Recensioni - pagina 2

Alberto Elli
Breve storia delle Chiese cattoliche orientali
Edizioni Terra Santa, 2010 • pp. 220 • Euro 20,50

Alberto Elli è l'autore di questa agile opera divulgativa, pensata per rendere accessibile anche ai non addetti ai lavori una prima conoscenza del variegato mondo delle Chiese cattoliche orientali. Se si considera che alla maggior parte dei fedeli in Italia è addirittura sconosciuta l'esistenza di Chiese non latine in piena comunione con Roma, la pubblicazione di questo volume rappresenta una preziosa occasione per colmare un certo vuoto di coscienza del carattere di universalità della fede cattolica. Il libro conduce il lettore illustrando una mappa generale delle diverse tradizioni orientali, introducendo con un capitolo sulla storia dei Concili Ecumenici fra il IV ed il VII secolo, per poi raccontare la storia della formazione delle Chiese cattoliche maronita, greco-melchita, copta, etiopica, armena, caldea, sira, siro-malabarese e siro-malankarese.
L'autore mostra come lungo la storia non sia stato facile da parte della gerarchia cattolica accogliere la varietà delle tradizioni cristiane come una ricchezza. Questa coscienza si è formata lentamente ed è stata esplicitata solo a partire dal Concilio Vaticano II.
La storia della formazione delle Chiese cattoliche di tradizione orientale è una storia complessa, il cui quadro
è reso nell'introduzione: la storia dei rapporti con la Chiesa di Occidente è spesso risultata, purtroppo, in una interferenza con la causa dell'unità: ne è emblema il caso della Chiesa di Antiochia, sede alla quale ben cinque prelati aspirano con il titolo di patriarca. 
Eppure, la storia di questi rapporti non è unicamente una storia di ingerenze e compromessi. Pregio del libro è di mostrare come sia stata anche una storia di santità di molti missionari, e una storia di sollecitudine pastorale verso il popolo, sollecitudine che ha portato i cristiani orientali a formare una élite intellettuale e un ceto mediamente più formato all'interno dei rispettivi Stati di appartenenza.


Pasquale Castellana, Romualdo Fernández
Chiese siriane del IV secolo
Edizioni Terra Santa, 2013 • pp. 344 • Euro 37,00

Uscito in concomitanza con l’anniversario dell’Editto di Milano del 313, il volume raccoglie un repertorio inedito, con immagini a colori, di 35 chiese siriane del IV secolo. Un patrimonio che testimonia la prima e capillare diffusione del cristianesimo in Siria, all’epoca della pax romana che garantì la convivenza di un mosaico di popoli. Ed è proprio ad Antiochia, capitale della ricca provincia romana che contava mezzo milione di abitanti, che, come ricordano gli Atti, «i discepoli di Gesù per la prima volta furono chiamati cristiani». Dopo Gerusalemme, si ricorda nell’introduzione, i territori della Siria sono i primi a ricevere la Buona Novella: «La Chiesa antiochena fu la prima Chiesa missionaria». Oggi, sparsi attraverso tutto il territorio siriano, si contano centinaia di resti di edifici risalenti ai primi secoli dell'era cristiana, sorprendentemente incustoditi, abbandonati alle ingiurie del tempo e all'azione degli uomini. Si tratta – scrivono i curatori del libro – di rovine poco studiate, spesso addirittura sconosciute, mai catalogate con sistematicità tranne quelle poche eccezioni famose come la domus ecclesiae, edificio riservato al culto cristiano e rinvenuta nel 1929 durante gli scavi a Dura Europos, unica nel suo genere. Gli archeologi francescani R. Fernández e P. Castellana (quest’ultimo deceduto nel 2012 ad Aleppo dove risiedeva dal 1946) hanno voluto fornire una scheda dettagliata per ciascuna delle chiese analizzate, di cui presentano la storia, la pianta, la descrizione delle rimanenze in situ e rimandi bibliografici fondamentali. Un lavoro interessante ed encomiabile, tanto più nella situazione di incertezza geopolitica attuale.


