Reviews - 3


Dario Fertilio
Musica per lupi
Marsilio, 2010 • pp. 172 • Euro 15,00

Dario Fertilio, giornalista del «Corriere della Sera», autore di saggi e romanzi, racconta, sulla base di documenti, la testimonianza sconvolgente di come l’ideologia comunista abbia tentato, in Romania, di distruggere l’anima umana per creare un «uomo nuovo». È il resoconto dell’«esperimento di Pitesti», dal nome del carcere dove, negli anni 1949-52, fu avviato il programma di lavaggio del cervello più feroce, intenso ed esteso del Blocco orientale. Si stima che circa cinquemila detenuti abbiano subito torture e violenze messe in atto per umiliarli e poi «rieducarli» in modo che a loro volta dimostrassero di essere «uomini nuovi» capaci di applicare gli stessi metodi nei confronti dei compagni di detenzione: «Gli officianti di Pitesti, fabbricando in laboratorio una umanità priva di antenati, Dio, famiglia, miravano lontano. La vernice ideologica, su cui erano tracciate le parole rivoluzione, proletariato, giustizia, comunismo, mascherava un darwinismo alla rovescia, dove l’uomo regrediva alla bestia». «Una primitiva catena di montaggio – continua l’Autore nella breve ed efficace introduzione – stritolava il materiale umano, sottoponendolo a un giro di vite dopo l’altro, in vista del traguardo: creare una nuova umanità dopo averla alleggerita del materiale di scarto… in nome di una nascente e vitale barbarie ideologica». In Romania il regista Sorin Iliesiu sta preparando un film-documentario sull’argomento.(Redazione)


Aldo Castellani
Storia della Cecenia. Memoria, tradizioni e cultura di un popolo del Caucaso
Rubbettino, 2008 • pp. 344 • Euro 19,00

L’Autore, che ha trascorso diversi anni nel Caucaso appassionandosi allo studio delle culture indigene, presenta in questo volume il fitto intreccio tra l’aspetto storico e quello etnografico che caratterizza da sempre le vicende del popolo ceceno. Castellani, con puntualità ed equilibrio, traccia nella prima parte un vasto panorama storico che va dalle origini del popolo ceceno ai primi scontri con l’amministrazione zarista, dalla Cecenia sovietica (durante la quale vi fu la tragica deportazione dei ceceni in Asia centrale perché accusati di aver collaborato con i nazisti) alle guerre degli anni ’90, e si spinge a valutare la complessa situazione politica venutasi a creare negli anni duemila: «Quello che era stato il conflitto tra la Cecenia di Dudaev e la Russia di El’cin… si è ormai trasformato in un’inestricabile e ossessivamente brutale guerra civile tra diversi gruppi di ceceni, …espressione di gruppi di potere spesso a sfondo criminale, che agiscono anche al di là dei confini territoriali della Cecenia». Nella parte etnografica l’Autore prende in considerazione il rapporto con l’islam, descrive l’architettura, la mitologia e la cultura del popolo ceceno, dedicando diverse pagine alla lingua. Chiude il volume un’esaustiva bibliografia. Unico appunto: lo scarno apparato fotografico che stride con l’accuratezza tipografica con cui si presenta il libro». (Redazione)


Natalino Valentini
Volti dell’anima russa. Identità culturale e spirituale del cristianesimo slavo-ortodosso
Paoline, 2012 • pp. 416 • Euro 38,00

Non si può dire che il pensiero ortodosso slavo sia stato a tutt’oggi conosciuto e valorizzato appieno, in Occidente come in terra russa. Il presente volume tenta di colmare questa lacuna, «andando alla ricerca», come scrive l’autore nell’introduzione, «dei tratti più peculiari della cristianità russa, ancora in parte sconosciuti o mistificati». Il contributo originale con cui il cristianesimo slavo ha arricchito la cultura mondiale è «un pensiero strettamente congiunto alla radice vivente e vissuta della conoscenza, alla sua unità integrale a partire dalla persona». Molte delle divisioni tra cristianesimo d’Oriente e d’Occidente sono in buona parte frutto di un’incapacità di ascolto reciproco e della mancata conoscenza dei tesori del pensiero ortodosso slavo. Valentini, profondo conoscitore della filosofia religiosa russa, in particolare del pensiero di Florenskij, individua e rende facilmente accessibili al lettore i filoni principali di questo ricco patrimonio, «incentrato sul nesso vitale che sussiste tra idea e logos, ragione e simbolo, conoscenza e amore; tra verità, bene e bellezza». Di particolare interesse il primo capitolo, sul complesso ma fecondo incontro fra la cultura dell’Europa occidentale e l’«anima russa». (Redazione)


Vittorio Strada 
Lenin, Stalin, Putin. Studi su comunismo e postcomunismo
Rubbettino, 2011 • pp. 412 • Euro 20,00

Lenin, Stalin, Putin, rappresenta l’ultima fatica di Vittorio Strada: un corpo di testi molto poderoso, per lo più nuovi, ma anche con qualche contributo già pubblicato parecchi anni fa; da questo punto di vista basti ricordare per tutti lo studio sul Che fare? di Lenin, uscito nell’ormai lontanissimo 1971, ma opportunamente riproposto perché rivelatosi nel frattempo uno degli studi più illuminanti sulla formazione del partito leninista e in generale sulla mentalità totalitaria. I temi trattati ripercorrono le principali problematiche connesse alla storia del comunismo, nella sua nascita e nei suoi sviluppi, con la formazione dello Stato sovietico, la complessa rete di legami tra i fondatori e gli eredi, l’affermazione del totalitarismo e la sua caduta, sino alle vicende della nuova statualità russa. Continua ->


Herta Müller
Oggi avrei preferito non incontrarmi
Feltrinelli, 2010 • pp. 192 • Euro 16,00

