Recensioni
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Vittorio Strada
Lenin, Stalin, Putin. Studi su comunismo e postcomunismo
Rubbettino, 2011 • pp. 412 • Euro 20,00
Lenin, Stalin, Putin, rappresenta l’ultima fatica di Vittorio Strada: un corpo di testi molto poderoso, per lo più nuovi, ma anche con qualche contributo già pubblicato parecchi anni fa; da questo punto di vista basti ricordare per tutti lo studio sul Che fare? di Lenin, uscito nell’ormai lontanissimo 1971, ma opportunamente riproposto perché rivelatosi nel frattempo uno degli studi più illuminanti sulla formazione del partito leninista e in generale sulla mentalità totalitaria. I temi trattati ripercorrono le principali problematiche connesse alla storia del comunismo, nella sua nascita e nei suoi sviluppi, con la formazione dello Stato sovietico, la complessa rete di legami tra i fondatori e gli eredi, l’affermazione del totalitarismo e la sua caduta, sino alle vicende della nuova statualità russa. Continua -> |
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Herta Müller
Oggi avrei preferito
non incontrarmi
Feltrinelli, 2010 • pp. 192 •
Euro 16,00
È fatto per volare il vento, e i semafori per far luce, le macchine per viaggiare, gli alberi per star fermi. C’è un senso in questo, o è solo un’occupazione?». Il grido disperato della giovane protagonista senza nome è il leitmotiv di questo romanzo, ambientato nella Romania di Ceausescu. L’autrice è Herta Müller, nata in un villaggio tedesco del Banato rumeno, scrittrice del dissenso emigrata all’Ovest nell’87, Nobel per la letteratura 2009 con il romanzo L’altalena del respiro, che ha svelato al grande pubblico la tragedia dei tedeschi di Romania deportati in URSS dall’Armata rossa a guerra non ancora finita.
L’eroina del romanzo è un’operaia alle prese con una realtà prosaica e dura: su di lei pesano i ricordi del nonno, sopravvissuto alla deportazione nelle steppe della Dobrugia, la povertà che la spinge a cercare uno straniero da sposare infilando biglietti con il proprio nome e indirizzo nelle tasche dei pantaloni che confeziona per l’estero, l’impossibilità ad instaurare rapporti amichevoli con persone e cose, la passione per l’alcol del suo compagno, il solo essere veramente amato, e, al di sopra di tutto, i frequenti interrogatori alla Securitate: unico, temuto appuntamento che «scandisce» il suo tempo. La mancanza di un punto fermo nel caos della vita ne rovina anche gli aspetti più belli, pure descritti con poesia a volte struggente. Per «mettere ordine» nella realtà impazzita non restano che gesti rituali e superstiziosi, come contare i vagoni del tram o mangiare una noce prima di ogni convocazione alla sede della polizia segreta: misero surrogato di una religiosità che da tempo non c’è più o forse non c’è mai stata. E la voce della giovane donna continua a gridare disperatamente, perché in queste pagine il dramma della mancanza di senso non trova risposta. (Redazione) |
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Irène Némirovsky
L’affare Kurilov
Adelphi, 2009 • pp. 192 •
Euro 13,00
Nata a Kiev nel 1903 in una famiglia di banchieri ebrei, poi trasferitisi in Francia in fuga dalla Rivoluzione russa, la Némirovsky fu considerata una delle migliori scrittrici francesi degli anni ‘30. Impossibilitata a pubblicare dal 1940 per le leggi razziali, fu deportata ad Auschwitz, dove morì nel 1942. Stessa sorte toccò al marito, mentre la sua eredità letteraria fu custodita dalle figlie.
Il protagonista del racconto, Léon, orfano di rivoluzionari russi e cresciuto nell’indottrinamento marxista, viene incaricato dal Partito di eliminare Valerian Kurilov, odiato ministro della pubblica istruzione sotto Nicola II e noto per non avere scrupoli nell’usare il pugno di ferro contro gli studenti. Assunta la falsa identità di «dottor Legrand», riesce a farsi assumere da Kurilov come medico. Pian piano però il terrorista si accorge che il temibile «Pescecane» è contemporaneamente un vecchio gravemente malato, un poveraccio che vive una vita meschina pur restando devoto allo zar. Vivendo al suo fianco, Léon-Legrand – che narra in prima persona – affronta un graduale percorso di umanizzazione, e comincia a capire che il mondo è più complesso di come gliel’hanno presentato e non sempre è possibile applicare categorie ideologiche nel giudicare le persone. Paradossalmente, Legrand farà quasi di più per aiutare che per sopprimere il suo bersaglio.
