L'ecumenismo insegna

l nostro lavoro ecumenico non può essere semplicemente un confronto culturale, ma dev'essere un incontro con la vita della Chiesa in Russia. Questo ha voluto dire in passato prendere coscienza del martirio della Chiesa in Russia, documentare la persecuzione promossa dal regime, denunciare i metodi ambigui della mano tesa, sostenere la causa dei dissidenti cristiani e non cristiani. Non abbiamo mai creduto, in nome di un ecumenismo ufficiale non sempre limpido, di dover osservare le leggi di un regime persecutorio. Diversamente da chi credeva di poter salvare la Chiesa con il compromesso, abbiamo sempre creduto che il compromesso non serve alla Chiesa, come la storia ha poi dimostrato. Non serve neppure a rendere meno disumano il totalitarismo, come osserva giustamente Hannah Arendt. Abbiamo compreso che il lavoro ecumenico doveva essere uno scambio di doni: la Chiesa russa perseguitata, il sacrificio, la resistenza coraggiosa dei suoi figli migliori avevano molto da insegnare ai cristiani dell'Occidente. Per essere esperti di unità occorre fare esperienza di comunione. Il primo scopo non dev'essere quello di aiutare la Russia o far conoscere la cultura russa, ma quello di educarci ed aiutarci vicendevolmente a riconoscere l'unità che ci è donata dallo Spirito e investire la vita quotidiana di questa realtà. Abbiamo trovato conferma della validità di questa posizione anche nelle parole di un teologo ortodosso, Yannaras, che dice: "L'ecumenismo è diventato una parola vuota", ma poi aggiunge: "L'ecumenismo può fiorire solo sulla base di una esperienza comunionale". Esperienza che interessa prima di tutto la persona e poi si esprime nella comunità cristiana cui si appartiene, in comunione con la propria Chiesa. Se manca questa esperienza, l'ecumenismo tende a diventare formale, tattica di accostamento, sostitutivo dell'incapacità di fare unità in casa propria, quando addirittura non si giunge a credere che per far unità con gli altri sia raccomandabile essere in feroce disaccordo (chiamato "profetico") con la propria Chiesa. E' difficile immaginare che una comunità o una Chiesa profondamente divisa in se stessa, sia in grado di fare unità con altre comunità o altre Chiese. Un'altra verità che dobbiamo cercare di comprendere e di vivere è l'unità fra ecumenismo e missione. La missione non è autentica se non è ecumenica, come del resto non può esserci autentico ecumenismo se non è missionario. Nella nostra limitata esperienza abbiamo potuto constatare che l'opera ecumenica difficilmente va in crisi quando il desiderio di un'amicizia autentica comprende una condivisa passione di collaborare missionariamente. Nella missione ecumenica scompare ogni preoccupazione ed ogni accusa di proselitismo mentre cresce un'amicizia autentica. Indubbiamente un certo ecumenismo, come osserva Yannaras, è in crisi. Non tanto per il proselitismo o l'uniatismo, come si è soliti dire. Proselitismo e uniatismo possono essere la causa di qualche contrasto locale, ma non costituiscono un problema che debba essere considerato fonte di divisione. I veri problemi sono altrove. Abbiamo già accennato alla mancanza di esperienza comunionale nelle singole comunità e nelle singole Chiese, ad una estraneità che permane e che pazientemente occorre superare da ambo le parti, ma poi c'è un problema che riguarda più direttamente la natura stessa dell'ecumenismo e che la Chiesa ortodossa, da Graz in poi, ha più volte sollevato e che noi condividiamo, almeno nella sua sostanza. Intendo soltanto accennare al problema riportando la domanda che ho sentito formulare a Graz da amici ortodossi russi: l'opera ecumenica cammina verso l'unità, oppure l'unità voluta da Cristo è rimandata sempre di più alla fine della storia, e nella situazione attuale ci si accontenta di trovare un modus vivendi, per consolidare la divisione in una tranquilla tolleranza che non disturbi il quieto vivere? Il dialogo e le varie iniziative ecumeniche avvicinano le parti o tendono semplicemente a garantire una sopportazione reciproca dentro una divisione oggettiva crescente? La constatazione che, nonostante le indubbie buone intenzioni di tutte le iniziative ecumeniche, queste sono accompagnate da un consolidamento della divisione, rende sospetta la stessa parola "ecumenismo". Davanti a tanta freddezza diplomatica, due sacerdoti russi hanno osservato: "Per almeno vent'anni è meglio non parlare più di ecumenismo. Parliamo di amicizia, di amicizia cristiana". L'amicizia è qualche cosa di più dell'amore. Dobbiamo amare tutti, anche i nemici. L'amicizia domanda una reciprocità e una condivisione, accanto a una schiettezza che non ha bisogno tanto di complimenti, quanto di collaborare in ciò che è più prezioso per il cristianesimo e più richiesto dalla tragica situazione del mondo secolarizzato, la missione ecumenica o, se si preferisce, l'ecumenismo missionario non semplicemente discusso, ma vissuto in una condivisione cordiale. Superare l'estraneità in questa amicizia è quello che maggiormente desideriamo, a scanso di equivoci: desideriamo camminare insieme verso l'unità non soltanto escatologica, ma nella storia; ma non ci interessa giungere frettolosamente a un concordato che sancisca formalmente l'unità ai vertici. Vogliamo crescere insieme nell'unità che già ci è data come dono da riconoscere, che è consolidata dal sangue dei martiri ortodossi e cattolici fuso nell'unico Sangue salvifico di Cristo.

 

© 2002 Russia Cristiana