristianesimo ha un suo proprio contenuto indipendente da tutti questi elementi che entrano a farvi parte, e questo suo contenuto specifico è unicamente ed esclusivamente Cristo. Nel cristianesimo in quanto tale noi troviamo Cristo e solo Cristo, ecco una verità molte volte espressa ma molto poco assimilata". Ed era dall'incontro con questo Cristo che nasceva quell'idea di trasfigurazione che tanto aveva colpito il giovane Giussani seminarista, al punto di orientarne in seguito una parte degli studi e di portarlo a insegnare per un certo periodo Teologia orientale; anch'essa non era un concetto astratto, ma l'esperienza di un ideale di umanità vissuta. Il fascino con il quale Giussani parlava e sapeva trascinare dietro di sé tanti giovani non dipendeva da particolari doti organizzative, ma dal fatto che parlava all'uomo contemporaneo, con tutte le sue esigenze, i suoi bisogni e i suoi limiti, in una luce completamente nuova: là dove l'umanità del XX secolo usciva dalla delusione generata da chi le aveva promesso di creare l'uomo nuovo e aveva prodotto soltanto nuove schiavitù, là dove l'uomo si trovava abbandonato nella solitudine dei suoi sogni e delle sue pretese come delle sue miserie e dei suoi fallimenti, don Giussani aveva rilanciato, con una giovinezza e una baldanza che avrebbe conservato sino alla fine, l'esperienza di un uomo la cui realtà più profonda era il grido agostiniano "fecisti nos ad te, Deus", così che mai l'uomo potrebbe accontentarsi di una realizzazione, di un cambiamento, di una trasfigurazione che gli desse meno di quella promessa. Il suo fascino era legato esattamente a questo grido e a questa mendicanza; da lì, da quella confessione dell'attesa quotidiana dell'incontro con Cristo salvatore, veniva tutta la sua potenza di annuncio, una potenza che non faceva paura, che non faceva ombra né metteva soggezione in chiunque altro cercasse o attendesse quell'incontro per la propria persona; grazie a questo, e solo a questo, come ci hanno scritto degli amici ortodossi in un messaggio di condoglianze, "lui e le sue opere sono ampiamente note in tutto il mondo. A lui si riferiscono con rispetto non solo i cattolici e i membri del movimento, ma molti ortodossi e rappresentanti di altre confessioni cristiane". A Cristo aveva dato tutto e, avendo guidato tutti a Cristo, ci impegna oggi su questo percorso di unità già sorprendentemente iniziata.

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