> EDITORIALE

:::

Al cuore dell'unità

La questione dell'ecumenismo è tornata a far parlare di sé negli ultimi tempi anche in relazione al recente viaggio del cardinal Kasper a Mosca, un viaggio a lungo minacciato dalle polemiche sulla questione del proselitismo cattolico in Russia e da tutti i problemi legati all'esistenza di una Chiesa greco-cattolica in Ucraina (non ultima la possibilità della nascita di un patriarcato greco-cattolico); sull'insieme di questi dissapori si è poi innestata l'ormai annosa vicenda del viaggio in Russia di Giovanni Paolo II. Non sono questioni di poco conto, ma non v'è dubbio che il problema ecumenico dovrebbe essere altro o, per lo meno, non v'è dubbio che, presi dall'esistenza di questi problemi, rischiamo di perdere di vista l'essenza dell'ecumenismo in quanto tale e rischiamo di farne una questione che può interessare solo gli esperti, gli addetti ai lavori o le diplomazie, mentre il problema dell'unità tocca il cuore della vita di ogni singolo cristiano. Per quanto riguarda l'essenza del problema ecumenico, il semplice cristiano battezzato deve ricordarsi allora che la Chiesa è innanzitutto un mistero di comunione e che l'unità vissuta della Chiesa potrà ristabilirsi solo nella misura in cui ciascun credente vivrà più profondamente e più concretamente nella sua vita quotidiana questo mistero di comunione; a queste condizioni, nessuna azione diplomatica o nessuna preoccupazione teologica ci appariranno più estranee, ma anzi saranno percepite come la forma stessa di questa rinnovata sete di unità e di questo rinnovato desiderio di testimoniare l'unico Cristo. Certo, il problema del proselitismo non viene tolto da quanto si è appena detto, e resta anzi il dovere di condannarlo (come per altro è stato fatto ancora una volta da parte cattolica), ma alla luce di questa sete di testimonianza esso acquista una dimensione completamente diversa. All'inizio degli anni Cinquanta, padre Philippe de Régis, che era stato rettore del Russicum, il collegio fondato a Roma per preparare sacerdoti alla missione in Russia, si augurava che il giorno in cui fosse diventato possibile iniziare quella missione i suoi superiori avessero quel tanto di chiaroveggenza e forza d'animo per escludere impietosamente quei sacerdoti o seminaristi che avessero voluto partire alla conquista della Russia; e continuava padre Philippe: "Tanto deplorerei e giudicherei fatale un lavoro di proselitismo, che mirasse unicamente o anche solo principalmente ad estendere la religione cattolica e a reclutarle nuovi aderenti, altrettanto vorrei che i nostri preti si consacrassero allora con passione al compito dell'evangelizzazione". Alla luce di questa passione il problema del proselitismo, come si diceva, non viene certo risolto, ma il proselitismo stesso non potrà più essere visto o scambiato con un'opera di evangelizzazione, perché è esattamente il suo contrario. Allo stesso modo, la questione dolorosa della Chiesa greco-cattolica non viene certo risolta dalle considerazioni che stiamo facendo circa la sete di testimoniare l'unità offerta dalla fede nell'unico Cristo, ma alla luce di questa testimonianza può acquistare una dimensione del tutto diversa. Per quanti errori e torti siano stati consumati dalle due parti nella storia recente o lontana, il primato dell'essenza mistica della Chiesa non può non riportare tutti alla memoria delle sofferenze sopportate insieme per Cristo, tanto dai greco-cattolici quanto dagli ortodossi: di fronte a queste sofferenze, il cristiano non sentirà nascere né un senso di vendetta contro i persecutori né un senso di orgoglio per la resistenza opposta al nemico, ma un senso di reciproca umiltà: nessuno potrà essere tentato di preferirsi ai propri fratelli, tutti avranno coscienza di aver sofferto per lo stesso Signore e che ciò che li ha sostenuti nella prova e ha fatto loro confessare lo stesso Cristo è esattamente la stessa forza divina alla quale tutti devono tutto. Certo, anche qui resteranno mille problemi, ma innanzitutto si farà strada la coscienza di quanto sia preziosa la testimonianza offerta per Cristo e di quanto questa testimonianza sia già un fatto di unità dal quale partire come dall'essenza per discutere e riparare i torti prodotti dai nostri peccati storici. "Se la Provvidenza, che si serve delle avversità per far avanzare la propria opera, vuole portare la Chiesa verso l'unità attraverso la via delle divisioni, questo è un suo diritto. Quanto a noi, il nostro dovere è di opporci alle divisioni, a meno che non vogliamo servire la causa dell'unione delle Chiese come Giuda ha servito la causa della Redenzione, consegnando Gesù Cristo alla morte" (V. Solov'ev).

© 2004 Nuova Europa - Russia Cristiana