Ne L’affare Kurilov – scritto in pochi mesi alla fine del 1932 e uscito l’anno successivo, – la Némirovsky ci offre spunti quanto mai attuali sulla giustificazione della violenza basata su un’ideologia irrazionale, e mette in guardia da giudizi manichei. (Redazione) |
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Giuseppe Ciampaglia
La vita e gli aerei
di Roberto Bartini
IBN Editore, 2010 • pp. 142 •
Euro 13,00
Questa volta l’appellativo «Barone rosso» non c’entra nulla con il grande pilota tedesco Manfred von Richtofen, anche se la persona cui si riferisce ebbe parecchio a che fare con gli aerei e, durante la prima guerra mondiale, combattè dalla stessa parte dell’asso dell’aviazione tedesca. Il nostro «Barone rosso» è l’italiano (ma nato a Fiume nel 1897, quando la città era ancora parte dell’impero austro-ungarico) Roberto Oros di Bartini: veramente «barone» per aver ereditato il titolo dal padre e «rosso» perché, dopo essere stato fatto prigioniero sul fronte orientale, si convertì all’ideale comunista e, dopo un breve soggiorno italiano, si trasferì in Unione Sovietica dove visse poi sino alla morte, avvenuta nel 1974. In URSS sviluppò la passione per l’aeronautica, nata e coltivata già in Italia, ma diventata in seguito una vera professione, esercitata ad altissimo livello; a lui si devono infatti tutta una serie di progetti per la costruzione di idrovolanti, aerei passeggeri e da trasporto, aerei anfibi antisommergibili con motori a getto e decollo verticale; ideò inoltre soluzioni tecniche di assoluta avanguardia come un’ala a doppio delta che sarebbe stata successivamente utilizzata per il Concorde e per il suo gemello sovietico TU-144. Fu precisamente questa creatività di livello eccezionale che lo salvò alla fine degli anni ‘30 quando, arrestato nel quadro del Grande Terrore e condannato a dieci anni di reclusione, poté vedere alleviata la sua sorte e passare quegli anni in una prigione speciale per scienziati, proprio perché negli stessi mesi in cui era avvenuto il suo arresto uno degli aerei che aveva progettato, lo Stal’-7, compì un volo record per durata e velocità.
Questa figura prestigiosa, e per molti versi avventurosa, è stata a lungo ingiustamente ignorata ed è rimasta avvolta nell’oscurità (come oscuri restano molti episodi della sua vita, legati alla militanza comunista, molti particolari legati alla tragedia del suo passaggio nelle carceri staliniane, e le caratteristiche della sua esistenza successiva alla liberazione); esce ora dall’oblio grazie a una prima biografia dedicatagli con competenza e passione da Giuseppe Ciampaglia. (Redazione) |
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Vasilij Grossman
L’inferno di Treblinka
Adelphi, 2010 • pp. 79 •
Euro 6,00
Nel 1941, allo scoppio della «Grande guerra patriottica», lo scrittore ebreo russo Vasilij Grossman parte per il fronte come corrispondente di guerra per «Krasnaja zvezda», il giornale dell'Armata Rossa. Può assistere alle disastrose disfatte dei primi anni, alla strenua resistenza di Stalingrado e al contrattacco sovietico. Al seguito dell'Armata Rossa che avanza vittoriosa verso Occidente, è uno dei primi a rendersi conto della tragedia dell'Olocausto e ad arrivare, nel settembre 1944, al lager di Treblinka, nei pressi di Varsavia: la più terribile fabbrica della morte nazista. È l’inizio di una serie di esperienze, fra cui la scoperta dell'omicidio della madre da parte dei nazisti, grazie alle quali il filosovietico Grossman prenderà gradualmente coscienza della propria identità ebraica. L’inferno di Treblinka viene scritto già nell’autunno del 1944, subito dopo la liberazione del campo, e si fonda su testimonianze di prima mano: quelle dei pochi superstiti, dei contadini dei villaggi vicini e anche delle guardie. Al rigore nel documentare i fatti, si accompagnano l’umanità sempre viva e il linguaggio altamente poetico dello scrittore, che fanno di questo reportage un’opera letteraria. «Com’è potuto accadere?», si chiede Grossman alla fine del resoconto, e cerca di spiegarsi il successo del nazismo con la mancanza di responsabilità dei popoli ma anche di «ogni singolo cittadino del mondo». La stessa domanda risuonerà implicitamente poco più di dieci anni dopo nel suo capolavoro Vita e destino in cui lo scrittore, al termine di un doloroso travaglio esistenziale, equiparerà il totalitarismo nazista a quello sovietico. Leggendo il suo grande romanzo, spesso si avvertono gli echi di questo breve e drammatico scritto. (Redazione) |
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Bissera V. Pentcheva
Icone e potere.
