Recensioni



Aleksandr Solženicyn
RACCONTI DI GUERRA
Jaca Book, 2014 • pp. 248 • Euro 14,00

Mentre in Russia qualcuno porta avanti l’insensata proposta di cancellarlo dai libri di storia e letteratura, in Italia Jaca Book dà alle stampe, nella traduzione di Sergio Rapetti, alcuni racconti di Sol­ženicyn rimasti finora inaccessibili ai lettori di lingua italiana. È il caso dei tre brevi scritti in forma di dittici e del romanzo breve «in ventiquattr’ore» raccolti nell’edizione italiana sotto il titolo di Racconti di guerra. Per la verità la guerra propriamente intesa fa solo capolino nei primi due racconti, Non importa e Sulle frat­ture, che sono in prevalenza ambientati sul finire del secolo e del regime, quasi arresi e dimessi nel tono della narrazione; ben diversi gli ultimi due (specialmente Adlig Schwenkitten), palpitanti e dal ritmo incalzante che sostiene la predominanza del tema bellico oggetto della narrazione. Da questi scritti traspare senza dubbio una denuncia di fondo delle colpe degli alti comandi sovietici (militari e non), ma mai sbraitata: per il disprezzo della vita umana dimostrato dal potere non c’è ostentata indignazione, quasi invece un rancore silente come brace, che però non può tacere. L’autore si attiene al semplice proposito di mettere il lettore di fronte all’evidenza dei fatti; quel che gli interessa maggiormente è raccontare dei singoli uomini. In Željabuga e i suoi abitanti il tema che emerge è proprio quello della guerra travolgente (di cui Solženicyn, ex-capitano dell’Armata rossa, non si discolpa) e dei segni da essa lasciati sulle persone, sul popolo russo. In questi racconti scritti dopo il ritorno in Russia dall’esilio, oltre ai personali ricordi di guerra, Solže­nicyn raffigura anche la prima stagione del post-comunismo con le sue leggi di mercato cannibalesche, dominata dall’istinto di sopravvivenza individuale, dove però la responsabilità del singolo verso la propria integrità umana è la medesima che nelle condizioni estreme della guerra.


Visar Zhiti
CONFESSIONE SENZA ALTARI
Diana, 2012 • pp. 274 • Euro 10,00

L’autore di questa raccolta di versi è stato tra i protagonisti dello scontro drammatico fra il regime comunista di Enver Hoxha e gli intellettuali in Albania. L’articolo 55 del codice penale «Agitazione e propaganda contro il potere popolare» consentì fino al crollo della cortina di ferro di condannare alla pena capitale o alla morte per stenti qualsiasi uomo di cultura che non si conformasse ai dettami dell’ideologia dominante; ancora nel 1988 venne impiccato il poeta dissidente Havzi Nelaj. Lo stesso Zhiti venne arrestato nel 1978 per le sue «poesie ermetiche e incomprensibili [che] sono in contrasto con gli insegnamenti del Partito per una letteratura chiara e comprensibile». Zhiti passò otto anni nei lager albanesi lavorando in miniera. Qui compose mentalmente versi che i compagni di prigionia imparavano a memoria, per tramandarli nel caso il poeta fosse morto in quell’inferno. «Scrivevo – ricorda Zhiti, – non solo per raccontare gli orrori (…) ma anche, e questo è il mio segreto, per arrivare a emozioni viventi del creatore. Quando scrivevo poesie, ero libero insieme a tutti nel mondo e le catene non esistevano». Liberato ne 1987, fece l’operaio. Più tardi fu tra i primi a partecipare al movimento democratico che riuscì ad abbattere la dittatura in Albania. Apprezzato anche all’estero da poeti del calibro di Mario Luzi, Zhiti nella sua poesia esprime anche amarezza per la tendenza, nel proprio paese, a dimenticare e a guardare con indifferenza gli ex-prigionieri politici, per cui molte delle loro opere non si riescono tutt’oggi a pubblicare: «…scriverò la mia protesta / sulle ultime foglie, / appassite / come le nostre testimonianze della persecuzione».


Andrei Kurkov
DIARI UCRAINI. UN REPORTAGE DAL CUORE DELLA PROTESTA
Keller Editore, 2014 • pp. 336 • Euro 16,00

Dal 21 novembre 2013 al 24 aprile 2014, con un’aggiunta relativa al 27 giugno, quando il presidente Petro Porošenko firmò l’accordo di associazione e libero scambio tra l’Ucraina e l’Unione Europea: questo è l’arco temporale in cui si situano i fatti narrati nei Diari ucraini di Andrei Kurkov, uno dei più interessanti scrittori ucraini contemporanei. Sono fatti di cui tutti, più o meno, abbiamo sentito parlare: le proteste e il movimento nato attorno alla Piazza dell’In­dipendenza a Kiev, il Majdan Ne­za­ležnosti, e poi tutto quello che è venuto insieme; come ricorda l’autore, la violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Federazione russa, la nascita della «guerra ibrida» nella parte orientale dell’Ucraina stessa e la restaurazione di un clima in tutto e per tutto da guerra fredda tra Russia e Occidente. (continua)