È fatto per volare il vento, e i semafori per far luce, le macchine per viaggiare, gli alberi per star fermi. C’è un senso in questo, o è solo un’occupazione?». Il grido disperato della giovane protagonista senza nome è il leitmotiv di questo romanzo, ambientato nella Romania di Ceausescu. L’autrice è Herta Müller, nata in un villaggio tedesco del Banato rumeno, scrittrice del dissenso emigrata all’Ovest nell’87, Nobel per la letteratura 2009 con il romanzo L’altalena del respiro, che ha svelato al grande pubblico la tragedia dei tedeschi di Romania deportati in URSS dall’Armata rossa a guerra non ancora finita. L’eroina del romanzo è un’operaia alle prese con una realtà prosaica e dura: su di lei pesano i ricordi del nonno, sopravvissuto alla deportazione nelle steppe della Dobrugia, la povertà che la spinge a cercare uno straniero da sposare infilando biglietti con il proprio nome e indirizzo nelle tasche dei pantaloni che confeziona per l’estero, l’impossibilità ad instaurare rapporti amichevoli con persone e cose, la passione per l’alcol del suo compagno, il solo essere veramente amato, e, al di sopra di tutto, i frequenti interrogatori alla Securitate: unico, temuto appuntamento che «scandisce» il suo tempo. La mancanza di un punto fermo nel caos della vita ne rovina anche gli aspetti più belli, pure descritti con poesia a volte struggente. Per «mettere ordine» nella realtà impazzita non restano che gesti rituali e superstiziosi, come contare i vagoni del tram o mangiare una noce prima di ogni convocazione alla sede della polizia segreta: misero surrogato di una religiosità che da tempo non c’è più o forse non c’è mai stata. E la voce della giovane donna continua a gridare disperatamente, perché in queste pagine il dramma della mancanza di senso non trova risposta. (Redazione)


Irène Némirovsky
L’affare Kurilov
Adelphi, 2009 • pp. 192 • Euro 13,00

Nata a Kiev nel 1903 in una famiglia di banchieri ebrei, poi trasferitisi in Francia in fuga dalla Rivoluzione russa, la Némirovsky fu considerata una delle migliori scrittrici francesi degli anni ‘30. Impossibilitata a pubblicare dal 1940 per le leggi razziali, fu deportata ad Auschwitz, dove morì nel 1942. Stessa sorte toccò al marito, mentre la sua eredità letteraria fu custodita dalle figlie.
Il protagonista del racconto, Léon, orfano di rivoluzionari russi e cresciuto nell’indottrinamento marxista, viene incaricato dal Partito di eliminare Valerian Kurilov, odiato ministro della pubblica istruzione sotto Nicola II e noto per non avere scrupoli nell’usare il pugno di ferro contro gli studenti. Assunta la falsa identità di «dottor Legrand», riesce a farsi assumere da Kurilov come medico. Pian piano però il terrorista si accorge che il temibile «Pescecane» è contemporaneamente un vecchio gravemente malato, un poveraccio che vive una vita meschina pur restando devoto allo zar. Vivendo al suo fianco, Léon-Legrand – che narra in prima persona – affronta un graduale percorso di umanizzazione, e comincia a capire che il mondo è più complesso di come gliel’hanno presentato e non sempre è possibile applicare categorie ideologiche nel giudicare le persone. Paradossalmente, Legrand farà quasi di più per aiutare che per sopprimere il suo bersaglio. Ne L’affare Kurilov – scritto in pochi mesi alla fine del 1932 e uscito l’anno successivo, – la Némirovsky ci offre spunti quanto mai attuali sulla giustificazione della violenza basata su un’ideologia irrazionale, e mette in guardia da giudizi manichei. (Redazione)


Giuseppe Ciampaglia
La vita e gli aerei di Roberto Bartini
IBN Editore, 2010 • pp. 142 • Euro 13,00

Questa volta l’appellativo «Barone rosso» non c’entra nulla con il grande pilota tedesco Manfred von Richtofen, anche se la persona cui si riferisce ebbe parecchio a che fare con gli aerei e, durante la prima guerra mondiale, combattè dalla stessa parte dell’asso dell’aviazione tedesca. Il nostro «Barone rosso» è l’italiano (ma nato a Fiume nel 1897, quando la città era ancora parte dell’impero austro-ungarico) Roberto Oros di Bartini: veramente «barone» per aver ereditato il titolo dal padre e «rosso» perché, dopo essere stato fatto prigioniero sul fronte orientale, si convertì all’ideale comunista e, dopo un breve soggiorno italiano, si trasferì in Unione Sovietica dove visse poi sino alla morte, avvenuta nel 1974. In URSS sviluppò la passione per l’aeronautica, nata e coltivata già in Italia, ma diventata in seguito una vera professione, esercitata ad altissimo livello; a lui si devono infatti tutta una serie di progetti per la costruzione di idrovolanti, aerei passeggeri e da trasporto, aerei anfibi antisommergibili con motori a getto e decollo verticale; ideò inoltre soluzioni tecniche di assoluta avanguardia come un’ala a doppio delta che sarebbe stata successivamente utilizzata per il Concorde e per il suo gemello sovietico TU-144. Fu precisamente questa creatività di livello eccezionale che lo salvò alla fine degli anni ‘30 quando, arrestato nel quadro del Grande Terrore e condannato a dieci anni di reclusione, poté vedere alleviata la sua sorte e passare quegli anni in una prigione speciale per scienziati, proprio perché negli stessi mesi in cui era avvenuto il suo arresto uno degli aerei che aveva progettato, lo Stal’-7, compì un volo record per durata e velocità. Questa figura prestigiosa, e per molti versi avventurosa, è stata a lungo ingiustamente ignorata ed è rimasta avvolta nell’oscurità (come oscuri restano molti episodi della sua vita, legati alla militanza comunista, molti particolari legati alla tragedia del suo passaggio nelle carceri staliniane, e le caratteristiche della sua esistenza successiva alla liberazione); esce ora dall’oblio grazie a una prima biografia dedicatagli con competenza e passione da Giuseppe Ciampaglia. (Redazione)


