Le diocesi della discordia

e quattro amministrazioni apostoliche nelle quali era organizzata sino a poco tempo fa la vita della Chiesa cattolica nella Federazione Russa sono state elevate allo status di diocesi, con sede a Mosca, Saratov, Novosibirsk e Irkutsk, contemporaneamente è stata creata la relativa provincia ecclesiastica. Come è noto, questo provvedimento ha suscitato le vibrate proteste della Chiesa Ortodossa Russa, che vi ha visto un gesto "non amichevole" e una sorta di prova del "proselitismo" della Chiesa cattolica in Russia. Questa reazione negativa è andata rapidamente irrigidendosi sino al punto di indurre il Patriarcato a sospendere la visita a Mosca di una delegazione vaticana di altissimo livello. I rapporti tra le due Chiese sono arrivati così a un punto di tensione insolitamente grave, tanto che molti in Occidente si sono chiesti se era proprio necessario questo passo vaticano, e proprio in questo momento. Per quanto la situazione creatasi possa essere dolorosa, ci pare che la misura presa da parte cattolica sia pienamente giustificata e rientri nella normalità della vita di una Chiesa, che per essere tale ha appunto bisogno, tra l'altro, di diocesi regolarmente erette: le amministrazioni apostoliche sono delle strutture del tutto temporanee e nel caso russo ci si era arrivati per le condizioni eccezionali del paese dopo la fine dell'Unione Sovietica e l'inizio del ritorno alla normalità interrotta dalla rivoluzione. La presenza cattolica in Russia non è infatti una novità di questi ultimi anni, infatti popolazioni cattoliche si erano venute a trovare all'interno dell'impero zarista, prima, e dello Stato sovietico, dopo. Le diocesi attuali, dunque, riprendono una vita che ha una lunga storia e che già aveva avuto strutture simili. Oggi non si è fatto che tornare alla normalità. E' una normalità dolorosa, certo, ma non per via di queste diocesi, bensì per il fatto che è il rapporto tra le due Chiese a essere anormale: soffermarsi sulla questione delle diocesi rischia di far dimenticare che è questo il nocciolo della questione. Non riusciamo in effetti a capire come si possa parlare di proselitismo della Chiesa cattolica, tant'è che alla richiesta di indicare casi concreti non si è mai data una vera risposta. Ma non è neppure questo il problema. Uno dei punti di grave incomprensione da parte ortodossa nasce dall'uso indebito e indebitamente estensivo del concetto di "territorio canonico". Si dice che il popolo russo è, "culturalmente, spiritualmente e storicamente, gregge della Chiesa ortodossa russa", e poi da questa affermazione si deduce il carattere proselitistico dell'"attiva opera missionaria del clero cattolico tra la popolazione russa, che tradizionalmente non è mai appartenuta alla Chiesa cattolica romana". A ben vedere, dunque, quello che fa problema a questi osservatori ortodossi non è neppure il proselitismo, ma la semplice attività missionaria, quando questa è esercitata nel territorio canonico russo. Ora, un simile ragionamento non solo sembra dimenticare che la missione è un obbligo per la Chiesa, ma è pure al di fuori di qualsiasi interpretazione plausibile del concetto di libertà di coscienza, che si applica alla persona e non ai territori. Simili argomentazioni, poi, non capiscono che oggi non c'è più, da nessuna parte, un gregge che si possa considerare proprietà di qualcuno, e si tratta piuttosto di annunciare sempre e dovunque un Cristo che molti non hanno mai veramente incontrato. Da ultimo, ci pare che qui non ci si renda conto che ciò che è in questione non è l'identità russa, questa anzi potrebbe essere aiutata dall'unità dei cristiani e della Chiesa, che per definizione vive della diversità e alimenta la multiforme ricchezza dei suoi figli; ciò che è minacciato e realmente ferito, è l'essere stesso della Chiesa, che si vede ridotta a una dimensione territoriale e costantemente in pericolo di diventare essa stessa gregge di chi ha il potere su quel territorio. L'esperienza della Chiesa in Occidente, da questo punto di vista, ci ha insegnato che la diversità delle tradizioni è un'occasione di ricchezza e di crescita per ogni singola Chiesa: la vicenda dei filosofi religiosi russi e i tesori che essi ci hanno dato sono fin troppo evidenti in questo senso; e a nessuno è mai venuto in mente di definire la loro testimonianza come una forma di proselitismo, anche se essa ha portato a conversioni e anche se oggi la Chiesa ortodossa è organizzata a sua volta con vere e proprie diocesi in Occidente. Ma se abbiamo evocato la presenza ortodossa in Occidente, non è per invocare un pur legittimo principio di reciprocità; in fondo si perderebbe un'occasione se nel momento attuale ci si limitasse ad opporre ragione contro ragione. L'esperienza dell'emigrazione russa ci richiama a qualcosa di più essenziale delle nostre dispute e dello stesso dolore che ci devono causare, ci rimanda all'esperienza di unità che è nata nel comune martirio subito da entrambe le Chiese: è proprio la comune memoria di questo unico martirio che invece di farci temere l'incontro con la testimonianza dell'altra Chiesa ci dovrebbe spingere a cercarla, come alimento alla propria fede. E questo vale, ovviamente, da entrambe le parti: come gli ortodossi non devono temere la presenza cattolica, così i cattolici devono mostrare un amore per la tradizione e la storia della Chiesa ortodossa, così profondo da sgombrare il campo da qualsiasi paura o prevenzione, fino a quando le diverse testimonianze dell'unico Cristo saranno vissute dall'unica Chiesa.

 

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