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"Un'atmosfera
santa"; così ha definito, uno dei partecipanti al
Convegno di Seriate su "La teologia ortodossa e l'Occidente
nel XX secolo", l'atmosfera che si era creata durante
l'incontro. Va subito detto che questa santità non
è dipesa da particolari iniziative e non è
stata il frutto di particolari virtù, è nata
piuttosto da quello da cui dipende la santità di
tutto ciò che esiste: è stata generata da un
dono di Dio e dalla disponibilità degli uomini ad
accogliere questo dono e a conformarvisi. "Perché
affannarsi tanto, quando è così semplice
obbedire?"; queste parole famose dell'Annunzio a Maria di
Claudel definiscono molto bene il contesto in cui è
nato il convegno che Russia Cristiana ha tenuto in
collaborazione con la Commissione teologica Sinodale del
Patriarcato di Mosca: la santità non dipende da
chissà quale sforzo umano ma dal totale abbandono
alla potenza di Dio, dalla totale appartenenza a Lui,
così che non siamo più noi a vivere, con le
nostre debolezze e le nostre divisioni, ma è Lui che
vive in noi. Così è stato, in qualche misura e
nei limiti di un convegno scientifico, per chi ha
partecipato a questa iniziativa: la santità
dell'atmosfera che è stato possibile respirare non
è nata dall'invenzione o dalla ricerca di vie nuove
verso l'unità, ma dall'obbedienza all'unità
che Dio ha donato e dal desiderio di convertirsi a questa
unità che era, per ciascuno dei partecipanti, Cristo
presente nella propria Chiesa. Aver vissuto un momento di
unità non significa certo ignorare o negare in
maniera ingenua e semplicistica le differenze che pure
restano tra le nostre comunità ecclesiali d'Oriente e
d'Occidente. Il difficile ma esaltante cammino della
santità ci può essere ancora da modello:
ciò che rende autentica e feconda l'ascesi non
è il rifiuto della materia o dell'umano, ma la
conformità a una misura, il rifiuto dell'arbitrio e
l'obbedienza a una misura che, come un dono, viene dall'alto
e plasma la persona di ciascuno di noi come qualcosa di
irriducibile, non come uno dei tanti, ma come una gemma che
non ha pari e che per questo viene definita santa. Allo
stesso modo, l'unità non nasce dalla soppressione
delle diversità, non viene dal rifiuto delle singole
identità, ma dalla loro consegna nelle mani del
creatore, che ce le riaffida ogni volta più ricche.
Così questa atmosfera di santità diventa anche
il modello dell'opera che ci attende, nella nostra
aspirazione a rendere visibile l'unità donata da Dio
e la sua infinita ricchezza; obbedienti al dono ricevuto
dovremo ogni giorno reimparare a coniugare insieme
unità e diversità; senza la diversità
la Chiesa non è più un tutto organico, un
corpo vivente, e diventa una sorta di agglomerato meccanico,
nel quale ogni elemento perde la propria
irripetibilità. Senza l'unità, invece, ogni
parte costitutiva, con le particolarità distintive
che le sono proprie e che costituiscono appunto la sua
ricchezza interiore, rischia di rinchiudersi in se stessa,
di separarsi con un muro invalicabile dalla ricchezza delle
altre parti e di diventare causa di opposizione. Il
cristianesimo non è un punto di vista preso nella sua
particolarità, e come tale costretto a difendersi
dagli altri particolari o a soffocarli per non esserne
soffocato; esso è piuttosto la vita dell'universale
che si manifesta nel particolare. Per questo restano per noi
vincolanti le parole del metropolita Bloom che sono state
citate durante il convegno: "Non cercare di rendere gli
altri uguali a noi, ma condividere con essi la gioia
trasfigurante dellaconoscenza di Dio e della comunione con
Lui, affinché gli altri possano diventare se stessi,
tanto diversi da noi quanto unici agli occhi di Dio. Non
attraverso l'uniformità possiamo riunirci tra noi, ma
grazie all'unità che si rende possibile solo
attraverso l'unicità". Questo rispetto assoluto della
diversità, che è nutrito dall'umile certezza
della propria irriducibilità, è possibile solo
se ogni cosa non è più vissuta da noi come il
frutto delle nostre genialità, ma è ricevuta
ed è vissuta come un dono e, come un dono, viene poi
offerta a tutto il mondo. E l'unità della Chiesa non
è uno dei tanti doni, ma qualcosa in cui ne va della
vita e della salvezza stessa di tutta l'umanità;
così, senza pretese di arrogarsi compiti non propri,
ma con la baldanza che viene dalla certezza di compiere
un'opera che non è nostra, ciascuno di noi è
chiamato a testimoniare l'unità che gli è
stata donata dalla sua appartenenza alla Chiesa. "La Chiesa
di Cristo, infatti, non è innanzitutto un'impresa dei
cristiani ma, prima di ogni altra cosa, la salvezza portata
da Dio a tutta l'umanità". I cristiani che non vivono
questa unità vengono meno al loro compito salvifico,
ma se la vivono, nonostante e attraverso le loro
diversità e le loro disunioni, convertono se stessi e
sono luce del mondo quale che sia l'esito della loro
opera.
©
2005 Nuova Europa - Russia
Cristiana
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