Vasilij Grossman
L’inferno di Treblinka
Adelphi, 2010 • pp. 79 • Euro 6,00

Nel 1941, allo scoppio della «Grande guerra patriottica», lo scrittore ebreo russo Vasilij Grossman parte per il fronte come corrispondente di guerra per «Krasnaja zvezda», il giornale dell'Armata Rossa. Può assistere alle disastrose disfatte dei primi anni, alla strenua resistenza di Stalingrado e al contrattacco sovietico. Al seguito dell'Armata Rossa che avanza vittoriosa verso Occidente, è uno dei primi a rendersi conto della tragedia dell'Olocausto e ad arrivare, nel settembre 1944, al lager di Treblinka, nei pressi di Varsavia: la più terribile fabbrica della morte nazista. È l’inizio di una serie di esperienze, fra cui la scoperta dell'omicidio della madre da parte dei nazisti, grazie alle quali il filosovietico Grossman prenderà gradualmente coscienza della propria identità ebraica. L’inferno di Treblinka viene scritto già nell’autunno del 1944, subito dopo la liberazione del campo, e si fonda su testimonianze di prima mano: quelle dei pochi superstiti, dei contadini dei villaggi vicini e anche delle guardie. Al rigore nel documentare i fatti, si accompagnano l’umanità sempre viva e il linguaggio altamente poetico dello scrittore, che fanno di questo reportage un’opera letteraria. «Com’è potuto accadere?», si chiede Grossman alla fine del resoconto, e cerca di spiegarsi il successo del nazismo con la mancanza di responsabilità dei popoli ma anche di «ogni singolo cittadino del mondo». La stessa domanda risuonerà implicitamente poco più di dieci anni dopo nel suo capolavoro Vita e destino in cui lo scrittore, al termine di un doloroso travaglio esistenziale, equiparerà il totalitarismo nazista a quello sovietico. Leggendo il suo grande romanzo, spesso si avvertono gli echi di questo breve e drammatico scritto. (Redazione)


Bissera V. Pentcheva
Icone e potere. La Madre di Dio a Bisanzio
Jaca Book, 2010 • pp. 120 • Euro 46,00

ll culto della Vergine Maria a Costantinopoli dal V al XIII secolo è al centro del presente studio. Basandosi sulla teoria medievale dell’immagine e sulle rappresentazioni di Maria in varie forme d’arte, compresi sigilli, pitture su pannello, miniature e mosaici, l’autrice sostiene che la devozione alla Madre di Dio si è evoluta da culto basato sulle reliquie a culto incentrato sulle icone nel periodo posteriore all’iconoclasmo. In seguito, si è sviluppato un complesso di processioni pubbliche con immagini mariane che ha dato spunto ad analoghe pratiche rituali nel resto del mondo ortodosso. Oltre alle icone, l’autrice si propone di esplorare in che modo il culto della Madre di Dio desse corpo a principi politici e promuovesse l’ideale dell’impero. L’identità di Bisanzio, metà orientale dell’impero romano, era definita dalla legge romana, dalla lingua greca e dalla religione cristiana. In questo scenario la figura della Madre di Dio assurse a protettrice della città e dello Stato, il cui potere invincibile derivava dalla sua maternità verginale. Oltre alle forme artistiche, il volume prende in esame numerose fonti scritte, come cronache, omelie ed epigrammi, per svelare la struttura retorica delle immagini e comprendere le loro strategie visive. Seguendo questo percorso, l’autrice si propone di tracciare lo sviluppo storico della devozione mariana a Costantinopoli e l’affermazione graduale di un’identità bizantina legata alle icone e alle processioni con le icone, concentrandosi in particolare sulla storia di tre monasteri della capitale: Blacherne, Hodegon e Pantokrator. (Redazione)


Pasquale Iacobone
Maria a Roma. Teologia, culto e iconografia mariana a Roma, dalle origini all’Altomedioevo
Tau Editrice, 2009 • pp. 132 • Euro 22,00

Il lavoro è nato come traccia di un corso tenuto all’Università Gregoriana che voleva presentare la riflessione patristico-teologica su Maria, e dunque anche la liturgia e la devozione popolare, e l’arte cristiana fin dai suoi primordi nelle catacombe romane. All’Autore, responsabile del dipartimento Arti e Fede del Pontificio Consiglio della Cultura, e docente presso la Gregoriana, interessa presentare una lettura «multidisciplinare ed integrata, che sappia far emergere i legami reciproci tra riflessione teologica ed espressione artistica, tra liturgia, spiritualità, devozione popolare mariana e creazione artistica». Per questo accompagna il lettore lungo un «pellegrinaggio» nella Città Eterna che va dalle pitture delle catacombe, alle sculture dei sarcofagi, ai mosaici delle basiliche, fino agli affreschi altomedievali. È la conferma della continuità della devozione mariana a Roma (già il Gharib aveva definito Roma «città di Maria»), testimoniata e vissuta dai semplici fedeli come dalle più alte autorità della Chiesa. Per molto tempo, infatti – ricorda il professor Bisconti nella prefazione, – si è ritenuto erroneamente che il pensiero della prima comunità cristiana a Roma attribuisse a Maria un ruolo marginale. Monsignor Ravasi, nella presentazione, sottolinea che non siamo di fronte solo ad un itinerario squisitamente artistico, ma anche ad «un vero e proprio svelamento di un’epifania spirituale», capace di farci «sostare come pellegrini stupiti di fronte ad affreschi e mosaici». Completano il volume una bibliografia essenziale e una cinquantina di tavole a colori, alcune delle quali purtroppo non di ottima qualità. (Redazione)


Mario Corti
Gli «altri» italiani. Medici al servizio della Russia
Carocci Editore, 2011 • pp. 128 • Euro 14,00