Pavel Stroilov, Vladimir Bukovskij
EURSS, Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche
Spirali, 2007 • pp. 156 • Euro 20,00

Vladimir Bukovskij (1942) conobbe giovanissimo la prigione, l’ospedale psichiatrico e il GULag. I suoi scritti che arrivavano clandestinamente in Occidente diedero speranza a tutti coloro che avevano a cuore i destini della Russia e di ogni società. Lui, come tutti gli altri dissidenti, non si limitava alla condanna di un regime utopico e disumano: la sua prima preoccupazione era di aiutare coloro che come lui lottavano per una vita più a misura d’uomo. Noto soprattutto come animatore e sostenitore degli scritti del dissenso, vive in Occidente dal ’76 (anno della sua liberazione, quando fu «scambiato» con il comunista cileno Corvalan). Ancora oggi Bukovskij continua la sua lotta culturale in favore della verità, ma il suo entusiasmo – almeno in questo testo – ci pare perdere un po’ di forza e concretezza. La sua critica è ben documentata, ma nelle tenebre della crisi che attanaglia oggi l’Occidente non riesce a intravedere una luce. Ha mille ragioni quando denuncia le tendenze «totalitarie» di un’euroburocrazia anonima, o l’uscita di sicurezza che la memoria debole occidentale ha garantito a migliaia di appartenenti alla nomenklatura dei paesi comunisti oggi integrati nell’Unione, o quando si pone di fronte al pericolo islamista, tuttavia alla fine anche la denuncia fine a se stessa – sia pur giustificabile – rischia di rimanere sterile, se non altrettanto utopica: «Io ritengo che sia l’Unione Europea a dover essere smantellata quanto più in fretta possibile, perché io la vedo come una variante un po’ raddolcita dell’Unione Sovietica… Ma questo non è niente rispetto alla politica dell’Unione: lo scopo dei commissari europei è quello di perpetuare il socialismo… Per cui io adesso vado in giro e cerco di convincere la gente che occorre fermare questo progetto, perché altrimenti per noi sarà la fine, come è avvenuto in Unione Sovietica». Il vento va e poi ritorna aveva un altro spessore.


Luigi Geninazzi
L’Atlantide rossa. La fine del comunismo in Europa
Lindau, 2013 • pp. 288 • Euro 19,00

L’Europa dell’Est è scomparsa improvvisamente, come la mitica Atlantide, nel novembre 1989. In realtà ciò che ha portato all’abbattimento del Muro di Berlino – simbolo dell’oppressione comunista – è stato il risultato di un lungo processo di rinascita umana e civile avvenuto in quegli stessi paesi, spesso lontano dai riflettori. Luigi Geninazzi, giornalista e scrittore, che per il settimanale «Il Sabato» e per il quotidiano Avvenire ha seguito per anni sul campo le vicende della rinascita dell’Europa centrale, ha voluto offrire con questo volume – dedicato soprattutto alle giovani generazioni – aneddoti, volti e storie di uomini che hanno contribuito a cambiare la storia. Se c’è una nostalgia – confida l’Autore nell’introduzione –, è quella per l’«umanità diversa» che egli ha potuto conoscere di persona: «Era un mondo segnato dalla penuria materiale che sotto la cappa oppressiva del potere nascondeva tesori di umanità autentica, maestri saggi dotati di grande fascino intellettuale e gente semplice istintivamente lontana dalle doppiezze del regime, credenti la cui fede cristiana alla fine è riuscita davvero a spostare le montagne e laici d’assoluta integrità morale alla ricerca del bene e del vero». La narrazione, preceduta da un testo di Lech Wałe˛sa, protagonista dell’epoca, va dal 1980 – con gli scioperi di Danzica – al 1989, anno caratterizzato da tentativi di dialogo fra «opposizioni» e potere, timide aperture e «suicidi politici», e culminato con l’abbattimento del Muro di Berlino fino all’unica appendice violenta all’Est: la rivoluzione romena.



  Constantin Simon, S.J.
The 19th Century Volga Mission of the Society of Jesus
 Romae: Institutum Historicum S.J., Vol. LXII, 1993 •  Pp. 4 –86