La Madre di Dio
a Bisanzio
Jaca Book, 2010 • pp. 120 •
Euro 46,00
ll culto della Vergine Maria a Costantinopoli dal V al XIII secolo è al centro del presente studio. Basandosi sulla teoria medievale dell’immagine e sulle rappresentazioni di Maria in varie forme d’arte, compresi sigilli, pitture su pannello, miniature e mosaici, l’autrice sostiene che la devozione alla Madre di Dio si è evoluta da culto basato sulle reliquie a culto incentrato sulle icone nel periodo posteriore all’iconoclasmo. In seguito, si è sviluppato un complesso di processioni pubbliche con immagini mariane che ha dato spunto ad analoghe pratiche rituali nel resto del mondo ortodosso. Oltre alle icone, l’autrice si propone di esplorare in che modo il culto della Madre di Dio desse corpo a principi politici e promuovesse l’ideale dell’impero. L’identità di Bisanzio, metà orientale dell’impero romano, era definita dalla legge romana, dalla lingua greca e dalla religione cristiana. In questo scenario la figura della Madre di Dio assurse a protettrice della città e dello Stato, il cui potere invincibile derivava dalla sua maternità verginale. Oltre alle forme artistiche, il volume prende in esame numerose fonti scritte, come cronache, omelie ed epigrammi, per svelare la struttura retorica delle immagini e comprendere le loro strategie visive.
Seguendo questo percorso, l’autrice si propone di tracciare lo sviluppo storico della devozione mariana a Costantinopoli e l’affermazione graduale di un’identità bizantina legata alle icone e alle processioni con le icone, concentrandosi in particolare sulla storia di tre monasteri della capitale: Blacherne, Hodegon e Pantokrator. (Redazione) |
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Pasquale Iacobone
Maria a Roma. Teologia, culto e iconografia mariana
a Roma, dalle origini all’Altomedioevo
Tau Editrice, 2009 • pp. 132 •
Euro 22,00
Il lavoro è nato come traccia di un corso tenuto all’Università Gregoriana che voleva presentare la riflessione patristico-teologica su Maria, e dunque anche la liturgia e la devozione popolare, e l’arte cristiana fin dai suoi primordi nelle catacombe romane. All’Autore, responsabile del dipartimento Arti e Fede del Pontificio Consiglio della Cultura, e docente presso la Gregoriana, interessa presentare una lettura «multidisciplinare ed integrata, che sappia far emergere i legami reciproci tra riflessione teologica ed espressione artistica, tra liturgia, spiritualità, devozione popolare mariana e creazione artistica». Per questo accompagna il lettore lungo un «pellegrinaggio» nella Città Eterna che va dalle pitture delle catacombe, alle sculture dei sarcofagi, ai mosaici delle basiliche, fino agli affreschi altomedievali. È la conferma della continuità della devozione mariana a Roma (già il Gharib aveva definito Roma «città di Maria»), testimoniata e vissuta dai semplici fedeli come dalle più alte autorità della Chiesa. Per molto tempo, infatti – ricorda il professor Bisconti nella prefazione, – si è ritenuto erroneamente che il pensiero della prima comunità cristiana a Roma attribuisse a Maria un ruolo marginale. Monsignor Ravasi, nella presentazione, sottolinea che non siamo di fronte solo ad un itinerario squisitamente artistico, ma anche ad «un vero e proprio svelamento di un’epifania spirituale», capace di farci «sostare come pellegrini stupiti di fronte ad affreschi e mosaici». Completano il volume una bibliografia essenziale e una cinquantina di tavole a colori, alcune delle quali purtroppo non di ottima qualità. (Redazione) |
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Mario Corti
Gli «altri» italiani. Medici al servizio della Russia
Carocci Editore, 2011 • pp. 128 •
Euro 14,00