Quando si parla di italiani in Russia, scrive l’Autore nell’introduzione, si pensa ad architetti e musicisti, e si dimenticano altri personaggi che hanno lasciato un segno nella storia antica e recente dell’immenso paese, quali mercanti, imprenditori, semplici operai, ristoratori e soprattutto medici. Ed è proprio ai «medici al servizio della Russia» che Mario Corti ha dedicato questa approfondita ricerca. Al lettore vengono presentate le vicende di una ventina di medici italiani operanti in Russia a partire dalla seconda metà del Quattrocento, adeguatamente introdotti nel contesto dell’epoca in cui si muovono. Veniamo così a conoscere l’Arnolfo medico di Ivan il Terribile o l’«oculista itinerante» Felice Tadini, primo in Russia «ad operare alle cataratte tramite asportazione», e il veneziano Giuseppe Raineri, anch’egli oculista, incaricato nel 1799 dall’imperatore Paolo I di recarsi nelle regioni sperdute dell’impero a curare gratuitamente i meno abbienti. Curiosa è la storia di Antonio Salvatori, medico d’inizio ‘800 che ebbe successo con la sua cura contro la dipendenza dalle bevande alcooliche: «Di recente – scriveva una fonte dell’epoca – il governo russo, in base alle raccomandazioni del medico italiano Salvatori, ha adottato alcuni provvedimenti di politica sanitaria… e il numero delle vittime del gelo e dell’ubriachezza [morivano assiderati accasciandosi in strada dopo la sbronza, ndr] si è sensibilmente ridotto». Salvatori usava un decotto di Thymuys serpillum, rabarbaro e assenzio: «Il paziente sviluppa un tale disgusto per le bevande alcoliche che alla sola vista della vodka o appena ne percepisce l’odore o addirittura quando la sente nominare, è tutto scosso dalle convulsioni». Queste venti schede sono «una specie di canovaccio di un lavoro che meriterebbe altre risorse, altro tempo e l’impegno di più ricercatori», conclude l’Autore, convinto della necessità di togliere dall’oblio molti nostri compatrioti che si sono distinti così lontano da casa.
Mario Corti ha lavorato per un ventennio a Radio Europa Libera, è autore di numerosi articoli e saggi. In russo ha pubblicato Drejf (un’autobiografia romanzata), Salieri i Mozart, e questo stesso libro. (Redazione)


AA. VV. (A cura di P.P. Poggio)
L’età del comunismo sovietico. Europa: 1900-1945
Jaca Book, 2010 • pp. 693 • Euro 40,00

Il libro è il primo volume del progetto editoriale «Comunismo eretico e pensiero critico», promosso dalla Fondazione Micheletti e da Jaca Book, che traccia un’ampia panoramica dei movimenti e dei protagonisti del comunismo critico ed eretico del Novecento in Europa e nel mondo. Se, secondo il curatore, le critiche al capitalismo erano un tempo molto diffuse, ma pochi sapevano sottrarsi alle «sirene degli opposti totalitarismi», oggi «si sono moltiplicati i critici dei totalitarismi» che sostengono però incondizionatamente il capitalismo. Parallelamente, si assiste a una crescente rivalutazione dello Stato sociale di stampo sovietico. Da queste considerazioni e dal riconoscimento che il «comunismo reale» è fallito, il desiderio di studiare i movimenti comunisti «ereticali» come spunto per un’«altra» via di impegno politico e civile nell’attuale crisi della democrazia.
Il primo gruppo di personaggi presentati nel volume raccoglie sia gli oppositori di sinistra al comunismo sovietico, sia esponenti del comunismo novecentesco vicini alle organizzazioni ufficiali, come Gramsci e Lukács, anch’essi colpiti da condanne più o meno esplicite, ma che difficilmente possono essere definiti eretici. Di un secondo filone fanno parte figure «eterodosse e controverse», come Bataille e Silone, che, pur non riconducibili al movimento comunista del XX secolo, hanno fornito notevoli contributi alla critica dell’ortodossia marxista. Proprio da queste posizioni, secondo il curatore, «possono venire gli stimoli più interessanti». Le speranze di trovare un’alternativa al grigiore odierno ispirandosi ai personaggi e ai movimenti qui descritti possono essere condivise o meno. Il libro è comunque un prezioso contributo alla conoscenza di un mondo spesso dimenticato ma che è indispensabile avere presente per comprendere in modo non riduttivo i meccanismi storici e sociali del Novecento. (Redazione)


Emilia Bea
MARIJA SKOBCOVA. L’esilio, la conversione, il lager nazista
Effatà, 2009 • pp. 96 • Euro 9,00

La figura di santa Marija Skobcova (al secolo Elizaveta Pilenko, 1891-1945), ha scritto l’orientalista e liturgista S. Janeras nell’introduzione all’agile biografia, «attira irresistibilmente l’attenzione e l’ammirazione del cristiano, di qualsiasi confessione egli sia; i santi infatti superano ogni divisione». La sua vita, che corre lungo sentieri diversi, talvolta contrastanti, è un’intensa testimonianza di fede, dall’autentico valore ecumenico: sconvolta dalla morte del padre e tentata dall’ateismo, Elizaveta è attiva tra i liberali rivoluzionari e gli studenti contestatari; sposata e divorziata nel giro di tre anni, affiliata al Partito socialista rivoluzionario, sindaco di Anapa, la ritroviamo in esilio a Parigi, dove si dedica all’assistenza degli immigrati russi. Accompagnata dal grande pensatore ortodosso S. Bulgakov, nel 1932 diventa monaca con il nome di Marija. La sua vocazione non sarà un allontanamento dal mondo ma un servizio da offrire al prossimo, un «sacramento del fratello». Nel centro parigino da lei fondato accoglierà infatti poveri, emarginati, rifugiati, ebrei perseguitati, e proprio per questo, nel 1943, finirà nel campo di concentramento nazista di Ravensbrück, dove morirà due anni dopo nella camera a gas. L’autrice, Emilia Bea, insegna Filosofia del diritto e Filosofia politica alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Valencia. Ha lavorato sui diritti umani e ha pubblicato diversi articoli e libri su Simone Weil, su altre pensatrici contemporanee e su autori del personalismo. (Redazione)