La storia della presenza della compagnia di Gesù in Russia conta più di 200 anni. Prima del XVIII secolo le visite dei gesuiti in Russia furono rare. Dopo il 1772 quando a Vienna fu stipulata la convenzione internazionale sulla Prima spartizione della confederazione Polacco-Lituana tra Prussia, impero Russo e impero Austro-Ungarico, più di 200 gesuiti vennero a trovarsi sul territorio controllato dall’imperatrice Caterina II. Nello stesso periodo, su pressione dei sovrani di Portogallo, Francia, Spagna e altri Stati borbonici, papa Clemente XIV nel 1773 soppresse la Compagnia di Gesù. Questa tuttavia sopravvisse poiché Caterina II rifiutò di attuare il decreto papale di soppressione nei territori cattolici dell’impero. Nel 1800 il nuovo zar Paolo I affidò ai gesuiti la basilica di Santa Ca­terina a San Pietroburgo, ed entrarono a far parte della Compagnia i primi russi etnici I. Gagarin, I. Martynov ed E. Balabin, provenienti da famiglie aristocratiche. Tuttavia, nel 1820 le attività dell'Ordine in Russia furono vietate, la proibizione durò fino alla rivoluzione del 1917. Nella diaspora russa seguita alla rivoluzione esistevano comunità molto attive e feconde guidate dai gesuiti, tra le quali parrocchie e varie istituzioni ecclesiastiche a Roma, a Shanghai in Cina, a Meudon in Francia, nei paesi dell’America del Sud, negli Stati Uniti e altrove. La raccolta di materiali preparata da padre Simon The 19th Century Volga Mission of the Society of Jesus e pubblicata nel volume LXII dell’«Archivium Historicum Societatis Iesu», rende accessibile il contenuto dei documenti scritti a mano e conservati nella biblioteca del Pontificio Istituto Orientale con il titolo «Notizie circa le nuove Missioni de PP. della Compagnia di Gesù nella provincia di Saratovia nell’impero russo». I documenti raccontano il lavoro dei gesuiti con i coloni tedeschi che vivevano lungo il basso corso del Volga, a valle della città di Saratov, nella parte meridionale della Russia europea. I tedeschi del Volga sono una popolazione di etnia tedesca emigrata in Russia su invito della zarina Caterina II nel 1763, per coltivare le terre vergini nelle zone poco abitate della steppa nel sud del paese. Oltre allo sviluppo dell'agricoltura e alla cura del territorio, per Caterina era importante anche pacificare, civilizzare, rendere abitata la zona e creare un «cuscinetto» tra i suoi sudditi e le popolazioni nomadi delle regioni orientali. Chi scelse la Russia godette di speciali diritti, garantiti dalle condizioni poste dal proclama mantenendo la propria lingua, cultura, tradizioni e religioni tipiche della propria terra d'origine. L’autore è accreditato come uno storico serio, che ha dato molti contributi alla storia della Com­pagnia nei riguardi delle Chiese orientali e del Collegio Russicum di Roma.


Flaminia Morandi
Pavel Evdokimov. Un percorso spirituale tra Oriente e Occidente
 Paoline, 2013 • pp. 216 • Euro 16,00

Pavel Evdokimov nacque nel 1901 a San Pietroburgo, ma venne costretto ad abbandonare la patria d’origine nel 1921, dopo aver iniziato gli studi teologici; questo segnerà la sua vita nel bene e nel male, conducendolo prima in Turchia e poi in Francia, fino a Parigi. Questa sua biografia scritta da Flaminia Morandi, che oltre ad essere docente universitaria lavora in radio e in televisione, ripercorre le tappe principali della sua formazione spirituale, legandole al rapporto con le donne che segnarono sua vita: la madre prima, le due mogli (la prima, Nataša, morì giovane) poi. Il centro del libro è la passione di Evdokimov per l’ecumenismo, inteso non come astratta aspirazione concettuale, ma come ardente desiderio personale di unità concreta delle Chiese, realizzata nella carità e nella fraternità ancora prima che nella speculazione teologica. Questo grande pensatore non smise mai, infatti, di adoperarsi per l’unità dei cristiani, sia attraverso l’attività di ricerca e di insegnamento, sia con la realizzazione di reali centri di aggregazione e di dialogo tra i cristiani di diversa estrazione che trovò a Parigi, e che si legarono a lui in un’amicizia profonda. La sua attività, che ottenne se possibile nuova linfa dalle aperture ecumeniche del Concilio Vaticano II, venne portata avanti dopo la sua morte (avvenuta nel 1970) anche da Olivier Clément, suo allievo e sincero amico.

   

