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Un mito d'acciaio inossidabile
di Adriano Dell'Asta

"Stalin fu un grande uomo di Stato; le tragedie che pure segnarono la sua attività di statista, vanno rilette alla luce della grandezza dei compiti che dovette affrontare e dei risultati comunque ottenuti, primo su tutti la vittoria sul nazismo, ecc. ecc.". Giudizi di questo tipo sono frequenti in questi giorni di commemorazione della morte di Stalin. Al di là delle molte imprecisioni e, spesso, delle falsificazioni, che costellano questi discorsi e che sono frutto, nel migliore dei casi, di pura ignoranza storica, ci sono però degli elementi ricorrenti che esulano dal campo della ricerca storiografica e che, anzi, la precedono, in maniera tale che proprio dal tenerli o meno presenti dipende poi la possibilità di quella ricerca stessa. Si è sentito ripetere più volte, ad esempio, che in quelle condizioni non si sarebbe potuto agire diversamente, né da parte di Stalin, né da parte di coloro che in quegli anni condivisero con lui tante responsabilità: in Italia, il pensiero è spesso andato a questo proposito a Togliatti, e altrettanto spesso si è detto che le sue scelte potrebbero essere ripetute anche oggi. Anche oggi, dunque, ci sono persone che accetterebbero i silenzi pieni di paura, le complicità interessate, le collaborazioni spudorate con cui il comunismo internazionale coprì o favorì i crimini di Stalin: come si sarebbe potuto fare diversamente? A questa domanda ciascuno di noi deve avere il coraggio di rispondere una volta per tutte mettendo in gioco innanzitutto se stesso, senza pretendere di dare lezioni di coraggio o di lungimiranza politica, ma trovando un punto fermo che permetta di ricomprendere, di riaccogliere e di superare anche le debolezze e gli errori che altri hanno commesso, ma che ciascuno di noi potrebbe commettere. Come diceva Zygmunt Bauman, parlando della Shoah e delle scuse che molti accampano per discolparsi del fatto di non avere aiutato gli ebrei braccati dai nazisti: "Sono sicuro che, se avessi negato un rifugio a chi me lo chiedeva, sarei pienamente in grado di dimostrare a me stesso e agli altri la piena razionalità della scelta. Sono anche certo che proverei una vergogna irragionevole, illogica, ma assolutamente umana. E tuttavia credo che, se non fosse per questo sentimento di vergogna, la mia decisione continuerebbe a corrompermi fino alla fine dei miei giorni". Il punto è tutto in questa umanissima capacità di provare vergogna. Senza questa capacità di vergogna diventa troppo facile e troppo normale parlare di milioni di uomini la cui morte sarebbe riscattata dalla costruzione di uno Stato potente o resa necessaria dalle crudeli leggi che regolano la vita degli Stati, con le loro guerre e con i loro capi, costretti ad essere crudeli o che diventano capi proprio grazie alla loro crudeltà e al fatto che la legge della storia è il vecchio homo homini lupus; così Stalin rientrerebbe in questo schema generale. In questo schema di universale antropofagia tutto diventa comprensibile, e ripetibile, al punto che un Luciano Canfora può arrivare a scrivere nel "Corriere della Sera" del 5 febbraio 2003 che c'è "un evento che spiega meglio di qualunque ragionamento il conflitto permanente e la repressione ininterrotta che caratterizzano gli anni di governo di Stalin, fino alla guerra: il colpo di Stato tentato da Trockij a Mosca il 7 novembre 1927". Al di là di ogni altra considerazione su questo leggendario evento, si potrebbe ribattere che Stalin non aspettò certo questo presunto golpe per iniziare a purgare partito, Stato e società; perché, anzi, come diceva a chi gli rimproverava le repressioni dei comunisti, "sì, li arrestiamo e continueremo ad arrestarli. (...) Si dice che la storia del nostro partito non conosce simili esempi. Non è vero", e precisa, con una osservazione che dovrebbe far cadere ogni sogno circa possibili esiti diversi del comunismo, "chi non sa che i membri di questi gruppi sono stati arrestati con il pieno consenso di Zinov'ev, Trockij e Kamenev?". In questo senso si potrebbe poi ricordare che le purghe non iniziarono certo con il solo Stalin ma erano già state inaugurate da Lenin, quando aveva inventato la categoria di "nemico oggettivo" e, nel 1922, aveva fatto di tutto per introdurre nel nuovo codice un articolo che prevedesse pene pesantissime per coloro che "aiutano oggettivamente" o "possono aiutare" la borghesia internazionale. E da ultimo si può ricordare che questa vicenda riguarda tutto il comunismo internazionale, con la sua mitizzazione di Stalin e di Lenin. Ma queste obiezioni di ordine storico cadrebbero probabilmente nel vuoto, perché il vero cuore della vicenda precede qualsiasi considerazione di carattere storiografico o scientifico: le controversie storiche ci saranno sempre, perché ancora a lungo ci saranno nuovi documenti da studiare, e sempre ci saranno nuovi punti di vista dai quali arricchire la nostra conoscenza della verità; il punto è che per arrivare alla controversia storica occorre che vi sia una realtà da studiare e nella questione di Stalin e del comunismo, quello che sfugge a molti è proprio la realtà. Una reduce di un gruppo di bambini spagnoli trasferiti in Unione Sovietica al tempo della guerra di Spagna definisce bene questa mentalità parlando della grandezza di un altro capo comunista, Castro: "un essere straordinario (...). E' capace di dirti che una cosa è nera anche se tu la vedi bianca, ma quando lui te l'ha spiegato finisci per dire a te stesso: 'Adesso che osservo meglio, effettivamente pare anche a me un po' nera'". Se prendiamo sul serio questo brano di memoria cominceremo a capire cosa si intende con scomparsa della realtà: non esistono più fatti e cose, e resta soltanto quello che i conoscitori delle leggi della storia decidono di vedere in quei fatti e in quelle cose. Così, si possono fare studi accuratissimi e raccontare per filo e per segno come si sono svolte le purghe, quante sono state le vittime, e via dicendo, ma questi studi rischiano di non far conoscere la realtà più di quanto possa farlo qualche chiacchiera sul presunto golpe di Trockij, che sarebbe allora il vero colpevole delle repressioni di cui lui stesso poi cadde vittima: davvero è impossibile parlare di storia quando è venuto meno il principio di realtà. Come diceva Brodskij, quando si parla del totalitarismo sovietico, si deve sottolineare che in esso non si capiva più "chi bisognava amare e chi temere, chi faceva il Male e chi il Bene. Bisognava concludere che tutto era lo stesso. Vivere si poteva, ma era diventato assurdo". E' questa assurdità che bisogna superare se si vuole che i discorsi su Stalin riacquistino un rapporto con la realtà; nel caso contrario continueremo a parlare della sua grandezza di uomo di Stato, convinti di parlare di uno Stato normale e di un normale capo di Stato e non ci renderemo conto di rendere normale uno Stato il cui fondatore, Lenin e non Stalin, ha reso la negazione del principio di realtà il fondamento stesso su cui doveva reggersi il nuovo ordine mondiale.

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