swhru Václav Havel
Uscire di scena
Forum, 2010 • pp. 80 • Euro 10,00

Havel aveva già anticipato in Un uomo al Castello «il tema del trasloco, del commiato»: «L'opera che mi accingo a scrivere tocca questo tema, si ricollega al Giardino dei ciliegi di Cechov, a Finale di partita di Beckett e soprattutto al Re Lear shakespeariano: dovrebbe trattare di un uomo di Stato che ha perso il suo incarico, deve lasciare la villa di rappresentanza circondata dal giardino e non riesce a rassegnarsi. La perdita dell'incarico e di tutto ciò che ne consegue rappresenta per lui il crollo del mondo. Alla fine impazzisce». Il drammaturgo aveva cominciato a scrivere il testo prima della Rivoluzione dell’89, poi l’aveva abbandonato e solo successivamente, dopo essere «uscito di scena» dalla politica, era tornato sull’idea «vedendo intorno a me tanti politici che non sapevano accettare di lasciare i loro incarichi». L’antica bozza è stata arricchita dall’esperienza politica personale ai massimi livelli, trasmessa nel testo con la parodia della retorica politica e con la tragicomica rappresentazione di problemi legati alla distinzione tra la proprietà privata e quella dello Stato. Terminato nel 2006, in Uscire di scena si nota, come in altre opere precedenti, l’attenzione di Havel all’uso della lingua e alla parodia, stavolta però diretta alla politica post-totalitaria, il cui contenuto, ormai svuotato di significato, non cambia con la sostituzione del politico al governo. L’autore è presente sia tra i suoi personaggi sia intervenendo direttamente come «voce fuori campo» a rimproverare gli attori di «non esagerare» e a offrire riflessioni ad alta voce sul contenuto della pièce medesima. Rispetto a testi della sua produzione precedente, il tono è piuttosto disincantato, come se la «retorica politica» avesse preso il sopravvento sulla «politica antipolitica». Il «sostituto e in seguito vicepresidente» Klein ha già dato disposizione di abbattere il giardino dei ciliegi per costruire «un grande centro social-commerciale» e persino un bordello, dato però in gestione a un privato, proprio in onore del principio «meno Stato»… (Redazione)


wefe E. Czaczkowska, T. Wiscicki
Don Jerzy Popiełuszko
Mimep-Docete, 2010 • pp. 510 • Euro 10,00

Un anno fa a Varsavia è stato beatificato don Jerzy Popiełuszko, dal 1980 cappellano del sindacato libero Solidarnosc. Il libro offre non solo una biografia dettagliata del sacerdote, ma anche uno spaccato di vita quotidiana del popolo polacco alla soglie del crollo del Muro di Berlino. La ricchezza di questo libro sono le testimonianze: la trascrizione delle Omelie per la patria, i racconti degli amici, gli articoli dei giornali dell’epoca e i fascicoli dei Servizi di Sicurezza che per anni hanno pedinato il sacerdote; inoltre è arricchito da una serie di fotografie dell’archivio della parrocchia di Varsavia dove il sacerdote risiedeva. Il libro ripercorre le tappe della sua vita, dall'infanzia fino alla consacrazione sacerdotale e al suo impegno a fianco degli operai. Il volto che si delinea attraverso il racconto degli amici è quello di un semplice figlio della Polonia, educato cristianamente dai genitori, che decise di offrire l'intera vita a Cristo per la sua gente. Dal 1981 don Jerzy iniziò a celebrare le «messe per la patria» che divennero il luogo in cui le persone potevano esprimere il proprio sconforto, lo sdegno e la speranza per un futuro migliore. Popiełuszko non incitò mai alla violenza, anzi, esortava a vincere il male con il bene. Tuttavia gli agenti del ministero dell’Interno iniziarono ben presto a non tollerare più l’eccessiva libertà di questo giovane sacerdote che condannava apertamente il regime: «La coscienza è la cosa più splendida, la verità non si può distruggere con questa o con un'altra decisione, con questo o con un altro ordine. La nostra schiavitù consiste in questo principio, che ci sottomettiamo al dominio della falsità, che non lo smascheriamo e non protestiamo contro di esso ogni giorno… Allora viviamo nella menzogna. La coraggiosa testimonianza della verità è la strada che conduce direttamente alla libertà». Il regime comunista tentò in vari modi di intimorire don Jerzy finché, la notte del 19 ottobre 1984, venne sequestrato, bastonato, legato e gettato nella Vistola. Aveva 37 anni.
Il sacrificio di don Jerzy, il suo sangue, è stato il prezzo altissimo richiesto alla nazione polacca per la propria conversione, come aveva suggerito Giovanni Paolo II pochi mesi dopo l'assassinio del sacerdote: «Da questa morte si liberano e si devono continuare a liberare i valori che rialzano lo spirito, per il bene di tutti; questa morte ha sicuramente una dimensione sociale, ha un valore per la nazione, per tutta la Chiesa, non solo quella polacca». (C. Pozzi)


df Gabriele Nissim 
La bontà insensata. Il segreto degli uomini giusti
Mondadori, 2011 • pp. 272 • Euro 18,50

La bontà insensata è un libro che non lascia tranquillo il lettore. Al contrario, lo costringe a un continuo paragone fra i desideri del suo cuore, il suo modo di pensare e di agire, le pagine che sta leggendo e le proposte che gli vengono dal mondo che lo circonda. Anzitutto perché chi l’ha scritto, presidente del Comitato per la Foresta dei giusti e autore di numerosi saggi su persone che, in tutto il mondo, hanno compiuto gesti di umanità in situazioni disumane, mette al centro del suo percorso un tipo d’uomo inconsueto rispetto ai modelli oggi proposti dalla mentalità dominante. Nissim compie un viaggio nel cuore umano che lo porta a incontrare, direttamente o attraverso scritti e testimonianze, persone molto diverse per cultura, estrazione sociale, razza, religione, provenienza geografica, appartenenza politica. Una sola cosa le accomuna: l’avere affermato il bene almeno per una volta nella vita. (D. Boero) Continua ->


wegtrey Sergej P. Mel’gunov
Il terrore rosso in Russia (1918-1923)
Jaca Book, 2010 • pp. 312 • Euro 29,00

L'opera del noto storico russo, fondamentale per individuare il pilastro su cui si è retto per decenni il totalitarismo sovietico, è stata resa accessibile a lettori e studiosi italiani grazie alla traduzione di Sergio Rapetti che, assieme a Paolo Sensini, ne è anche il curatore. L’autore, già prima delle rivoluzioni del ‘17, era a capo di un piccolo partito socialista-popolare e auspicava di coinvolgere tutte le forze democratiche della società nel superamento del sistema zarista. A prendere il sopravvento furono invece i bolscevichi, che fecero tabula rasa delle passioni e delle speranze seguite alla rivoluzione di febbraio. Come scrive Rapetti nella nota bibliografica al volume, Mel’gunov non fu di quelli che rimasero a guardare come sarebbe andata a finire, ma denunciò da subito gli abusi dei bolscevichi. (D. Boero)
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Pier Paolo Poggio (a cura di)
Il dissenso: critica e fine del comunismO
Marsilio, 2010 • pp. 240 • Euro 20,00