Arrigo Petacco
A Mosca, solo andata
 Mondadori, 2013 • pp. 168 • Euro 19,00

La tragica avventura dei comunisti italiani in Russia è il sottotitolo di questo libro del giornalista e storico Arrigo Petacco, che ricostruisce la storia dell’«emigrazione politica» dei compagni italiani riparati in URSS dopo l’avvento del fascismo e finiti nel GULag. Quando l’URSS era considerata la terra promessa dei proletari, «alcune centinaia di italiani [vi] si erano trasferiti volontariamente fra il 1920 e il 1935», alcuni spinti dall’epopea rivoluzionaria, altri per sfuggire alle persecuzioni fasciste e altri ancora come inviati per seguire corsi di educazione politica o per lavorare nel Comintern. Nonostante le difficoltà quotidiane vissute tra l’idealismo e il cinismo, gli emigrati godettero in una prima fase di vari privilegi. Ma dopo l’assassinio di Kirov, nel 1934, «non era più possibile neppure soffiarsi il naso in maniera non consentita al Partito… Il malcontento progredì al punto da indurre molti emigrati a rivolgersi all’ambasciata italiana per chiedere il rimpatrio. Ma la richiesta di tornare nell’Italia di Mussolini veniva considerata un vero e proprio tradimento». Gli ultimi arrivati, scrive Petacco, «oltre a dover affrontare le consuete difficoltà di alloggio e di ambientamento, non tardavano a scoprire che si trattava di una promessa fallace e che da quella terra inospitale non sarebbero più usciti… Ora arrivavano anche dei militanti discriminati i quali (…) non essendo più ritenuti idonei a operare nell’apparato clandestino del Partito di cui però conoscevano tutti i segreti, onde evitare ogni potenziale rischio venivano spediti in Russia dove sarebbero stati opportunamente neutralizzati». Figura chiave di queste purghe nostrane fu Paolo Robotti, cognato di Togliatti: «Le nostre schede – spiegò Robotti –, prima di giungere alla polizia politica venivano presentate al compagno Togliatti… È mio parere, tuttavia, che egli avrebbe potuto intervenire almeno nei casi di quei compagni palesemente innocenti. Ma non lo fece per nessuno». Lo stesso Robotti cercò, nel dopoguerra e una volta rientrato in Italia, di «riabilitare» in qualche modo i suoi compagni finiti nel GULag presentando al cognato una lista di 125 fucilati, ma invano. «Il PCI non riabilitò i comunisti italiani decimati dalle purghe staliniane e impedì anche in seguito, finché fu possibile, ogni ricerca in questo senso negli archivi sovietici… Si doveva, insomma, cancellare anche la loro memoria e purtroppo ci riuscirono». Anche alcuni dei sopravvissuti, «rimasti stoicamente fedeli, per non danneggiare il Partito si portarono nella tomba il loro segreto, mentre quelli che osarono rivelarlo furono diffamati, e anche imbavagliati da una stampa pronta a denunciare le nefandezze compiute dal fascismo, ma riluttante a violare la cortina di silenzio che l’egemonia comunista aveva calato su quelle compiute da Stalin e dai suoi accoliti italiani».


Martino Cervo
Willi Münzenberg, il megafono di Stalin
 Cantagalli, 2013 • pp. 112 • Euro 12,00

Nella «grande storia» del ‘900 Willi Münzenberg è un perfetto sconosciuto, e le occasioni in cui è stato tratto dall’anonimato hanno spesso contribuito a crearne un’immagine bizzarra, tutt’al più suggestiva, da romanzo giallo ma pur sempre parziale. Il libro di Martino Cervo, caporedattore del quotidiano «Libero», è la prima biografia ampia e ben documentata che esce in italiano su questo personaggio tragico e sorprendente. «Willi Münzenberg – si legge nell’introduzione – (…) avrebbe tutti i requisiti per essere nei libri come un gigante del XX secolo: socialista della prima ora, seguace di Rosa Luxemburg, conquistato da Lenin a Zurigo…, poi genio della comunicazione al servizio dell’URSS», «megafono di Stalin» capace di gestire un vero e proprio network filosovietico, di organizzare «marce per la pace», manifestazioni, campagne di opinione. È, commenta Ugo Finetti nella prefazione, la nascita della politica culturale comunista in Occidente, il «comunismo senza comunismo». Abilissimo diplomatico, infatti, sa trasformare la solidarietà alle vittime della carestia, agli operai in sciopero, ecc., in veicolo dell’azione politica, riuscendo a coinvolgere personalità del mondo della cultura e della borghesia grazie al successo imprenditoriale: l’idea comunista «viene elaborata con geniale originalità tramite il trasferimento della sfera morale nell’agone della politica». Anche qui, precorrendo i tempi, la sua politica «consiste nel mettere in scena una dialettica imperniata su due poli: da una parte i democratici e dall’altra i nemici della democrazia». Il 1928 è invece l’anno della frattura con lo stalinismo e la sua posizione filo-moscovita, e benché la rottura completa si avrà dopo qualche anno, le sue descrizioni della Germania di Hitler coincidono ora sempre più con quelle dell’URSS di Stalin, con le caratteristiche dominanti del totalitarismo: il culto della personalità e l’identificazione-confusione tra Partito e Stato. Dopo aver rotto con il comunismo, «il suo antifascismo si distingue per una connotazione liberale», e tra i collaboratori del suo periodico «Die Zukunft» ci sono i fratelli Mann, Stefan Zweig, Luigi Sturzo e Ignazio Silone. La sua penna si scaglia contro Hitler e contro Stalin, mentre entrambi lo braccano: «Per il primo deve ancora pagare gli affronti di anni di attività clandestina contro il Reich, per il secondo è una voce pericolosa che non può sfuggire alla mano vindice della Rivoluzione». Il cadavere di questo «tedesco di Erfurt» dal viso «triangolare e allungato» (così lo ricorda Solzenicyn in Lenin a Zurigo), viene trovato da due cacciatori nell’ottobre del 1940, sotto una quercia e con una corda sfilacciata intorno al collo. La storia di Münzenberg «è illuminante per comprendere cosa sia stato l’antifascismo e in particolare quello comunista e, al tempo stesso, come sia stato possibile, in quel “mondo”, maturare una presa di coscienza antistalinista».