Quando si parla di italiani in Russia, scrive l’Autore nell’introduzione, si pensa ad architetti e musicisti, e si dimenticano altri personaggi che hanno lasciato un segno nella storia antica e recente dell’immenso paese, quali mercanti, imprenditori, semplici operai, ristoratori e soprattutto medici. Ed è proprio ai «medici al servizio della Russia» che Mario Corti ha dedicato questa approfondita ricerca. Al lettore vengono presentate le vicende di una ventina di medici italiani operanti in Russia a partire dalla seconda metà del Quattrocento, adeguatamente introdotti nel contesto dell’epoca in cui si muovono. Veniamo così a conoscere l’Arnolfo medico di Ivan il Terribile o l’«oculista itinerante» Felice Tadini, primo in Russia «ad operare alle cataratte tramite asportazione», e il veneziano Giuseppe Raineri, anch’egli oculista, incaricato nel 1799 dall’imperatore Paolo I di recarsi nelle regioni sperdute dell’impero a curare gratuitamente i meno abbienti. Curiosa è la storia di Antonio Salvatori, medico d’inizio ‘800 che ebbe successo con la sua cura contro la dipendenza dalle bevande alcooliche: «Di recente – scriveva una fonte dell’epoca – il governo russo, in base alle raccomandazioni del medico italiano Salvatori, ha adottato alcuni provvedimenti di politica sanitaria… e il numero delle vittime del gelo e dell’ubriachezza [morivano assiderati accasciandosi in strada dopo la sbronza, ndr] si è sensibilmente ridotto». Salvatori usava un decotto di Thymuys serpillum, rabarbaro e assenzio: «Il paziente sviluppa un tale disgusto per le bevande alcoliche che alla sola vista della vodka o appena ne percepisce l’odore o addirittura quando la sente nominare, è tutto scosso dalle convulsioni». Queste venti schede sono «una specie di canovaccio di un lavoro che meriterebbe altre risorse, altro tempo e l’impegno di più ricercatori», conclude l’Autore, convinto della necessità di togliere dall’oblio molti nostri compatrioti che si sono distinti così lontano da casa.
Mario Corti ha lavorato per un ventennio a Radio Europa Libera, è autore di numerosi articoli e saggi. In russo ha pubblicato Drejf (un’autobiografia romanzata), Salieri i Mozart, e questo stesso libro. (Redazione) |
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AA. VV.
(A cura di P.P. Poggio)
L’età del comunismo sovietico.
Europa: 1900-1945
Jaca Book, 2010 • pp. 693 •
Euro 40,00
Il libro è il primo volume del progetto editoriale «Comunismo eretico e pensiero critico», promosso dalla Fondazione Micheletti e da Jaca Book, che traccia un’ampia panoramica dei movimenti e dei protagonisti del comunismo critico ed eretico del Novecento in Europa e nel mondo. Se, secondo il curatore, le critiche al capitalismo erano un tempo molto diffuse, ma pochi sapevano sottrarsi alle «sirene degli opposti totalitarismi», oggi «si sono moltiplicati i critici dei totalitarismi» che sostengono però incondizionatamente il capitalismo. Parallelamente, si assiste a una crescente rivalutazione dello Stato sociale di stampo sovietico. Da queste considerazioni e dal riconoscimento che il «comunismo reale» è fallito, il desiderio di studiare i movimenti comunisti «ereticali» come spunto per un’«altra» via di impegno politico e civile nell’attuale crisi della democrazia.
Il primo gruppo di personaggi presentati nel volume raccoglie sia gli oppositori di sinistra al comunismo sovietico, sia esponenti del comunismo novecentesco vicini alle organizzazioni ufficiali, come Gramsci e Lukács, anch’essi colpiti da condanne più o meno esplicite, ma che difficilmente possono essere definiti eretici. Di un secondo filone fanno parte figure «eterodosse e controverse», come Bataille e Silone, che, pur non riconducibili al movimento comunista del XX secolo, hanno fornito notevoli contributi alla critica dell’ortodossia marxista. Proprio da queste posizioni, secondo il curatore, «possono venire gli stimoli più interessanti».
Le speranze di trovare un’alternativa al grigiore odierno ispirandosi ai personaggi e ai movimenti qui descritti possono essere condivise o meno. Il libro è comunque un prezioso contributo alla conoscenza di un mondo spesso dimenticato ma che è indispensabile avere presente per comprendere in modo non riduttivo i meccanismi storici e sociali del Novecento. (Redazione) |
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