Il libro raccoglie gli atti del convegno tenutosi a Brescia nel novembre 2007 presso la Fondazione Luigi Micheletti, e dedicato al fenomeno del dissenso in URSS e negli Stati satelliti, dove intellettuali e cittadini di ogni condizione e orientamento politico o religioso si sono opposti al totalitarismo comunista attraverso forme di disobbedienza civile, testimoniando in modo non violento la loro critica nei confronti di un potere che violava sistematicamente la dignità e la libertà della persona. Attraverso l’apporto di studiosi e testimoni italiani e stranieri (A. Dell’Asta, Ju. Mal’cev, L. Golovkova, S. Rapetti, C. Ripa di Meana, V. Tol’c, M. Dell’Asta, V. Yasmann, P. Kam­merer, V. Lomellini, P. Co­lognesi, P. Sensini, A. Guerra, S. Fontana, S. Sechi) il volume fornisce un’interpretazione in chiave storica del dissenso e dell’importanza ed efficacia che ha avuto nel minare le basi del sistema di potere sovietico. Oltre a soffermarsi sulle figure più note e rappresentative, come Sacharov e Solženicyn, i relatori hanno approfondito il rapporto tra potere e dissenso, il ruolo della letteratura nella critica del totalitarismo, la situazione delle ricerche sulle repressioni, fino a gettare lo sguardo sulla Russia attuale e, grazie al contributo di padre Cervellera, persino su un altro mondo comunista: la Cina.
Un’intera sezione è dedicata ai rapporti tra il dissenso e il mondo culturale e politico italiano, nel tentativo di analizzare i motivi che stanno alla base delle grandi e persistenti difficoltà che il fenomeno ha incontrato in Italia più che in altri paesi dell’Europa occidentale. (Redazione)


Giorgio Maria Nicolai
Sovietlandia. Viaggiatori italiani nell’Unione Sovietica)
Bulzoni, 2009 • pp. 440 • Euro 25,00

Il volume prende in esame oltre un centinaio di diari di viaggio scritti da autori italiani che hanno visitato il paese dei soviet, dalla Rivoluzione fino al crollo del regime: scrittori famosi, giornalisti, slavisti, diplomatici, semplici sindacalisti e uomini di vari schieramenti politici. Nella maggior parte dei casi è la propaganda di regime a uscirne vincitrice, a dimostrazione di quanto fosse efficiente; a ciò si aggiunge che molti autori hanno prestato il fianco a una visione unilaterale e schierata, completando così ipocritamente l’opera di disinformazione sovietica e, col senno di poi, aggiungendoci pure una magra figura. Si prenda ad esempio il Taccuino di viaggio di Calvino (1951) dove tutto è dipinto a tinte rosee e le code davanti ai negozi sarebbero state solo la conseguenza dei turni di lavoro. Carlo Levi, in visita a Nostra Signora di Kazan’ trasformata in museo dell’ateismo, non vede nulla di scandaloso perché in fondo non vi si trovano certo «orrori o finissime perfidie»; in URSS «si sono rovesciati i rapporti politici e sociali» ma si sono «conservati il costume e i sentimenti», non come nel mondo borghese occidentale. Sguardo disincantato invece quello di Moravia e di Alvaro, nei suoi articoli per La Stampa raccolti tra la primavera e l’estate del ‘34, dove parla di un «capitalismo di Stato in cui non v’è più ombra di socialismo». Anche il futuro presidente Saragat si recò in URSS nell’estate del ‘59 per rendersi conto di persona delle condizioni di vita della gente. Concluse che da un lato l’assistenza sanitaria era «eccellente», l’organizzazione scolastica «ammirevole» ma dall’altro «ho visto alloggi in vere e proprie cantine che solo per eufemismo possono essere chiamati semi-interrati». L’ampia antologia raccolta da Nicolai, studioso di lingua e cultura russa, è corredata da una ricca bibliografia e da un’appendice che presenta numerose vignette satiriche d’epoca, dalle quali traspare la realtà quotidiana sovietica paradossalmente in modo più schietto che negli scritti ideologizzati di alcuni grandi della nostra letteratura. (Redazione)


Elena Fedri
Da Est a Ovest. Tra cultura e terrore della storia)
Marco Valerio, 2007 • pp. 400 • Euro 20,00

Dietro a nomi insigni come Ionesco, Mircea Eliade e Cioran, noti al grande pubblico per i loro scritti francesi, si nasconde una tradizione molto meno conosciuta: quella della Romania. Il saggio di Elena Fedri si propone di studiare il rapporto tra cultura e storia nell’Europa orientale, in particolare in Romania, che già prima del XX secolo era sentita come «periferia», non solo geografica ma anche spirituale, dell’Europa. La cerchia culturale dei Balcani si trovava infatti in un limbo tra Est e Ovest, sospesi tra la vita e la morte, sia in senso morale che fisico, almeno in momenti storici critici come nel secolo breve. Molti furono coloro che scelsero di abbracciare acriticamente i valori occidentali, pochi invece si resero conto della pericolosità di tale cedimento e si indirizzarono verso una sintesi di Est e Ovest. Lo storico Mircea Eliade è stato colui che ha maggiormente incarnato tale spirito, proprio perché aveva la consapevolezza di essere erede di una cultura situata tra due mondi. A testimonianza della fitta rete di rapporti tra cultura orientale e occidentale, l’autrice offre un ampio studio su opere di filosofi e scrittori rumeni del secolo scorso, evidenziando come le varie sfaccettature di questa polarità non rappresentino un limite all’unità del continente, anzi, costituiscono la sua vera ricchezza. Il ponte tra queste due realtà sono proprio i paesi del Sud-Est europeo come la Romania, che nei secoli precedenti hanno avuto un ruolo fondamentale nella difesa dei valori cristiani, soprattutto davanti alla pressione turca, e di cui ora l’Europa sembra tristemente dimentica. (Redazione)