Augustyn Babiak
Il Metropolita Andrea Szeptyckyj nel suo incarico di visitatore apostolico…
 Artos, 2012 • pp. 256

a grande figura del vescovo metropolita di Leopoli Andrea Szeptyckyj (1865-1944), così ben tratteggiata da Augustyn Babiak nel suo recente volume: Il Metropolita Andrea Szeptyckyj nel suo incarico di visitatore apostolico (1820-1923) e nei suoi rapporti con il governo polacco, s’impone anche nel nostro tempo per i caratteri di umanità, di apertura, di autentica passione, di profonda fede, che l’hanno contraddistinta nel corso di una vita travagliata e segnata dai gravi avvenimenti della prima metà del XX secolo.(continua)

Ol'ga Berggol'c
Diario proibito
 Marsilio, 2013 • pp. 160 • Euro 14,00

Il diario di una cittadina sovietica negli anni dal ’39 al ’42. Il diario di una devota cittadina di Leningrado durante il primo anno dell’estenuante assedio che attanagliò la città russa per quei novecento giorni tragicamente famosi. Infine il diario di una donna, che non tralascia mai nulla della propria fragilità e femminilità, resa ancor più feconda dalla sensibilità di poeta, che percepisce di essere sull’orlo del baratro ma che si ostina a rimanere aggrappata anziché di lasciarsi precipitare. Il periodo è quello immediatamente successivo alla mannaia delle Purghe staliniane e dell’altrettanto micidiale, sin dal suo principiare, flagello della «Grande guerra patriottica». La prima pagina di questo diario è datata 15 luglio 1939; quello stesso mese Ol’ga Berggol’c era stata rilasciata dopo otto anni trascorsi tra interrogatori e prigione. A partire da questa esperienza, e poi con l’avvento della guerra, comincia ad affiorare tra le righe evidente e sofferta la disillusione della poetessa nei confronti di chi guida il paese e comanda il popolo. Nelle primissime pagine Ol’ga lamenta come sia stata distrutta in lei la fede nel potere sovietico dagli stessi suoi rappresentanti e preservatori; poi col tempo duramente constata, con non diminuito dolore ma meno lacrimosi rimpianti, come la teoria prevalga senza ritegno sulla persona in carne e ossa. Una figura in bilico dunque quella della poetessa e scrittrice Berggol’c, personaggio noto e ufficiale che si trova a cercare di infondere coraggio nei leningradesi assediati, tramite la voce della radio cittadina e che allo stesso tempo cerca di denunciare, perciò spesso osteggiata e censurata, la tragica situazione in cui la città e i suoi abitanti sono stati abbandonati. Pagine schiette, e perciò spesso contraddittorie, ma mai studiate ad arte, nelle quali vengono affannosamente raccontati e annotati l’affinarsi del fiuto della scrittrice (insieme a quello della gente) per la menzogna, l’imperativo di vivere che in lei si impone sul dolore e sulla morte circostanti e che permane anche dopo la breve «fuga» a Mosca, caratterizzata dalla smania di tornare a Leningrado incontro alla morte, mentre vi troverà nuove ragioni per vivere e agire. «Vivi, e allora continua a vivere, da essere umano… Calcolare la “so­pravvivenza”, pensare “che tutto salti in aria al più presto” non sono che un tradimento […]. Bisogna gioire di ciò che c’è. Bisogna dire qualcosa alla gente. Non c’è tempo. Tutta la vita è oggi. Bisogna vivere e parlare dell’oggi». Questo riuscire a dire qualcosa alla gente diviene, ancor più in stato d’assedio con la fame e la morte per vicine di casa, una ragione di vita per la poetessa: «Emerge in me la consapevolezza che forse, dopo tutto, le mie parole sono necessarie al cuore umano» (S. Reseghetti).