Ruta Sepetys
Avevano spento anche la luna
Garzanti, 2011 • pp. 304 • Euro 18.60

Il romanzo narra il dramma di Lina, quindicenne lituana deportata dai sovietici in Siberia con tutta la famiglia e gran parte del suo popolo nel giugno 1941. Lina è coraggiosa, dotata di talento artistico, tagliente nei giudizi. La sua spietata intransigenza sarà temperata dalla dura scuola dei campi sovietici, ma anche dall’apertura che sua madre e suo padre hanno verso la vita e le persone che incontrano, anche i peggiori criminali. Quel che a Lina sembra debolezza, si rivela un’arma preziosa per conoscere la realtà e il cuore dell’uomo al di là delle apparenze. L’adolescente comprenderà che il bene non sta tutto dalla parte dei lituani, molti dei quali hanno collaborato con il KGB facendo deportare i propri connazionali per salvare se stessi. Che i sovietici, pur deturpati nell’animo, hanno sussulti di pietà grazie a cui numerosi deportati riescono a salvarsi. Che i compagni di deportazione più accondiscendenti con la dirigenza del campo, proprio per la loro debolezza riconosciuta sono disposti a sfruttare i vantaggi che ottengono anche a favore di chi non si piega. La sete di vendetta si tramuta in amore e compassione. Senza nascondere le colpe dei sovietici e le gravi responsabilità degli americani che non vedono o fingono di non vedere le atrocità commesse contro i popoli baltici. Tornata in patria ormai adulta, Lina affida ricordi e disegni a un «barattolo della memoria» che sotterra a suo rischio sperando che in tempi migliori qualcuno lo trovi e riscriva la storia censurata del suo popolo: non per fare inorridire i lettori, ma per stimolare «la compassione umana». L’autrice, nata negli USA da rifugiati lituani, si è documentata sulla storia delle deportazioni con viaggi in Lituania e Siberia, incontrando numerosi sopravvissuti. Tante situazioni narrate nel romanzo si basano sui loro racconti, anche se i personaggi sono di fantasia, a eccezione del dottor Samodurov, ispettore sovietico che denunciò la situazione dei deportati nell’Artide, salvandone molti. Semplice e incisivo, il libro è stato adottato come testo da numerose scuole americane. Sarebbe bello che lo stesso avvenisse in Italia.


André Gide
Dostoevskij
Medusa, 2013 • pp. 160 • Euro 18,00

Fin dagli anni ‘80 dell’800 l’opera di Dostoevskij venne offerta ai lettori francesi in numerose (anche se non sempre ottime) traduzioni, che la resero accessibile anche al resto dell’Occidente. Dostoevskij fu presentato dapprima come un romanziere profondamente «impastato» di cultura europea, ma non abbastanza vicino alla mentalità razionalistica occidentale per essere compreso appieno. Inizialmente in Francia di lui si apprezzarono gli aspetti più «europei», come la religiosità o la profondità psicologica dei personaggi, mentre si cercò di edulcorare se non addirittura censurare quelli più antinomici. Con lo spiritualismo si inaugura una nuova fase della cultura francese, meglio disposta a riconoscersi nella complessità del mondo russo e dell’animo umano, così come Dostoevskij li presenta. In questa scia si colloca il Nobel André Gide, di cui nel presente volume viene proposta una celebre raccolta di scritti e interventi in traduzione italiana con un saggio introduttivo di A. Colasanti. Gide percepisce una sintonia eccezionale con Do­stoevskij, respinge le accuse mosse al romanziere di scrivere in modo «sciatto», di essere incoerente o addirittura cattivo maestro di moralità. Esalta invece l’indomabile speranza con cui il grande russo affronta fino all’ultimo la contraddittorietà della vita grazie alla sua visione dell’uomo non ridotta all’aspetto razionale e pianificabile ma «allargata» all’infinito. Successiva­mente altri studiosi, fra cui i pensatori russi emigrati dopo il 1917, porteranno nuovi contributi alla conoscenza di Dostoevskij in Francia: l’opera di Gide costituisce comunque un “must” per chi vuole inoltrarsi in questo dibattito vivace, affascinante e non ancora concluso.