John Bukovsky, Francesco Strazzari (a cura di)
Chiesa del martirio. Chiesa della diplomazia)
EDB, 2009 • pp. 104 • Euro 8,00

John (Ján) Bukovsky era un verbita slovacco (1924-2010) trasferitosi per ragioni di studio a Chicago prima del colpo di Stato comunista del ’48 in Cecoslovacchia. Entrato successivamente nella segreteria vaticana come traduttore, senza aver frequentato corsi specifici di preparazione al mondo diplomatico si ritrovò protagonista dell’Ostpolitik fino a ricoprire l’incarico di nunzio a Mosca nei primi anni dopo la caduta del Muro. Dal ’72 fu consigliere vaticano per i rapporti con Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria e Albania: si trattava di un lavoro che richiedeva attenta osservazione, un impegno paziente al fine di tessere rapporti e proporre progetti che consentissero alle Chiese del blocco orientale almeno di sopravvivere alla politica antireligiosa. Bukovsky ricorda in queste sue memorie le difficoltà incontrate dall’Ostpolitik vaticana degli anni ‘60, i viaggi ufficiali e non ufficiali oltrecortina, lo stile e le qualità di Casaroli, i suoi incontri con Paolo VI, Giovanni Paolo I e papa Wojtyła. Parte delle sue memorie sono dedicate in particolare alla Chiesa cecoslovacca degli anni ’70-’80, un periodo difficile in cui soprattutto mancavano pastori per le diocesi. Rievoca le ferite «interne» della Chiesa. Dopo l’89 e il crollo del Muro di Berlino, Bukovsky fu nominato nunzio in Romania, e qui cominciò per lui un’altra avventura, se si considera che dal dopoguerra alla fine degli anni ’70 tra Vaticano e Bucarest non vi erano stati contatti ufficiali. In Romania favorì anche la rinascita della Chiesa cattolica di rito orientale. Dal ’94 si aprì l’ultimo capitolo della sua carriera diplomatica, con il trasferimento nella Federazione russa in qualità di primo Delegato apostolico. Qui proseguì i passi intrapresi da monsignor Colasuonno per ripristinare la gerarchia cattolica, contribuì alla riapertura del seminario di San Pietroburgo e consacrò i vescovi Mazur e Pickel. (Redazione)


Pietro Neglie
La stagione del disgelo. Il Vaticano, l’Unione Sovietica e la politica di centro sinistra in Italia (1958-1963)
Cantagalli, 2009 • pp. 196 • Euro 16,00

In questo breve ma denso saggio Pietro Neglie, allievo di R. de Felice e docente di Storia contemporanea nella Facoltà di Scienze internazionali e diplomatiche dell’Università di Gorizia, analizza lo sviluppo delle relazioni tra il Vaticano e l’Unione Sovietica negli anni della détente. L’Autore mette in luce il ruolo svolto da esponenti di primo piano dell’economia e della politica italiana, tra i quali E. Mattei, A. Fanfani e G. Gronchi, a cui si affiancano con ruolo non secondario G. La Pira ed E. Bernabei. Parimenti viene illustrato il comportamento delle autorità sovietiche. Ne esce una ricostruzione attenta e accurata, basata su documenti sovietici anche inediti relativi ai contatti tra i due governi, che non sempre si svolgono nell’ottica di due blocchi contrapposti. Il volume si ferma al 1963, anno della morte di papa Giovanni, seguita a quella tragica di Enrico Mattei.
(G. Codevilla)


Varlam Šalamov, Boris Pasternak
Parole salvate dalle fiamme. Lettere e ricordi
Archinto, 2009 • pp. 196 • Euro 25,00

Il libro contiene l’epistolario fra Šalamov e Pasternak dal 1952 al 1956 e si conclude con i Ricordi, dello stesso Šalamov, sull’autore del Dottor Živago. Ne emerge il rapporto, centrato sulla creazione artistica e la poesia, fra due giganti della letteratura russa. Šalamov e Pasternak si incontrano all’inizio degli anni ‘50. Il primo è appena stato rilasciato dal lager, ma si trova ancora al confino. Il secondo ha deciso di portare a termine il romanzo che gli varrà il Nobel, ma anche dolori e persecuzioni. Per Šalamov e per molti altri detenuti i versi di Pasternak sono un punto luminoso nell’inferno della Kolyma. È lui a prendere l’iniziativa, scrivendo a Pasternak il primo biglietto, la cui risposta arriva, ma con molto ritardo. Šalamov ricorda il viaggio da lui compiuto per ritirarla: «Con cinquanta gradi sotto lo zero, trasbordando dalle renne ai cani, e dalla slitta all’automobile. Viaggiai cinque giorni». Tornato a Mosca, fa di tutto per incontrare di persona Pasternak, la cui idea di poesia lo aiuta a riacquistare interesse per la vita. È tra i primi a leggere Il Dottor Živago, e proprio al romanzo sono dedicate le pagine centrali di questo libro. L’autore de I racconti della Kolyma non risparmia osservazioni e correzioni a Pasternak, che fanno di questo volume un esempio di critica costruttiva animata da sincera passione. Due temperamenti molto diversi si incontrano sull’importanza vitale della poesia, che per Šalamov ha una chiara funzione morale. (Redazione)


Francine-Dominique Liechtenhan
Il laboratorio del Gulag. Le origini del sistema concentrazionario sovietico
Lindau, 2009 • pp. 320 • Euro 24,50