Jan Patocka
L’Europa e dopo
 Medusa, 2013 • pp. 118 • Euro 15,00

Cos’è l’Europa? Qual è il suo unicum, e quale ruolo potrà giocare in un contesto mondiale non più euro-centrico? Sono queste le domande che si pone Jan Patocka nelle pagine di questo saggio, scritto a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, e pubblicato ora per la prima volta in italiano con la curatela di Martino Doni. Domande che non ricevono qui una risposta esplicita, ma piuttosto l’indicazione di una strada per una riflessione profonda, ora più che mai di stretta attualità. Allievo e debitore di pensatori come Husserl e Heidegger, Patocka analizza il «fenomeno Europa» in ciò che lo differenzia da tutte le altre civiltà, ovverosia la ragione scientifico-filosofica greca, a partire dalla socratica «cura dell’anima», come origine di una determinata concezione della persona e del suo rapporto con la polis. Non è un caso, infatti, che l’Autore ricerchi in filosofi come Democrito e Platone le origini di questo uso della ragione e della riflessione sull’individuo e sulla politica che ne scaturì. Patocka, anche se indirettamente, indica dunque in questa presa di coscienza di sé, sempre nuova e attuale, la chiave per la rinascita dell’Europa, e per la costruzione della nuova polis mondiale. Patocka, che morirà nel 1977 a Praga in seguito ad arresti ed interrogatori per via della sua adesione a Charta 77, non vedrà mai la pubblicazione di queste pagine, che avverrà solo nel 1988

Ivan Cistjakov
Diario di un guardiano del Gulag
Bruno Mondadori, 2012 • pp. 234 • Euro 18,00

Di fronte a questo libro non si può fare a meno di osservare, come per altro hanno fatto tutti, che è rarissimo imbattersi in una testimonianza del genere, cioè nelle memorie non di un detenuto del lager ma di un guardiano, uno che stava «dall’altra parte della barricata» e che rappresentava la forza punitiva dello Stato. I due quaderni che contengono questo diario così unico sono emersi miracolosamente dalle carte lasciate da un’anziana signora defunta, ed oggi sono custoditi dall’Associazione Memorial di Mosca; ormai nessuno potrà più ricostruire i vari passaggi, di mano in mano, che il diario ha compiuto prima di arrivare alle stampe, di certo sarà stato un itinerario molto segreto, perché un documento del genere era pericolosissimo, ben pochi avrebbero avuto il coraggio di lasciare, o di conservare, simili testimonianze scritte.Se ancora sappiamo poco della vita e dei sentimenti dei detenuti dei lager sovietici, gli zek come si diceva in gergo, non sappiamo assolutamente nulla dei loro sorveglianti, eppure sono stati una schiera considerevole, oltre 360.000 in un dato momento alla vigilia della guerra, immaginiamo quanti furono nell’intera parabola di esistenza dei campi. Sembrerebbe quasi ingiusto lasciare spazio e voce ai «rappresentanti del male», ma la lettura di queste pagine aiuta a comprendere in modo più ampio tutta la tragedia di questo paese, di un regime dove la volontà dello Stato macinava con la stessa implacabilità sia le vittime che gli esecutori. Scopriamo un mondo interiore di tormento e di angoscia, dubbi, senso di impotenza, noia, disperazione; un mondo plumbeo e senza speranza che poco si discosta da quello dei detenuti: anche le guardie sono dei numeri senza alcun diritto, hanno mansioni impossibili e un solo obiettivo, quello di andarsene al più presto, ma neanche loro possono disporre di sé e sentono incombere sulla testa la minaccia della punizione e anche dell’arresto. Forse la disumanizzazione è ancora più devastante là dove la coscienza è ottenebrata, e sicuramente lo era in maggior misura tra le guardie che tra i prigionieri. (continua)

Antonello De Oto
Diritto e religione nell’Europa di mezzo: la Repubblica Ceca
 Bononia University Press, 2012 • pp. 229 • Euro 25,00

È soprattutto la barriera linguistica che impedisce da sempre a tanti studiosi una vicendevole e approfondita conoscenza dei sistemi di diritto ecclesiastico nei vari Stati. Il ceco è una lingua complessa la cui conoscenza risulta spesso del tutto eccezionale e perciò vale generalmente per gli studiosi il brocardo: bohemica non leguntur – i testi cechi non si leggono. Tanto più risultano preziosi, dato questo stato di cose, i lavori pubblicati da autori stranieri che conoscono e hanno avuto modo di approfondire per la loro ripetuta permanenza in loco, sia la lingua che il sistema di relazioni giuridiche tra lo Stato ceco e le Chiese, potendo così riportare questa loro positiva esperienza nei paesi nativi. Tra gli autori che hanno fatto questo percorso annoveriamo Antonello De Oto, studioso di Diritto Canonico ed Ecclesiastico nei ruoli dell’Università di Bologna. Recentemente è uscito il suo ultimo lavoro monografico esclusivamente dedicato agli assetti del diritto ecclesiastico nella Repubblica ceca. (continua)


Marek Lasota
Karol Wojtyła spiato. Giovanni Paolo II negli archivi dei servizi segreti
Editrice Interscienze, 2012 • pp. 288 • Euro 23,40