Aldino Cazzago
Giovanni Paolo II. «Ama gli altri popoli come il tuo!»
Jaca Book, 2013 • pp. 144 • Euro 14,00

La meticolosa opera di studio di padre Cazzago presenta certamente diversi ordini di interesse, tutti strettamente legati tra loro dall’argomento centrale di questo volume: il tema della patria nel pensiero e nella testimonianza di san Giovanni Paolo II. Il primo e più immediato sta nella figura stessa di papa Giovanni Paolo II, alla cui approfondita conoscenza l’autore ci accompagna seguendo un filo conduttore di radicale importanza per la vita di quest’uomo. Precedendo di qualche mese, con la sua uscita in libreria, la fresca canonizzazione, oltre a quello intrinseco sull’argomento, l’opera di don Cazzago riveste anche il valore di un aiuto alla comprensione delle motivazioni (al di là dell’entusiasmo di folla) per cui questo papa polacco è stato proclamato santo dalla Chiesa in così breve spazio di tempo. Con puntuali riferimenti, anche bibliografici, a discorsi, viaggi e occasioni viene pazientemente messo in luce il profondo legame di Giovanni Paolo II con la Polonia, sua nazione e terra patria. Tale percorso offre tra l’altro una preziosa occasione, specie per le generazioni nate dopo la caduta del Muro, di recuperare alla memoria alcune dinamiche e avvenimenti della recente storia polacca che hanno fatto della Polonia la prima nazione libera del blocco sovietico, con ripercussioni sul resto d’Europa: «Il volto della nuova Europa, comune casa europea, iniziò a formarsi in Polonia, grazie a Solidarnos’c’, e nessun evento può offuscare questo fatto». Come scrive l’autore, il senso dell’opera di Giovanni Paolo II in favore della sua patria potrebbe essere sintetizzato nel «ricordare alla sua terra natia di essere stata “legata per sempre ai cieli”». Ma ancor più educativo è notare come l’attaccamento di Wojtyła alla propria terra costituisca la radice dell’amore per le altre nazioni. A tale proposito non si può non pensare alle recenti elezioni del Parlamento europeo, avvenute sullo sfondo di una cronaca ucraina che ci riporta testimonianze di autentico legame alle radici europee e allo stesso tempo notizie di lotte fratricide. L’insegnamento del pontefice polacco ricorda che «l’unificazione dell’Europa non deve essere fatta a scapito della storia e della peculiarità delle nazioni che sono coinvolte. Unificazione non è omologazione o appiattimento»; la testimonianza di vita di Giovanni Paolo II mostra come si possa fare dono di sé solo a una persona, e perciò a una nazione o popolo perché insieme di persone, non a un’idea o a un progetto


Gian Piero Piretto
La vita privata degli oggetti sovietici
Sironi, 2012 • pp. 220 • Euro 19,80

Dal samovar alla polpetta, dallo sputnik alla carta igienica, dalla vodka allo scarafaggio per finire con i barattoli e i distintivi, sono 25 gli «oggetti sovietici» cui ha voluto dedicare questo libro-catalogo il professor Gian Piero Piretto, docente di Cultura russa e Metodologia della cultura visuale all’Università degli Studi di Milano. Nell’approfondito saggio introduttivo, Piretto delinea, oltre al suo approccio di straniero ospite della realtà sovietica, la storia di come l’ideologia dominante ha presentato al «cliente» gli «oggetti» quotidiani: iniziando dalla Nuova politica economica leniniana successivamente condannata quale «pericolosa istigazione a delinquere per i giovani neonati proletari», alla figura degli stacanovisti staliniani «immortalati in fotografie e filmati mentre esibivano abiti eleganti, automobili, biciclette», per finire destalinizzati da Chrušcˇëv che invece «avrebbe denunciato questa “laccatura della realtà”»: «Con lui produzione e stile avrebbero ancora una volta cambiato direzione… Gli aspirapolvere, le lucidatrici,… fecero la loro apparizione sui cartelloni pubblicitari e nelle case». Durante la stagnazione brežneviana si assistette invece «alla nascita di una forma di a-sovietismo più che anti-sovietismo, da parte della grande massa», e fecero la comparsa giovani «che esibivano sfrontatamente il loro gusto per modelli comportamentali e stili lontani dal rigore sovietico e ispirati al più decadente Occidente». Gli anni ‘90 sono caratterizzati dalla «sparizione di ogni articolo dai banchi dei negozi: desolante e assoluto vuoto» e dall’epoca dei «nuovi russi, i nuovi ricchi dotati di smisurate risorse finanziarie e di altrettanto smisurate intenzioni di ostentarle e acquisire quanti più beni materiali fosse possibile», in contrasto con la povertà della vecchia generazione. Piretto ci racconta la storia degli «oggetti sovietici» per i quali spesso «le dimensioni della quotidianità e della funzionalità resteranno dominanti su quelle della bellezza e della contemplazione», con sottile ironia mista a simpatia per un popolo capace di sopravvivere a 70 anni di comunismo.


Aleksandr Solženicyn
L’uomo nuovo. Tre racconti
Jaca Book, 2013 • pp. 128 • Euro 10,00

L’uomo nuovo è l’homo sovieticus, frutto del gigantesco esperimento tentato dall’ideologia, un uomo divenuto finalmente padrone del proprio destino (a prezzo, però, di ripudiare valori e virtù «borghesi» come la libertà, la misericordia, il perdono, e naturalmente la religiosità)? Oppure l’uomo che, purificato dai «sedimenti» dell’utopia sovietica e restituito alla sua nuda umanità, ritrova dolorosamente la propria libertà e responsabilità? (continua)



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