Questo studio cerca di organizzare in un unico sguardo l’ormai vasta letteratura sul lager delle isole Solovki, che giustamente si considera il prototipo di tutti i lager, sovietici e non. L’opera evidenzia i mille fili che collegavano l’universo concentrazionario al paese tutto, alla sua politica e alla programmazione economica, ma soprattutto al cuore stesso del regime totalitario, rivestendo un’essenziale funzione ideologica. La storia del «laboratorio del GULag» viene ripercorsa a partire dai suoi antefatti e dai primi ideatori del sistema concentrazionario sovietico, Lenin e Trockij. Trockij viene ricordato come l’inventore, già nel gennaio 1918, delle «armate del lavoro», gruppi di uomini che sotto costrizione svolgono lavori manuali disumani, e come colui che fin dal giugno 1918 parla espressamente di creare campi di concentramento dove rinchiudere i prigionieri della guerra civile. Nel libro si racconta anche di come il lager delle Solovki sia stato descritto dalla propaganda sovietica e dagli osservatori stranieri, che in parte si sono lasciati illudere dalle messe in scena organizzate dal regime, in parte si sono accorti della dura realtà e l’hanno denunciata, magari tardivamente. Basato su molteplici fonti documentarie, il testo è stato «pensato per il grande pubblico»: caratterizzato da un linguaggio semplice e da toni a volte accesi, è arricchito da cartine e da box che rendono l’argomento trattato accessibile e interessante. (Redazione)


Varlam Šalamov (a cura di F. Bigazzi, S. Rapetti e I. Sirotinskaja)
Alcune mie vite. Documenti segreti e racconti inediti

Mondadori, 2010 • pp. 304 • Euro 25,00

Col titolo Alcune mie vite. Documenti segreti e racconti inediti è uscito recentemente un denso volume di e su Varlam Šalamov (1907-1982) che presenta alcuni importanti racconti autobiografici tratti dai Vospominanija (Ricordi) intercalati ai documenti dei fascicoli giudiziari dei tre processi che nel 1929, 1937 e 1943 sancirono la sua sorte di «controrivoluzionario» con varie condanne per complessivi quasi 20 anni tra confino e «campo di lavoro correzionale»: Šalamov ne trascorse 14 nel «crematorio bianco» della Kolyma (Siberia subartica).
(G. Codevilla)
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Giovanni Codevilla
LO ZAR E IL PATRIARCA. I rapporti tra trono e altare in Russia delle origini ai giorni nostri
La Casa di Matriona, 2008 • pp. 520 • Euro 25,00

L’Autore di questo ampio e solido volume affronta il tema assai complesso della storia dei rapporti tra potere civile e religioso in Russia dalle origini della Rus’ ai giorni nostri.
(S. Belardinelli)
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Mario Carolla
La Santa Sede e la questione armena (1918-1922)
Mimesis, 2006 • pp. 291 • Euro 19,00

«Gli affari dell’Armenia non sono consolanti: nel Caucaso si minaccia l’esterminio definitivo di tutti i superstiti armeni… è imminente una vera catastrofe finale specialmente dopo l’invasione bolscivista… voglia la S. Sede in qualche modo prevenire il disastro intervenendo energicamente ove le è possibile». Così scrive il 27 maggio 1920 il Vescovo di Trebisonda Naslian alla Congregazione per le Chiese Orientali lanciando un appello accorato per la difesa del popolo armeno. È questo un breve brano di uno dei tanti documenti che circolavano nella fitta rete di rapporti diplomatici intorno alla questione armena all’indomani dello spaventoso genocidio del 1915 ad opera dei Giovani Turchi, durante la breve esistenza della repubblica armena indipendente dal 1918 al 1922. Mario Carolla propone un’interessante opera di carattere archivistico e storico nella quale ricostruisce la posizione diplomatica della Santa Sede. Si tratta di 125 documenti, quasi totalmente inediti, provenienti dall’archivio Segreto Vaticano, dagli archivi della Segreteria di Stato e della Sacra Congregazione delle Chiese Orientali. Senza la pretesa della completezza Carolla presenta molto chiaramente la posizione vaticana nei confronti del popolo armeno. La Santa Sede agì su più fronti cercando ogni tipo di appoggio possibile presso le potenze occidentali perché si potesse creare un’Armenia indipendente e potessero essere sostenute in maniera adeguata sia le popolazioni civili sia le comunità della grande diaspora seguita al genocidio del 1915. Contemporaneamente inviò in loco Visitatori Apostolici, prima padre Delpuch dei Padri Bianchi e successivamente monsignor Moriondo vescovo di Cuneo allo scopo di verificare direttamente la situazione del Caucaso e la possibilità di stabilire contatti diplomatici ufficiali con Armenia, Georgia e Azerbajdzan.(Redazione)


Fiorenzo Facchini (a cura di)
Popoli della yurta. Kazakhstan tra le origini e la modernitA'
Jaca Book, 2008 • pp. 336 • Euro 28,00

Il volume, nato dalla collaborazione di specialisti italiani e kazaki nei campi dell’archeologia, della storia e dell’antropologia, intende far conoscere vari aspetti della storia del popolamento, del nomadismo, dell'organizzazione sociale, e degli stili di vita delle popolazioni centrasiatiche, in particolare kazake, per le quali la yurta, la «casa mobile», è un tratto distintivo. I 13 contributi sono stati raccolti dal professor Facchini, docente emerito di Antropologia all'Università di Bologna: corredati da immagini e bibliografia, essi spaziano dalle origini del nomadismo all’interazione fra cultura agricola e pastorale, dall’arte rupestre alla modalità di ricezione di queste antiche civiltà nelle fonti classiche e medievali. Vengono poi descritti i risultati di recenti ricerche antropologiche sull'adattamento umano alle alte quote e sui riflessi della modernizzazione in campo antropologico e biomedico, accompagnati da un interessante spaccato sulle problematiche sociologiche e religiose di questi ultimi anni. Infine, viene presentata la storia kazaka, dalla dominazione russa alle false speranze di un riscatto dal giogo zarista tramite l’annessione all’URSS (1936), trasformatesi invece in tragedia: in epoca sovietica queste regioni infatti furono la destinazione finale per migliaia di prigionieri «politici» e luogo di deportazione di interi gruppi etnici, territorio da esperimento per le testate nucleari e per la guerra chimico-batteriologica. Attualmente il Kazachstan, che è la più grande repubblica dell'Asia centrale ex-sovietica, sta vivendo un momento di notevoli trasformazioni. Il libro ne mette in luce la ricchezza storica, ne descrive le potenzialità economiche e l’interessante dinamica dei rapporti interculturali. (Redazione)

   

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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