Il libro di Marek Lasota, responsabile dell’ufficio formativo presso l'Istituto polacco della memoria nazionale, non vuole essere «un’ennesima biografia di Karol Wojtyła» e nemmeno è stato pensato per «suscitare clamore»: in esso l’autore sintetizza le sue ricerche svolte sui documenti provenienti dagli archivi dei servizi di sicurezza e riguardanti le operazioni di spionaggio e le strategie occulte messe in atto dalla polizia politica nei confronti del futuro papa Giovanni Paolo II fino all’attentato del 1981. Da questi stessi documenti emerge la figura limpida di Wojtyła e di altre personalità della Chiesa polacca che hanno saputo rimanere fedeli alla loro missione nonostante il grande dispendio di energie, risorse strategiche e operative messo in atto dal regime per discreditarne e ostacolarne l’operato. Il lettore si accorgerà della parzialità e superficialità con cui venivano stilati molti rapporti, al limite del grottesco, in quanto «il vero eroismo era interpretato come segno di debolezza, infermità e oscurantismo, mentre la sottomissione e il servilismo venivano associati a ragionevolezza, progresso e modernità»; «da questi documenti emerge come l’uomo fosse considerato alla stregua di un utile strumento, e come la Chiesa fosse ritenuta una strana istituzione, parassitaria e non compatibile con le esigenze contemporanee». Lo storico Ryszard Terlecki introduce invece il lettore alla storia del rapporto fra servizi di sicurezza e Chiesa cattolica durante gli anni di regime comunista. Il volume è corredato da riproduzioni dei documenti d’archivio, mentre purtroppo è del tutto assente l’apparato bio-bibliografico che avrebbe fornito un valido strumento per ulteriori approfondimenti. (Redazione)


Jáchym Topol
L’officina del diavolo
Zandonai, 2012 • pp. 168 • Euro 14,50

Figlio del drammaturgo Josef Topol, talento precoce attivo nell’underground letterario ceco, Jáchym firma Charta 77 finendo già da giovane nel mirino delle autorità comuniste. Topol inizia a pubblicare opere in prosa a partire dalla seconda metà degli anni ‘90 e diventa uno degli autori cechi più popolari e tradotti nel mondo. Oltre ai romanzi ha scritto opere teatrali, sceneggiature, raccolte di poesia, e realizzato diversi documentari. Attualmente coordina le attività della Biblioteca Havel a Praga. Con questo romanzo del 2009 l’Autore collega con intuizione poetica i crimini del nazismo a quelli del comunismo. Scritto in un linguaggio quotidiano, vibrante e senza ricercatezze, il testo racconta le vicende del giovane protagonista, con un passato da scapestrato, che parla in prima persona di come è riuscito a trasformare l’ex campo di concentramento nazista di Terezín in un business del turismo macabro contemporaneo e poi, quando tutto viene raso al suolo «dal potere costituito», si trasferisce per una nuova avventura di bizzarra «rivitalizzazione di luoghi di sepoltura» in Bielorussia, dove fra massacri perpetrati da nazisti e sovietici ha solo l’imbarazzo della scelta, «perché qui il diavolo aveva la sua officina».La memoria collettiva, la coscienza e la responsabilità sono temi che ritornano costantemente nell’opera di Topol. (Redazione)


Luba Jurgenson, Maurizia Calusio (a cura di)
Lettere al boia. Scrivere a Stalin
Ed. Archinto, 2011 • pp. 147 • Euro 16,00

Dodici persone che scrivono al dittatore, tra il 1936 e il 1939: un minuscolo ma agghiacciante spaccato del mondo sovietico di quegli anni, in cui l’ideologia assurge talvolta a una vera e propria idolatria di Stalin, e i sentimenti più egoistici e meschini si intrecciano con espressioni di un impeto ideale confinante con la religiosità.Questa raccolta di lettere, curata in edizione italiana da Maurizia Calusio sulla base di una pubblicazione uscita in Francia a cura di Luba Jurgenson, fissa in pochi tratti la fisionomia di uomini sospesi davanti al baratro dell’ignoto, alla condanna che li attende, e che negli scritti che indirizzano a Stalin si sforzano di racchiudere in qualche modo un estremo giudizio, un’estrema sintesi della propria esistenza e delle proprie convinzioni. Non si troverà, in questi scritti, una realtà semplificata, una linea di confine nettamente demarcata tra il boia e le sue vittime, tra il male rappresentato da chi detiene il potere e l’innocenza di chi lo subisce; al contrario, siamo posti di fronte a una realtà complessa, al gigantesco tritacarne che fagocita ciclicamente, insieme a innumerevoli vittime ignare, anche uomini compromessi e conniventi con il regime: fra gli autori delle lettere vi sono agenti segreti, un diplomatico, un generale, uomini politici e stretti collaboratori di Stalin, oltre a un’attrice, la poetessa Marina Cvetaeva e lo scrittore Michail Šolochov. C’è chi scrive a Stalin per denunciare il tradimento degli ideali rivoluzionari; chi spera, rivolgendosi a lui, di sottrarsi all’arresto o evitare la condanna; altri ammettono la propria colpevolezza, altri ancora chiedono semplicemente pietà, per sé o per i propri familiari. Ma ciò che colpisce, in tante pagine scritte di getto oppure stilate tormentosamente e faticosamente (in ogni caso in uno stato d’animo di disperazione, nella certezza della prossima fine), è che gli autori si misurano con Stalin come con un’entità divina, guardandolo come il termine di paragone, il metro su cui giudicare la propria coscienza e le proprie azioni, una sorta di «icona» cui si rivolgono innanzitutto alla ricerca del perdono, per un imperativo della propria coscienza. È quanto si nota in ma­niera eclatante, in particolare, nella lettera di Nikolaj Bucharin, membro del Comitato Centrale e del Politburo, fucilato nel 1938: «Non posso andarmene senza averti scritto queste ultime righe… Non posso proprio tacere senza averti chiesto un’ultima volta perdono… La mia coscienza interiore è pulita di fronte a te…». Espres­sioni più intonate all’estrema riconciliazione con Dio di un condannato a morte, che non al «boia» che avrebbe irriso questi sentimenti facendo giustiziare nel più brutale dei modi l’ex compagno di partito. (Redazione)


Vasilij Grossman
Il bene sia con voi!
Adelphi, 2011 • pp. 253 • Euro 19,00

A eccezione de Il vecchio maestro, del 1943, tutti i racconti di questa raccolta sono stati scritti fra il ‘55 e il ‘63, alcuni nel ‘60, anno in cui il KGB confiscò a Grossman il dattiloscritto del suo capolavoro Vita e Destino. Ambientate nei contesti più diversi, a volte autobiografiche, a volte vissute da personaggi storici, o fittizi ma molto verosimili, le storie qui narrate sono attraversate da un unico filo rosso che è anche l’anima di Vita e Destino: la constatazione che a muovere la storia sono le stesse forze che muovono il cuore dell’uomo. In questi racconti Grossman partecipa pieno di stupore «a uno spettacolo splendido e solenne, un atto unico che si chiama “la vita”» e con lo spirito di osservazione e di immedesimazione che gli è proprio, ci dà dell’uomo un quadro vero perché integrale. L’uomo segnato da un’inquietudine a cui non può fuggire: «Il silenzio non salva dallo scricchiolio stridulo dell’angoscia, non basta la frescura della montagna a spegnere il catrame che arde le viscere,… per richiudere la breccia sanguinante che si ha dentro», osserva lo scrittore di fronte al panorama armonioso e splendido di Diližan, antica città incastonata fra le cime innevate dell’Armenia. Paradossalmente la bellezza inaspettata, invece di placare l’animo ne esaspera dolorosamente la sete di infinito e di immortalità, tanto da fargli desiderare che «tutto torni a essere abitudine, cosa nota, e non ci sia più traccia di quella novità che spezza le ossa e ti entra nel sangue…». Dell’immortalità a cui l’uomo ambisce, Grossman parla in un altro degli scritti qui raccolti, La Madonna Sistina, come di quell’«umano nell’uomo» il quale, non sottraendosi al proprio destino e affrontandolo coscientemente, permette che esista la storia e rende se stesso diverso dagli animali e dal resto della creazione. Ne diventa, anzi, la coscienza. Lo scrittore aveva sviluppato questi pensieri anche in Vita e destino, scrivendo che in ogni singolo uomo vive «… Un Universo che somiglia incredibilmente all’Universo fuori dell’uomo. E che somiglia incredibilmente all’Universo che continua a riflettersi in milioni di teste... Un Universo incredibile, perché capace di distinguere il rumore del suo oceano, l’odore dei suoi fiori, il fruscio delle sue foglie, le venature dei suoi graniti e la tristezza dei suoi campi in autunno da ogni altro Universo fra quanti sono esistiti ed esistono in ogni uomo e dall’Universo eterno al di fuori dell’uomo. La sua irripetibilità, la sua unicità sono l’anima di ogni singola vita, sono la libertà. Il riflesso dell’Universo nella coscienza umana è alla base della forza dell’uomo, ma la vita diventa felicità, libertà, valore supremo solo quando l’uomo esiste come mondo che mai potrà ripetersi nell’infinità del tempo». (continua)


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